[FOOTBALL AFFAIRS] I successi nelle coppe spingono i diritti tv? La questione non è così semplice

L’Italia calcistica celebra le tre finali delle coppe europee raggiunte da Inter, Roma e Fiorentina nei giorni in cui parte l’asta per i diritti tv del campionato dal 2024 in avanti.

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(Foto: Paolo Bruno/Getty Images)

Nella stagione successiva alla seconda mancata qualificazione ai Mondiali della Nazionale, la Serie A ha fatto segnare un grande rivincita in campo internazionale piazzando tre squadre nelle finali delle tre maggiori coppe europee: Inter in Champions League, Roma in Europa League e Fiorentina in Conference League.

Visto il prestigio della manifestazione, i complimenti maggiori vanno ovviamente all’Inter che riporta l’Italia nella finale della competizione più importante dopo sei anni (Real Madrid-Juventus nel 2017) e nello specifico i nerazzurri all’ultimo atto dopo il Triplete targato José Mourinho nel 2010.

Osservando a ritroso il percorso degli uomini di Inzaghi, va detto che la squadra ha costruito il suo capolavoro soprattutto nella fase a gironi quando, partendo dalla terza fascia, era stata inserita nel cosiddetto girone di ferro con l’allora schiacciasassi Bayern Monaco (18 punti su 18) e il Barcellona di Xavi (la quarta erano i modesti cechi del Viktoria Plzen). Decisivo in quel contesto è stato il doppio confronto con i blaugrana, una squadra che e si era rafforzata nell’estate precedente con l’arrivo di Robert Lewandoski e che è appena diventata campione della Liga con soli 13 gol subiti in 34 partite (i nerazzurri sono stati capaci di segnarne loro quattro in due gare). Il tutto questo senza poter utilizzare praticamente per tutta quella fase due tra le sue stelle di prima grandezza: Romelu Lukaku e Marcelo Brozovic.

Nella seconda parte del percorso (quello a eliminazione diretta) l’Inter ha avuto il grande merito (e non è per nulla semplice) di sfruttare al meglio la benevolenza dell’urna di Nyon che gli ha messo davanti squadre tecnicamente alla sua portata quali Porto, Benfica e Milan, per quanto il portato emozionale del doppio derby sia stato enorme in termini di dispendio energetico.

Ovviamente essere arrivati in finale è una manna dal cielo per i nerazzurri sia in termini di bilancio – i premi UEFA arriveranno a 102 milioni di euro in questa stagione e gli incassi da stadio sono arrivati a 80 milioni – sia in termini di marketing nella sua accezione più ampia: quale occasione migliore di una finale di Champions per smerigliare il brand Inter? Sia per quanto riguarda la ricerca di un nuovo sponsor che rimpiazzi Digitalbits sulle maglie nerazzurre sia soprattutto in ottica di una cessione del club o di una operazione straordinaria che è sempre sottotraccia.

Il futuro dell’Inter è stato già analizzato in un precedente appuntamento di questa rubrica pubblicato recentemente. E probabilmente nulla cambierà sino a dopo la finale di Istanbul visto che ora giustamente tutto l’ambiente nerazzurro, dal presidente Zhang all’ultimo dei magazzinieri, è concentrato sull’appuntamento storico di Istanbul. Una partita che potrebbe rendere la stagione 2022/23 una tra le più gloriosa della già prestigiosissima storia nerazzurra. Anche se va messo in preventivo che per tutti gli esperti e i bookmakers la squadra di Inzaghi partirà largamente sfavorita nei confronti dell’inarrestabile Manchester City di Pep Guardiola.

Non di meno vanno sottaciuti i meriti di Roma e Fiorentina. Per quanto minori visto il prestigio inferiore delle manifestazioni, i benefici di incassi, bilancio e marketing sopra accennati sono validi anche per viola e giallorossi. Questi ultimi in particolare hanno anch’essi hanno il problema di sostituire lo sponsor Digitalbits sulle loro maglie dopo che la società di criptovalute ha smesso di pagare la Roma così come in precedenza era stato con l’Inter.

Nella Capitale Josè Mourinho rischia di diventare nel breve volgere di due stagioni uno dei tecnici più vincenti dell’intera storia giallorossa e i Friedkin (che lo hanno scelto) una delle proprietà con più allori della società capitolina. Per chi conosce il tecnico di Setubal un eventuale successo contro il Siviglia avrebbe poi un sapore particolare. Il tecnico portoghese non ha mai sopportato la logica, legata a una stortura del calcio&business, per cui chi fallisce nella competizione più importante venga ripescato in quella subito inferiore. La Roma era l’unica delle quattro semifinaliste a essere partita dall’Europa League (e invece non retrocessa dalla Champions League) e alzare il trofeo a Budapest darebbe ulteriore soddisfazione all’allenatore lusitano.

Quel che più conta però è che a tre giornate dal termine del campionato la Roma ha ancora due strade aperte per ottenere la qualificazione per la prossima Champions League: la prima passa per la conquista della Europa League, la seconda per il campionato. I giallorossi sono ora impegnati nella battaglia per il quinto posto con il Milan, ma lunedì 22 arriverà la sentenza su una eventuale penalizzazione della Juventus per la questione plusvalenze. E questa guerra per il quinto posto potrebbe diventare quella per il quarto.

La Fiorentina che male è andata in campionato ha ottenuto invece il suo massino nelle coppe centrando sia la finale di Europa League sia quella di Coppa Italia. E ora, oltre alla possibilità di far vivere a Firenze una delle stagioni più trionfali della sua storia, ha anch’essa una duplice strada per la prossima Europa League.

In questo scenari l’Italia può sognare di presentarsi ai nastri di partenza della prossima stagione europea con ben otto squadre e tre nella prima fascia della prossima Champions League. Uno scenario record mai visto prima in nessun Paese prima d’ora.

L’EXPLOIT NELLE COPPE

Quest exploit nelle coppe europee rappresenterà sicuramente un grande assist al presidente della Lega Serie A Lorenzo Casini e all’amministratore delegato Luigi De Siervo – che in questo momento si trova negli Stati Uniti d’America, a New York, per lavorare sul bando estero -, che presto saranno deputati a vendere i diritti televisivi della nostra Serie A. Sia in Italia per quel che concerne i diritti domestici sia in giro per il mondo per i diritti esteri. La cifra poi verrò ripartita tra i vari club secondo le modalità previste.

In particolare sarà un grande assist soprattutto per quanto concerne i diritti internazionali la cui vendita per gli anni dal 2024 in poi dovrebbe iniziare nei prossimi mesi. In primo luogo perché la vetrina europea è da sempre quella che può far attirare spettatori esteri verso il nostro campionato. In seconda istanza, e in maniera più preoccupante, perché da quanto inizia a trapelare, difficilmente sui diritti italiani si raggiungerà quanto auspicato dai vari club.

In settimana infatti è stato pubblicato il bando per la vendita dei diritti tv italiani per i campionati dal 2024/25 in avanti. La Lega Serie A ha presentato otto formule (esclusive, co-esclusive, partite in chiaro….), per ognuna delle quali è prevista una triplice scadenza temporale: triennale, quadriennale e quinquennale. Un totale quindi di 24 pacchetti per cui i broadcaster possono presentare le loro offerte (hanno poco meno di un mese tempo per valutare e quantificare le proprie proposte, che dovranno essere presentate in prima istanza entro il 14 giugno prossimo).

In termini complessivi, la Serie A, che ha incassato nel triennio precedente 2,8 miliardi di euro complessivi (circa 930 milioni a stagione), ora invece vorrebbe incrementare questo valore in un range tra 3,6 miliardi nel caso di vendita su tre anni fino a un massimo di 7,2 miliardi in caso di vendita quinquennale. L’obiettivo della Lega infatti è quello di incassare un minimo di 1,2 miliardi a stagione. Nel dettaglio se si raggiungerà quella cifra quando si apriranno le buste la trattativa verrà aggiudicata immediatamente, altrimenti De Siervo e il suo staff dovranno trattare con i vari brodacaster per ottenere il massimo possibile.

L’obiettivo però, appare ambizioso. Secondo quanto trapela infatti molti broadcaster non sarebbero inclini ad aumentare le offerte presentate nel 2021 quando la negoziazione si concluse con DAZN che si aggiudicò la trasmissione di tutte e 10 le gare di ogni giornata (di cui sette in esclusiva) per 840 milioni (in collaborazione con TIM che pagò a sua volta circa 340 milioni a DAZN per avere l’esclusiva su Timvision), mentre Sky acquisì la co-esclusiva di tre partite ad ogni turno per una media di 87,5 milioni annui.

Questo non significa che i broadcaster stanno abbandonando l’Italia. Tutto il contrario. Il ceo di DAZN nel nostro Paese, Stefano Azzi, ha messo in chiaro per esempio come l’azienda di Len Blavatnik sia in Italia per rimanere e punta ad avere un ruolo centrale per lo sviluppo e il rilancio della Serie A. Sky dal canto suo ha appena investito 660 milioni per assicurarsi i diritti della Champions League per il triennio 2024/25 al 2026/27 mentre Amazon  si è garantita il pacchetto con una gara a turno a fronte di un’offerta intorno agli 80-90 milioni a stagione. Inoltre la possibilità della partita in chiaro, inclusa nelle varie formule, lascia aperta la porta anche a Rai, Mediaset o la stessa Sky (su Tv8).

Il punto è il prezzo. Molti nel settore infatti non ritengono sostenibile un investimento di tale grandezza per i diritti interni, complice anche il fatto che la piaga della pirateria continua a pesare sul comparto. Inoltre bisogna considerare che DAZN non avrà più l’ausilio di TIM alle sue spalle e che Sky, pur in presenza di un bilancio 2022 che ha registrato perdite per 735 milioni di euro, ha puntato molto sulla Champions League investendo 660 milioni. L’emittente di Comcast potrebbe magari scegliere la strada di optare per i pacchetti in co-esclusiva, ma bisognerà trovare dei partner con cui presentare l’offerta.

Un punto a favore sembra invece l’opzione di potere investire per cinque anni. Una possibilità che potrebbe invogliare qualcuno a spingersi un po’ in la visto che i costi potrebbero essere spalmati su un periodo più lungo. E nello stesso tempo vanno salutate con favore le stime dell’Osservatorio Agcom sui primi nove mesi del 2022 secondo le quali le linee broadband, spinta probabilmente dal calcio in streaming, sono cresciute molto (oltre 1,2 milioni in più) rispetto ai primi 9 mesi del 2021.

Insomma la partita, per quanto non semplice, è comunque aperta e toccherà ai vertici della Lega portare a casa il risultato che i club vorrebbero.

QUANTO VALE LO SPORT IN ITALIA: I NUMERI DI BANCA IFIS

Quel che è certo invece è come investire nello sport è redditizio. Nell’ambito della Milano Football Week organizzata la settimana scorsa da La Gazzetta della Sport l’appuntamento più interessante per chi si occupa del business dello sport è stato l’incontro in cui è stata presentata l’edizione 2023 dell’Osservatorio sullo Sport System italiano di Banca Ifis.

Lo studio ha evidenziato in particolare come i ricavi legati al sistema sportivo italiano abbiano ormai superato il tetto dei 102 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL del 3,4%. Nei fatti il sistema sportivo, a conferma del suo stato di salute, nel breve volgere di qualche anno si è quasi riassestato sui valori pre-crisi confermando il suo solido apporto all’economia del Paese. Non certo secondario è il contributo all’occupazione, con oltre 405.000 addetti che operano a più livelli nel settore che conta 67.000 società sportive, 10.000 imprese produttrici, 9.500 società di gestione impianti e 50 tra società editoriali e di scommesse.

In particolare è emerso come il sistema si sorregga su quattro pilastri:

  • aziende a monte,
  • società core,
  • aziende a valle
  • ed esternalità positive

In questo quadro è interessante rilevare come, nel corso del 2022, le aziende produttrici (quelle a monte) abbiano avuto un aumento dell’export che ha spinto in alto i fatturati. I ricavi sono infatti cresciuti del 16% rispetto ai valori pre-crisi per un totale di 20,1 miliardi di euro di ricavi generati.

Non si sono dimostrate da meno le cosiddette società core, ossia le società di gestione degli impianti e le società sportive vere e proprie che nonostante abbiano scontato pesantemente i contingentamenti dovuti alla pandemia sono state in grado, le prime di registrare una ripresa dei ricavi sul 2019 (6,1 miliardi vs. 6,2 miliardi) e le seconde di maturare un incremento in termini di occupati (+3,2%) e del numero di società (+3,1%). Segnale che rappresenta anche la cartina tornasole della crescente voglia di sport degli italiani e che consente di prospettare un solido sviluppo nel 2023.

Le aziende a valle, insieme che raccoglie i player dell’editoria sportiva, degli eventi e del betting sportivo, rappresentano il comparto che ha risentito meno degli effetti pandemici, addirittura incrementando i ricavi rispetto al pre-pandemia, con un aumento del 16% trainato soprattutto dalle scommesse sportive (+32% sul 2019) che nel 2022 valgono quasi il 13% del gioco legale in Italia, con 16,5 miliardi di ricavi; calcio, tennis e basket si confermano i tre sport principali.

Infine, le esternalità positive, che affermano nel 2022 la capacità dello sport di creare un valore crescente (+13% vs 2019) anche in maniera indiretta, agendo su ambiti collaterali ma ugualmente importanti come il potenziale migliorativo sulla salute e sulla sicurezza e il coinvolgimento dei giovani in attività sane e formative che ne indirizzino in positivo i comportamenti e gli stili di vita.

Il progressivo allentamento delle restrizioni sanitarie ha inoltre permesso la ripresa del turismo sportivo. Nonostante nella prima metà del 2022 vi fossero ancora limitazioni, è bastata la seconda parte dell’anno a portare a un sostanziale riallineamento ai valori 2019 della spesa complessiva per il turismo sportivo, pari a oltre 7,2 miliardi di euro.

Se questo è il quadro generale, uno degli elementi di spicco dell’edizione 2023 dell’Osservatorio è stata l’analisi sulla portata dei grandi eventi sportivi quali i Giochi Olimpici e i Mondiali di Calcio, fenomeni globali che immettono riflessi nei Paesi e nelle Città ospitanti a più livelli. Si tratta infatti di manifestazioni che attraggono milioni di visitatori (più di 1 milione nell’ultima edizione delle Olimpiadi con pubblico e oltre 1,6 milioni l’ultima dei Mondiali di Calcio) e che generano miliardi di ricavi, con una forbice che va dai 6,5 miliardi di Rio 2016 agli 8,3 miliardi di Tokyo 2020 sul fronte olimpico e dai 9,3 miliardi di Russia 2018 agli oltre 12,3 miliardi di Qatar 2022 per quanto riguarda la coppa del mondo di Calcio. Un giro di affari che beneficia di molte componenti, in particolare all’ammontare già rilevante della spesa turistica si aggiungono i ricavi core rappresentati soprattutto da Diritti Tv e sponsorizzazioni.

Ma al di là dei numeri, assoluti e altrettanto impattanti, ogni grande evento sportivo rappresenta un’occasione irripetibile di effettuare investimenti in asset permanenti, come impianti e infrastrutture, che comportano un rinnovamento di grande rilievo per il Paese ospitante e sono fonte di valore a medio-lungo termine per il territorio.

Il tutto combinato con il fatto che secondo lo studio lo sport è anche un moltiplicare molto efficace di investimenti pubblici: infatti un milione di euro investiti dallo Stato movimenta 8 milioni di investimenti privati e, a cascata, produce quasi 21 milioni di ricavi. Numeri che testimoniano in maniera perentoria come l’opportunità di ospitare in Italia gli Europei del 2032 sia un’occasione da non poter mancare.