Quel legame indissolubile tra calcio e politica in Italia. Scontri ma anche interscambio economico: tutte le cifre tra imposte e interventi pubblici

Dalla stilettata di Abodi alla complessità fiscale e degli aiuti indiretti, tra lo Stato e il sistema calcio emergono tensioni ricorrenti e cicliche ma anche un legame da un punto di vista economico.

parlamento italiano
Football Affairs
(Foto Samantha Zucchi Insidefoto)

La stilettata del ministro dello Sport Andrea Abodi nei confronti dei vertici della Lega Serie A, nella fattispecie il presidente Ezio Simonelli e l’amministratore delegato Luigi De Siervo, non ha tardato molto a giungere all’onore delle cronache. Lunedì 22, solo qualche ora dopo l’annuncio dell’ennesimo dietrofront su Milan-Como a Perth (con la decisione finale di giocare a Milano con data ancora da stabilire), il titolare del dicastero sportivo italiano ha voluto stigmatizzare quanto avvenuto, parlando apertamente di leggerezza da parte dei dirigenti.

«Si è buttato il cuore oltre l’ostacolo con una certa leggerezza perché prima di parlarne per tre mesi bisognava partire dal soggetto finale che avrebbe dovuto porre condizioni», anche se «capisco le esigenze di incrementare i ricavi per permettere al calcio di esprimere tutto il proprio potenziale», ha spiegato Abodi, proseguendo una lunga serie di botta e risposta tra la politica e il mondo del pallone avvenuti negli ultimi anni.

Tralasciando volutamente in questa sede il capitolo stadi che necessariamente ha bisogno della interlocuzione tra queste due controparti (d’altronde sul capitolo infrastrutturale questo spazio di approfondimento ha dato molto spazio in svariate occasioni) va notato come da sempre vi siano state tensioni tra la politica e il calcio, ben sapendo da entrambe le parti che nessuno può fare a meno dell’altro: il mondo del pallone perché come ogni comparto industriale ha bisogno che il potere esecutivo lo normi e nel caso lo sostenga. E quello politico perché è ben conscio di non potersi permettersi di snobbare lo sport più amato del Paese, con il suo enorme seguito popolare. E quindi anche di voti.

Per restare negli ultimi anni per esempio vi furono tensioni alle stelle sotto il governo Draghi quando nell’epoca post-lockdown, nell’estate 2021, i club di Serie A chiedevano in particolare ristori per i danni economici subiti per il lockdown, oltre a rinvio delle tasse e maggiore libertà sul tema della riapertura degli stadi. Tuttavia l’esecutivo guidato dall’ex presidente della BCE rispose negativamente, senza di fatto mai aprire a nessuna richiesta proveniente dal mondo del pallone. E lo scontro si inasprì a inizio 2022, quando, complice l’aumento dei contagi, il governo chiese al calcio di fermarsi: dopo il no della Serie A, i club decisero di autolimitarsi con capienza a 5mila spettatori per evitare interventi più diretti del governo. 

Peraltro va notato come fu lo stesso Draghi (il suo governo non aveva un ministro ad hoc per lo sport) a esporsi pubblicamente sulla questione Superlega dicendosi apertamente contrario alla competizione ribelle. «Il governo segue con attenzione il dibattito intorno al progetto della Superlega calcio e sostiene con determinazione le posizioni delle autorità calcistiche italiane ed europee per preservare le competizioni nazionali, i valori meritocratici e la funzione sociale dello sport», aveva detto l’allora premier nei giorni più caldi tra proteste e polemiche. 

Peraltro anche durante il governo precedente, il secondo guidato da Giuseppe Conte, non mancarono gli scontri. L’allora ministro dello Sport Vincenzo Spadafora per esempio ebbe rapporti pessimi con il mondo del calcio non lesinando considerazioni tranchant, anche se va notato, in momenti complessi quali quelli post lockdown. Tra queste quella legata alla difficile prosecuzione della stagione 2020/21 oppure alla polemica con Cristiano Ronaldo, che l’allora ministro definì «arrogante e bugiardo». 

Il calcio principale settore per i contributi allo sport dallo Stato

In questo quadro non è semplice misurare con precisione l’interscambio, anche economico, tra i due mondi però il punto da cui necessariamente bisogna partire per carcare di capire questo legame è che il calcio italiano (come non a torto fanno notare spesso i presidenti di Serie A) è uno dei maggiori pagatori fiscali del Paese, oltre che datore di numerosi posti di lavoro, considerando l’intero indotto. Per dare un’idea nel 2022 (ultimi dati aggiornati) l’importo versato dal settore in termini di contribuzione fiscale è stato di 1,5 miliardi di euro.

D’altra parte, però, a conferma di un rapporto non certo unidirezionale, non sono pochi i denari che versano nel mondo del pallone le varie istituzioni statali e regionali tramite le varie decisioni legislative (se non mediante contributi diretti) o le imprese partecipate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF).

Non solo, ma l’ammontare dei contributi che saranno elargiti alle varie federazioni sportive nel 2026 da Sport e Salute, la società dello Stato che si occupa dello sviluppo dello Sport in Italia, ha evidenziato come la FIGC, come è naturale che sia visto che sovrintende allo sport più praticato nel Paese, sia quella che percepisce più denari di tutti (35,3 milioni di euro), una cifra che è quasi il doppio della seconda in graduatoria, la Federazione Italiana Nuoto (FIN) che ne incassa 18,6 milioni di euro.

Inoltre, secondo quanto Calcio e Finanza ha potuto ricostruire, negli ultimi anni ci sono stati diversi aiuti dallo Stato al calcio. Si tratta per lo più di sovvenzioni sostanzialmente indirette, mai di contributi a fondo perduto sullo stile per esempio di quanto concesso al mondo del cinema. E va anche notato che ad alcuni ristori il mondo del calcio ha potuto accedere solo per norme riferite a tutto l’apparato industriale italiano, in particolare durante il periodo Covid. 

Gli aiuti indiretti al calcio: impatto da tre miliardi

Nello specifico, le società di calcio hanno potuto contare sui seguenti strumenti legislativi, tutti questi generali, e quindi non espressamente per il mondo del pallone:

  • Sospensione temporanea dei versamenti fiscali e contributivi (2020)
  • Rivalutazione dei beni d’impresa (2020, 2021, 2022 e 2023)
  • Sospensione degli ammortamenti (2020, 2021 e 2022)
  • Sospensione degli obblighi di ricapitalizzazione per perdite significative
  • Rinvio delle perdite d’esercizio 2020 (sino all’esercizio 2025)
  • Rinvio delle perdite d’esercizio 2021 (sino all’esercizio 2026)
  • Rinvio delle perdite d’esercizio 2022 (sino all’esercizio 2027)
  • Rinvio delle perdite d’esercizio 2023 (sino all’esercizio 2028)

Per dare un’idea questo significa che in aggregato, nel quadriennio 2020-2023, gli effetti economico-finanziari del ricorso ai menzionati strumenti legislativi da parte dei club partecipanti ai campionati professionistici di Serie A, Serie B e Serie C nella stagione 2023-2024 sono stati oltre 3 miliardi di euro, considerando tutte e tre le leghe professionistiche.

In particolare,

  • le rivalutazioni sono state pari a 1,001 miliardi (di cui 895 milioni solo per i club di Serie A),
  • la sospensione degli ammortamenti è stata pari a 291 milioni complessivi,
  • invece il rinvio delle perdite ha riguardato rossi a bilancio per un aggregato di 1,782 miliardi (di cui 1,285 miliardi per i soli club di Serie A). 

Al netto delle rivalutazioni, si tratta comunque di spese che i club hanno poi dovuto comunque sostenere

Oltre ai suddetti elementi ce ne sono anche altri generali legati al periodo Covid, come i prestiti garantiti dalla SACE (il gruppo assicurativo-finanziario partecipato dal MEF specializzato nel sostegno alla crescita sostenibile delle imprese nazionali). In questo quadro diversi club come Napoli, Udinese, Genoa e Torino (tra i principali) hanno ottenuti prestiti con le banche garantiti da SACE, quindi dallo Stato, anche fino al 90%, diminuendo i rischi per le banche e permettendo ai club di ricevere liquidità a condizioni migliori. 

In senso stretto invece l’unico strumento legislativo ad hoc per lo sport (non solo il calcio, ma ad esempio anche le federazioni) è la cosiddetta norma Lotito, approvata a fine 2022, che permette di spalmare i debiti tributari in 60 rate da pagare in cinque anni. Nello specifico la misura consente di versare dal 2023, in 60 rate e con maggiorazione del 3%, gli 889 milioni di tasse sospese da parte dei club durante la pandemia (e che le società avrebbero dovuto versare pochi giorni dopo l’approvazione della norma). Una cifra riconducibile al tempo per oltre metà (circa 500 milioni) ai club di Serie A

Anche in questo caso si tratta di tasse comunque poi pagate, seppur con notevole vantaggio. Non a caso la norma trovò ampio consenso in Serie A, visto che come aveva svelato questa testata nel 2022 nella massima serie sono stati 18 su 20 i club che hanno aderito alla rateizzazione, eccezion fatta per Cremonese e Fiorentina.

Nel dettaglio la Cremonese non era contraria alla norma, ma non avendo debiti non ha dovuto ricorrere allo strumento. Contraria e coerente fino alla fine e stata invece la Fiorentina, che decise di versare subito quanto dovuto. In totale in questo modo i club di Serie A hanno versato subito il 15% del debito totale, mentre la parte restante è stata rateizzata.

Non solo aiuti: le sponsorizzazioni dalle controllate dello Stato

Un capitolo a parte poi è quello legato alle sponsorizzazioni da parte di società controllate dallo Stato o nelle quali il MEF è il primo azionista.

In questo caso è bene precisare sin da subito che per lo più si tratta di aziende di diritto privato e che quindi operano come tali nella libertà delle loro scelte societarie, anche perché alcune sono veri e propri colossi di Borsa Italiana e quindi con azionisti di minoranza cui dovere rendere conto nel caso.

Detto questo, però, avendo come primo azionista se non in qualità di controllante il MEF è plausibile pensare che una eventuale moral suasion proveniente dagli ambienti governativi non lasci indifferenti i vertici societari.  

Nello specifico le principali sponsorizzazioni da parte di queste aziende sono:

  • l’accordo tra Enilive (di proprietà di Eni) e la Lega Serie A per i naming rights del campionato, una sponsorizzazione che vale circa 22 milioni di euro annui. Il primo azionista di Eni è il MEF con il 31,8% (tra la quota posseduta direttamente e quella attraverso Cassa Depositi e Prestiti)
  • poi c’è l’Enel, il cui primo socio è sempre il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti con il 23,6%. Nell’ultimo periodo la società guidata da Flavio Cattaneo si è resa protagonista di una vera e propria invasione nel mondo del calcio stringendo diverse partnership con club di Serie A. Al momento sono otto: Atalanta, Inter, Juventus, Lazio, Napoli, Roma, Torino e infine Milan, dove non si può non segnalare la peculiarità che il presidente del club Paolo Scaroni è anche presidente di Enel. In totale è difficile dare una valutazione complessiva dell’esborso da parte di dell’ente nazionale per l’energia elettrica. Dai dati disponibili si sa però che per la Roma la sponsorizzazione di Enel vale poco più di un milione annuo.
  • Vi è poi la sponsorizzazione della Coppa Italia da parte di Trenitalia, società quest’ultima interamente a capitale pubblico. Il contratto con Trenitalia per i naming rights del torneo, ceduti a Frecciarossa, è stato rinnovato fino al 2027 sulla base di 6 milioni di euro a stagione rispetto ai 5 milioni di euro a stagione del triennio precedente.

Infine vanno segnalate diverse sponsorizzazioni a livello regionale, come quella tra la Regione Friuli Venezia Giulia e l’Udinese (circa 1,2 milioni annui) o la Liguria e i club principali nel territorio (budget complessivo di 1,5 milioni complessivi). O anche come quella tra la Sardegna e il Cagliari (che è arrivata a valere anche 3 milioni di euro annui). 

Tim dalla Serie A agli accordi coi club

Il tema delle sponsorizzazioni inoltre riguarda anche la norma, introdotta nel periodo Covid e poi mantenuta anche oggi, sul credito d’imposta per le sponsorizzazioni sportive: il 50% di accordi di sponsorizzazioni sportive viene restituito alle aziende in forma di credito d’imposta. Anche se, va notato, si tratta di una norma più che altro per le medio-piccole realtà.

Va segnalata infine TIM, il cui primo socio è una azienda riconducibile allo Stato italiano come Poste Italiane (con il 24,81%), dopo che Cassa Depositi e Prestiti ha ceduto il suo 9,8% nel febbraio 2025 proprio a Poste Italiane. La società di telecomunicazioni, dopo aver concluso nel 2024 l’accordo per i naming rights della Serie A durato 25 anni e che era arrivato fino a 20 milioni l’anno nelle ultime stagioni, aveva offerto 19 milioni per rinnovare. Cifra che non bastò dinnanzi ai 22 offerti da Enilive.

Avendo perso questa gara, TIM poi ha stretto diverse partnership direttamente con i club: Inter, Milan, Roma, Juventus e Lazio tra le big. L’Inter per esempio incassa oltre 1 milione da questa partnership

Insomma nella difficoltà di calcolare al centesimo l’interscambio economico tra calcio e politica, quello che si può asserire con sicurezza è che se è vero che il calcio italiano è un grande pagatore fiscale come lamentano sempre i presidenti, è altrettanto vero che in cambio non è che proprio ricevano nulla.