Nei giorni scorsi Calcio e Finanza ha pubblicato (i report sono scaricabili gratuitamente sul nostro sito) le previsioni sul bilancio 25/26 di Inter, Juventus e Milan, le tre big storiche del nostro calcio che per numero di tifosi, per trofei vinti e anche per cifre di affari guidano il nostro movimento da sempre.
Nello specifico, le analisi hanno evidenziato che per quanto concerne il conto profitti e perdite (dove quindi la variabile debitoria impatta negativamente per la sola quota degli interessi passivi) le tre grandi del nostro calcio hanno vissuto nella scorsa annata una stagione molto diversa. Non solo in termini sportivi ma anche in quelli economici:
- L’Inter, vincitrice sia del campionato sia della Coppa Italia, ha chiuso l’esercizio in utile di 15 milioni. Il dato è in netto calo rispetto a quello dell’anno precedente quando i nerazzurri avevano registrato ricavi record per 567 milioni spinti dalla cavalcata in Champions (e quindi dai i premi UEFA ad essa collegati) e dalle entrate più che munifiche del Mondiale per Club. Però seppur in calo e in una stagione in cui la squadra è stata eliminata ai play-off di Champions, lo stesso dato dà l’idea del buono stato gestionale della società nerazzurra in questo momento. Anche se non va nascosto che l’aumento dei prezzi da stadio ha aiutato i ricavi e soprattutto, però questa è una variabile che ha sostenuto tutti i club, senza i proventi extra relativi al risarcimento per la causa di IMG i conti sarebbero stati vicini al pareggio se non in leggera perdita.
- Sull’altra sponda del Naviglio il Milan, nonostante l’entrata straordinaria di circa 20 milioni per la questione IMG, ha fatto segnare un rosso di 25 milioni, peggiorando sensibilmente il dato dell’anno passato quando i rossoneri avevano chiuso in utile (+2,9 milioni) grazie sia ai proventi Champions League (la squadra venne eliminata ai play-off) sia per la plusvalenza su Tijjani Reijnders (quasi 42 milioni) contabilizzata nel giugno 25. Nell’ultimo bilancio invece la plusvalenza su Theo Hernandez e quella su Malik Thiaw non sono state sufficienti a pareggiare la stagione senza coppe.
- La Juventus anch’essa segna un passivo notevole (-63 milioni secondo le stime), sostanzialmente in linea con l’esercizio precedente. I bianconeri hanno potuto contare sui premi derivanti dalla Champions League nel 2025/26 e – come Inter e Milan – sul provento extra legato a IMG, mentre sono venuti meno i premi del Mondiale per Club, ricaduti tutti nel perimetro della stagione 2024/25. Una situazione che, insieme al dimezzamento delle plusvalenze, ha sensibilmente ridotto i ricavi per la società bianconera.
LE CHIAVI DEI BILANCI: PLAYER TRADING E I PREMI DA UEFA E FIFA
Al di là dei dettagli dei singoli club, appare evidente che nella Serie A odierna, almeno nel caso dei tre grandi club storici, vi siano due variabili fondamentali che rendono un bilancio soddisfacente oppure no.
Nello specifico:
- In presenza di diritti tv stabili sino alla stagione 2028/29. Ma è plausibile pensare, visti le difficoltà di molti tornei, che dal 2029 quando sarà rinnovato il contratto l’ammontare per ogni club sarà inferiore;
- in presenza di ricavi commerciali che seppur in crescita non sono paragonabili a quelli dei grandissimi club europei. Basti vedere la classifica degli sponsor di maglia;
- e in presenza del fatto che sin tanto che la stragrande maggioranza delle nostre società non disporrà di impianti moderni i ricavi da stadio non potranno crescere in misura esponenziale (sempre ammesso che lo faranno, quando e se vi saranno i nuovi stadi);
la possibilità che i bilanci delle nostre squadre possano essere molto soddisfacenti oppure no dipende per lo più da due elementi:
- il player trading
- e i premi dai tornei internazionali. Che sono essenzialmente di due tipi: quelli ottenuti ogni quattro anni dalla FIFA per il Mondiale per Club. E quelli della UEFA, che si ripetono ogni anno, per altro con una grande differenza se provengono dalla Champions League (molto più lucrativa) o dalla Europa League. Va detto inoltre che per quanto concerne questi ultimi, un percorso lungo non significa soltanto maggiori premi UEFA ma anche maggiori incassi da stadio visto anche che una partita di ogni turno si gioca in casa.
Nello stesso tempo è evidente però che i due driver sottendono due strategie distinte da un punto di vista sportivo.
Nel primo caso, fare tanti soldi con il player trading significa tendenzialmente vendere i calciatori migliori. Quindi indebolire la squadra, a meno di non credere che ogni anno si possa trovare un giocatore di pari valore con la stella che si è appena ceduta. È palese che si tratti di una ricetta che può andare bene non solo se si hanno dirigenti e un sistema di scouting di prim’ordine ma anche se non soprattutto per società quali Atalanta e Udinese, che non hanno l’obbligo sportivo di vincere trofei. Come invece lo hanno le big tradizionali del nostro calcio o le squadre rappresentanti di grandi piazze metropolitane.
Al contrario, la strada che punta ad aumentare i ricavi tramite la crescita dei premi UEFA e FIFA passa per i raggiungimenti sul campo che di solito avvengono se la rosa è valida. È un percorso che transita necessariamente per la capacità dei quadri dirigenziali di costruire rose competitive in grado di andare avanti nelle grandi competizioni europee.
In linea teorica non è detto che una escluda l’altra. L’Inter degli ultimi anni ha raggiunto ricavi record nella stagione 2024/25 spinti dalla cavalcata in Champions e dai premi del Mondiale del Club, però quel gruppo, che in gran parte ha anche vinto almeno due degli ultimi tre scudetti nerazzurri, era stato formato grazie ai denari ottenuti dalle grandi plusvalenze sulle cessioni di Achraf Hakimi e di Romelu Lukaku nel 2021, rispettivamente di 33,5 e 66,8 milioni.
È con quei soldi che poi Marotta ha costruito il gruppo attuale di giocatori che sta dando grandi soddisfazioni a una società, che traballante da un punto di vista debitorio sotto la proprietà Zhang, ha trovato sicurezza con il passaggio di proprietà ad Oaktree tramite l’escussione del pegno da 395 milioni (interessi compresi).
Però, come si è fatto notare in un precedente editoriale per comprare Hakimi e Lukaku e finanziare le campagne acquisti che portarono al primo scudetto di Zhang (quello di Conte nel 2021) fu necessario che Steven Zhang accendesse con Oaktree un prestito personale da 395 milioni mettendo come garanzia e pegno l’Inter. Un’obbligazione che poi il manager cinese non fu in grado di onorare nel 2024 e portò l’Inter sotto la proprietà fondo USA.
Insomma, un capitale iniziale di investimento su giocatori ritenuti validi fu comunque necessario per poi innestare un ciclo virtuoso.
LA NUOVA STRADA INTRAPRESA DA CARDINALE AL MILAN
Adesso, in uno scenario completamente diverso anche perché le situazioni societarie non sono paragonabili, il patron del Milan Gerry Cardinale sembra essere l’unico scatenato in un mercato italiano che, si faceva notare settimana scorsa, è per lo più in fase di stallo e alla ricerca di opportunità che possano emergere a buon mercato soprattutto verso la fine della sessione (i 25 milioni spesi dall’Inter per Anan Khalaili sono nei fatti di poco superiori a quanto già incassato dai nerazzurri dalla clausola rescissoria di Denzel Dumfries).
Proprio nella giornata di ieri, la redazione di Calcio e Finanza ha avuto il piacere di ricevere una telefonata personalmente dal businessman newyorchese il quale ha spiegato come ora al Milan sia cambiata l’aria e come l’ultima parola su tutto spetti a lui: «Al Milan si lavora di squadra. Abbiamo molti input dall’allenatore e dal mio team. Ma alla fine, quando arriva il momento di prendere una decisione, la approvo io», ci ha spiegato al telefono, sottolineando nei fatti la sua volontà assoluta di cambiare le cose.
In questo senso è plausibile pensare che ora Cardinale, dopo quattro anni di delusioni alla guida del Milan e dopo aver cambiato quest’inverno la controparte (da Elliott a Comvest) del vendor loan da 550 milioni con il quale controlla il club, abbia capito, anche alla luce del bilancio 2025/26 previsto in perdita, che una società come quella di via Aldo Rossi non può permettersi una terza annata senza Champions.
Soprattutto, per tornare al discorso iniziale, non può consentirsi di vivere solo di plusvalenze al fine sì di avere bilanci in positivo ma che però nel medio termine indeboliscono la squadra. Per questo sembra aver allargato i cordoni della borsa immettendo quel capitale iniziale che sarebbe stato necessario anche prima.
Insomma, delle due strade di cui sopra sembra avere abbandonato quella di immediato beneficio economico delle cessioni dei giocatori migliori e delle plusvalenze per abbracciare quella più lunga e difficile che ambisce al risultato sportivo e ai premi UEFA. Percorso però che, se riesce, dà risultati di lungo termine.
Tutto questo ovviamente al netto del fatto che poi si dovrà vedere a fine mercato quali saranno state le entrate dalle cessioni e soprattutto, cosa più importante, se la campagna di rafforzamento si rivelerà tale quando inizieranno le partite che valgono qualcosa, che ovviamente sono l’unico giudice e arbitro supremo della strategia.
L’ECCEZIONE NELLO STRAPOTERE DELLE BIG EUROPEE
Tutto questo discorso, della strategicità dei premi UEFA, è un tema valido non per il calcio europeo nella sua interezza ma soprattutto per la Serie A, dove non esistono né la ricchezza generalizzata della Premier League né vi sono club dalle potenzialità economiche enormi quali possono essere sul continente PSG, Bayern Monaco o Real Madrid (il Barcellona è un caso a parte che meriterebbe un capitolo ad hoc).
In Inghilterra, per esempio, visto che le entrate dei club dipendono dal percorso Champions in misura meno proporzionale rispetto all’Italia e che invece sono soprattutto spinte dagli altissimi introiti da diritti televisivi (oltre che da quella da stadio), il Tottenham che si è salvato a fatica e non parteciperà alle coppe il prossimo anno non ha esitato a spendere già metà luglio qualcosa come 267 milioni di euro per assicurarsi sinora Sandro Tonali, Mateus Fernandes e Jan Paul van Hecke. E pare che non termini qui.
Il tutto senza batter ciglio e senza stare a dovere capire che cosa succederà dopo la fine dei Mondiali nelle rose dei grandi club e quali saranno gli esuberi e i loro roster extra large. E quindi, in ultima istanza, senza volere approfittare dei saldi di fine stagione come sembra essere la necessità della stragrande maggioranza dei club italiani.