Per molti, e anche secondo le dichiarazioni ufficiali, le proteste dei tifosi e dei giocatori (che hanno iniziato le partite con 15 secondi di ritardo nell’ultimo turno de La Liga spagnola) sono state decisive per la decisione del massimo campionato spagnolo di cancellare la disputa a Miami del match Villareal-Barcellona del 21 dicembre, valevole per la 17ª giornata del campionato iberico.
In Spagna invece i maligni pensano che più che le varie manifestazioni di opposizione abbia potuto Florentino Perez, visto che non appena il numero uno del Real Madrid ha inviato al Consiglio Superiore dello Sport spagnolo (CSD) una comunicazione formale in cui esprimeva la propria ferma opposizione alla partita a Miami (sostenendo che tale incontro «avrebbe falsato la competizione») le cose sono cambiate. In particolare la sera stessa la Liga ha annunciato la cancellazione della trasferta a Miami a causa dell’incertezza sorta nelle ultime settimane.
La nota però non mancava di evidenziare «il profondo rammarico per un progetto, che rappresentava un’opportunità storica per l’espansione internazionale del calcio spagnolo. Visto che disputare una partita ufficiale fuori dai nostri confini sarebbe stato un passo decisivo per la crescita globale della competizione, rafforzando la presenza internazionale dei club, la visibilità dei giocatori e il posizionamento del calcio spagnolo in un mercato strategico come quello degli Stati Uniti».
Inoltre, secondo la Liga in un contesto globale sempre più competitivo, in cui leghe come la Premier League o competizioni come la Champions League continuano ad ampliare la propria portata e la capacità di generare ricavi, «iniziative di questo tipo sono fondamentali per garantire la sostenibilità e la crescita del calcio spagnolo. Rinunciare a simili opportunità ostacola la generazione di nuove entrate, limita la capacità dei club di investire e competere, e riduce la proiezione internazionale dell’intero ecosistema calcistico spagnolo».
Per la lega iberica si trattava anche di un tentativo di seguire il solco tracciato della best practice NFL che va sempre più in giro per il mondo a giocare match valevoli per il campionato statunitense di football americano. Anche se in quel caso la lega a stelle e strisce va in mercati in cui il suo sport di fatto non esiste.
L’ostilità di Perez e della gran parte degli altri club spagnoli era invece imperniata sulla questione che la partita all’estero avrebbe violato il principio di uguaglianza tra le squadre, alterando quindi la competizione nonché creando un precedente pericoloso e difficile da controllare.
Inoltre, siccome tutto il mondo è paese, non si può nemmeno ignorare che la Casa Blanca è in lotta per il titolo nazionale contro gli eterni rivali del Barcellona (il Clasico per altro è in programma domani al Bernabeu) e a Madrid non piaceva più di tanto l’innovazione per la quale i blaugrana potessero giocare un match delicato in campo “neutro” piuttosto che allo Stadio della Ceramica, caldissima tana del Villareal.
Liga, Tebas: «Niente partita a Miami? Persa un’occasione per fare un passo avanti»
La mossa del Real Madrid non può però essere interpretata solo in chiave sportiva. Il club di Perez è da anni ai ferri corti con Javier Tebas, presidente de La Liga, sul modello di gestione e sulla strategia di proiezione internazionale della competizione (anche il Barcellona è all’opposizione nei confronti di Tebas, però ultimamente la posizione dei catalani si è molto ammorbidita in questo senso). Non a caso non appena incassata la sconfitta politica Tebas è passato alla controffensiva pubblicando su X un post al veleno: «Oggi il calcio spagnolo ha perso un’occasione per fare un passo avanti. Si invoca la difesa della “tradizione” da una prospettiva chiusa e provinciale, mentre le vere tradizioni del calcio europeo sono minacciate dalle decisioni delle istituzioni che lo governano, le quali anno dopo anno distruggono i campionati nazionali, autentico motore dell’industria calcistica del continente, di fronte all’ingenuità e alla passività dei governanti europei che non sanno distinguere ciò che è essenziale da ciò che è irrilevante».
Poi il manager ha proseguito tornando ad alimentare le ombre che da sempre aleggiano sul Real Madrid: «Si fa appello alla “integrità della competizione” da parte di chi, da anni, mette in discussione quella stessa integrità, esercitando pressioni sugli arbitri e sui politici, costruendo narrazioni distorte o utilizzando la pressione politica e mediatica come arma sportiva».
Quel che è certo è che la cancellazione della partita negli USA è stata salutata con piacere sia dalla UEFA che dalle istituzioni politiche continentali. Da Nyon, sede della federcalcio europea si è spiegato: «La UEFA accoglie con favore la decisione della Liga. La nostra posizione riguardo alle partite di campionato giocate all’estero resta chiara», ha spiegato un comunicato diffuso dalla UEFA riecheggiando una nota di qualche settimana or sono con la quale Nyon aveva «ribadito la sua netta opposizione a che le partite dei campionati nazionali si disputino fuori dal paese d’origine vista la mancanza generalizzata di sostegno già espressa da tifosi, altre leghe, club, giocatori e istituzioni europee riguardo al concetto di spostare all’estero le partite dei campionati nazionali».
Sulla stessa linea le istituzioni politiche. Da Bruxelles è intervenuto Glenn Micallef, commissario europeo per l’Equità Intergenerazionale, la Gioventù, la Cultura e lo Sport, tirando in ballo anche la Serie A. Il politico sul proprio profilo personale di X ha pubblicato: «Accolgo con favore la decisione della Liga di cancellare la partita di Miami. È una vittoria per i tifosi, i giocatori e le tradizioni che rendono speciale il calcio europeo. Rappresenta una chiara riaffermazione del Modello Sportivo Europeo e dei valori che esso incarna. Dobbiamo continuare a lavorare insieme a leghe, club e UEFA per salvaguardare l’integrità, la concorrenza leale e il legame tra i club e le loro comunità. Confido che anche la Serie A rifletta su questo approccio. Mantenere il nostro calcio radicato in Europa rafforza tutti».
La Serie A resta sola dopo il dietrofront de La Liga
In chiave italiana però il punto è che dopo il dietrofront de La Liga, la Serie A è adesso l’unica lega europea con in programma un match di campionato all’estero: Milan-Como del prossimo 7 febbraio a Perth in Australia.
Una decisione che, si noti bene, non è ancora ufficiale visto che si attende il via libera da parte della FIFA e della confederazione calcistica asiatica (ieri è arrivato quello della Federcalcio australiana), ma che però non ha mancato di suscitare notevoli polemiche, sia in Italia sia oltre confine.
Nello specifico, due giocatori coinvolti, ovvero i milanisti Mike Maignan e Adrien Rabiot (che probabilmente per età e status non hanno avuto paura di esporsi come invece potrebbero avere colleghi più giovani) hanno apertamente criticato la decisione. Anche se a onor del vero, a differenza di quanto avvenuto in Spagna, sinora in Italia l’Associazione calciatori non si è esposta espressamente contro la gara («Il problema non è certo la partita in sé, resta il dubbio se sia questo il modello da inseguire», ha dichiarato il presidente dell’AIC Umberto Calcagno nelle scorse settimane a Tuttosport).
Contrari sono anche i due allenatori di Milan e Como. Il lariano Francesc Fabregas da subito si era scagliato contro questa ipotesi («Non mi sembra la cosa più giusta», ha detto lo scorso luglio) ed è tornato a ribadire il concetto anche ultimamente: «Non è confermato ancora. È possibile che non si faccia. Io ho detto 3 mesi fa quello che ho detto, lo confermo personalmente. Poi però sono un lavoratore di una società, non vado contro i nostri tifosi e la mia società, però ho la mia opinione personale».
Più sfumata, ma non meno chiara, la posizione di Massimiliano Allegri che nell’ultima conferenza stampa ha spiegato: «Posso dire una cosa, ma conta relativamente poco. L’importante è che sia presa una decisione il più presto possibile. Se giocheremo in Italia meglio, se dovremo andare a Perth ci organizzeremo».
Inoltre si sono opposti all’idea anche la maggioranza degli addetti ai lavori e ora anche qualche dirigente inizia ad esporsi apertamente. Il patron del Torino Urbano Cairo per esempio ultimamente ha spiegato: «Non è una cosa che apprezzo molto. L’unica ragione per cui può essere giustificabile è il fatto che si porti in giro per il mondo il nostro calcio. Ma certamente non lo porti con un evento come Milan-Como a Perth. Da parte mia non la vedo come una cosa positiva, secondo me non è da fare. A maggior ragione se poi può sacrificare lo stage per la nazionale».
Per altro, secondo quanto trapela, la possibilità di giocare una gara di campionato all’estero era stata proposta a suo tempo anche all’Inter però il presidente Giuseppe Marotta ha preferito declinare l’invito, visti i tanti impegni, anche internazionali, della squadra nerazzurra.
A livello tecnico comunque perché il dietrofront sulla disputa di Milan-Como a Perth giunga dalla Lega servirebbe la richiesta di otto club e l’annullamento di una delibera che, a onor del vero, era stata votata favorevolmente all’unanimità.
Gli svantaggi di giocare a Perth
Non certo da ultima vi è la questione dei tifosi. Per quelli rossoneri lo svantaggio più evidente è senz’altro quello di vedere solo 18 e non 19 partite della propria squadra a San Siro, per altro in una stagione senza coppe europee.
Inoltre il Milan non avrà il supporto del proprio pubblico in una partita comunque delicata. E in questo senso, se Perez sosteneva che per il Barca fosse un vantaggio giocare in campo neutro contro il Villarreal (e non in trasferta), allo stesso modo non si capisce perché per il Milan non debba essere uno svantaggio disputare su un campo non suo un match ufficialmente in casa.
Questo però non sembra importare più di tanto alla società rossonera visto che la sua dirigenza ha avallato con entusiasmo l’iniziativa australiana. Il Milan d’altronde sa a cosa va incontro visto che non è la prima volta che giocherà in Australia: ha giocato un’amichevole nel maggio 2024 contro la Roma, quando c’erano stati 56mila spettatori all’Optus Stadium di Perth (dove si dovrebbe giocare la sfida con il Como), e lo scorso luglio ha sfidato il Perth Glory davanti a 20mila spettatori all’HBF Park sempre a Perth. Per altro pare che la società sia al lavoro per i preparativi per presentare al meglio la partita.
In questo quadro per i tifosi del Diavolo contrari all’idea c’è la consolazione almeno che la trasferta australiana della loro squadra non avrà per loro un peso economico, dato che la società ha comunicato per tempo le modalità di rimborso per chi si è abbonato in estate.
Dal canto loro anche i tifosi comaschi dovranno rinunciare a qualcosa, visto che non potranno godere di una delle trasferte geograficamente più comode del campionato (50 chilometri circa la distanza tra le due città) oltre al piacere di veder giocare la propria squadra nello scenario sempre affascinante di San Siro, che in quei giorni sarà a disposizione del CIO per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.
I ricavi non bastano a giustificare la trasferta
Però c’è dell’altro. Nel corso degli anni Calcio e Finanza ha sempre veicolato il messaggio che il calcio è un comparto industriale molto importante, che va considerato quale settore di primo piano nell’ambito generale dell’economia italiana. Nello stesso tempo però questa testata ha sempre sostenuto che per capire appieno il valore economico (e non solo) dello sport più popolare del mondo va tenuto conto che è soprattutto un qualcosa che va pesato e valutato al di là dei meri numeri. Un qualcosa nel quale valori intangibili quale la passione dei tifosi, il blasone delle varie squadre, la storia dei club hanno un peso importantissimo non solo da un punto di vista morale e istituzionale, ma anche da quello economico.
Nei fatti è la distinzione tra la finanza e la mera ragioneria numerica. Oppure, per dirla in maniera un po’ più brutale, tra la differenza di competenze e capacità di un dirigente di alto livello di un’azienda e quelle di un contabile di primo livello.
Adesso però ipotizziamo di ragionare per assurdo e quindi, andando contro quanto appena scritto, assecondiamo una visione del calcio quale mero business basato sui numeri. Ebbene, anche sotto questo punto di vista la partita di Perth non sembra convincere.
Nello specifico, a fronte di una trasferta dall’altra parte del mondo da svolgere in pochi giorni (e quindi con anche il passaggio dall’inverno boreale all’estate australe e viceversa) i soldi incassati dai due club non sono molti. L’operazione avrà anche un valore economico, che stando a quanto appreso da Calcio e Finanza, si attesterà intorno ai 12 milioni di euro complessivi, la cifra investita dall’Australia per ospitare l’evento. Da questo totale andranno dedotti i costi per l’organizzazione del match, a carico della Lega Serie A (trasferte delle due squadre e costi legati alla produzione dell’evento, televisiva e non solo).
Tra premi per i club e costi dell’evento: le cifre di Milan-Como in Australia
Scorporando questi costi, rimarranno tra gli 8 e i 9 milioni di euro da distribuire alle due società coinvolte e agli altri club di Serie A. Il Milan incasserà la fetta maggiore, essendo formalmente la squadra di casa, mentre il Como incasserà una quota più bassa per la partecipazione. Infine, un gettone è previsto anche per le altre 18 società del massimo campionato italiano, per avere votato a favore della proposta
Ora quand’anche il Milan incassasse sino al 50% del valore dell’operazione, si tratterebbe di una cifra simile a quella che ha intascato l’Inter per giocare a Bengasi (Libia) un’amichevole contro l’Atletico Madrid durante l’ultima pausa delle nazionali. Schierando quindi in gran parte riserve o giocatori meno utilizzati.
Non solo: ma non è una cifra nemmeno così clamorosamente più alta di quella che avrebbe incassato il Milan giocando a San Siro contro il Como. In una partita paragonabile a quella contro i lariani, tipo Milan-Bologna del 27 gennaio 2024 alle 20.45, la società di Cardinale aveva incassato 2,3 milioni di ricavi standosene tranquillamente a Milano.
D’altra parte, è vero che il Como passa dagli 0 euro del Meazza a magari al milione di Perth, ma ad un club come i lariani, di proprietà dei miliardari indonesiani Hartono, siamo sicuri che questo cambi qualcosa?
Inoltre, andando su questioni di più lunga visione, va notato come, a dispetto di tutti i discorsi sull’importanza di esportare il nostro calcio e il brand del nostro campionato all’estero, anche a livello strategico la partita di Perth non convince. Perché un conto è giocare Villareal-Barcellona negli Stati Uniti, un altro è disputare Milan-Como in Australia.
Oltre alla logistica sicuramente migliore (sia in termini di durata del viaggio che di cambio di stagione), non si può ignorare che gli USA sono considerati uno dei mercati, se non il mercato, del futuro nel calcio. Quest’anno hanno ospitato il Mondiale per Club, l’anno prossimo avranno la spinta della Coppa del Mondo per nazionali e soprattutto sempre più investitori nel calcio provengono dal Nord America, che stando alle classifiche di Forbes è l’area del pianeta con il maggior numero di milionari.
Inoltre la città della Florida, grazie alla presenza dell’Inter Miami di David Beckham e Lionel Messi e in virtù dei tanti latino-americani che vi vivono, è uno dei cuori pulsanti dell’espansione del calcio negli Stati Uniti.
Invece è notevolmente più difficile capire quale sia la ratio e quali possano essere gli sviluppi economici dietro la scelta dell’Australia, mercato assolutamente secondario per il mondo del pallone. Per dare un’idea la Premier League incassa circa 55 milioni di euro annui dai diritti tv dal mercato australiano. Cifre di ben poco conto se paragonate a quelle intascate dal campionato inglese in altri mercati come gli USA (circa 450 milioni annui) o l’area Medio Oriente e Africa (circa 180 milioni annui).
Al limite, tirando le somme, potrebbero essere contenti i due fratelli Hartono, proprietari del Como dal 2019 che per una volta potrebbero vedere giocare la propria squadra non lontanissimo dalla propria residenza. A meno che Gerry Cardinale e la sua Redbird non valutino che l’Oceania o il vicino Sud-Est asiatico possano essere un mercato importante sia a livello commerciale sia per trovare nuovi investitori per i propri investimenti, siano essi il Milan oppure no.