Arbitri, razzismo e finanza. Serie A al punto di non ritorno

Non si fa in tempo a gioire per l’ottimo percorso in Europa delle squadre di Serie A senza che il calcio italiano non ne approfitti per sporcare la propria immagine

Decreto Crescita niente proroga
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(Foto: Andrea Staccioli / Insidefoto)

Non si fa in tempo a gioire per l’ottimo percorso in Europa delle squadre di Serie A senza che il calcio italiano non ne approfitti per sporcare la propria immagine internazionale, già per altro molto ammaccata. In attesa che si capiscano meglio a cosa porteranno le perquisizioni della Guarda di Finanza nelle sedi di Lazio, Roma e Salernitana, l’episodio più emblematico di questi giorni è stato senza dubbio quello relativo ai vergognosi insulti razzisti durante Juventus-Inter di Coppa Italia verso Romelu Lukaku  (al quale va ovviamente tutta la solidarietà di questa testata così come a tutte le persone vittime di atti razzisti nel calcio e non solo).

Purtroppo questa pratica non rappresenta né una novità per il calcio italiano né tantomeno una esclusiva dei tifosi juventini visto che sono anni che si va avanti blaterando senza che se ne riesca a cavare un ragno dal buco. Vi è infatti l’imbarazzo della scelta tra i tanti episodi che non è piacevole ricordare: dagli insulti allo stesso Lukaku a Cagliari durante prima stagione nerazzurra del belga nel settembre 2019, alla scandalosa “accoglienza” riservata a Kalidou Koulibaly in una sfida tra Inter e Napoli a San Siro nel 2018, oppure si può tornare indietro di anni al caso Zoro (durante un Messina-Inter nel 2005) o a Kevin Prince Boateng che nel gennaio 2013 smise di giocare una amichevole tra Pro Patria e Milan a Busto Arsizio. Il tutto senza scordare le continue vessazioni subite dall’italianissimo Mario Balotelli durante la sua carriera in Serie A.

Non solo. Ma ormai non passa derby di Roma (ma non solo nella stracittadina capitolina) che non si sentano cori antisemiti oppure non c’è partita che veda impegnati protagonisti di origine balcanica che non diventi occasione per cori di discriminazione. Soltanto negli ultimi 15 giorni: Dusan Vlahovic e Filip Kostic insultati a San Siro in Inter-Juventus, Edin Dzeko preso di mira all’Allianz Stadium in Juventus-Inter e Dejan Stankovic all’Olimpico per Roma-Sampdoria.

Posto che non ci sono distinzioni di sorta tra i vari episodi – tutti da schifare in egual misura – per dovere di cronaca va segnalato come quanto successo a Lukaku abbia avuto una eco planetaria che ha messo, giustamente, alla berlina il calcio italiano di fronte a tutto il mondo: colpevole di una ignavia ormai insopportabile su questo tema.

Sono tanti i motivi per cui questa volta l’episodio, finalmente, ha avuto l’enfasi dovuta. Ovviamente niente in Italia ha il potere mediatico di un Juventus-Inter trasmesso in diretta e in chiaro, ma va anche riconosciuto a Lukaku il merito – forse perché cresciuto in un Paese, il Belgio, dove le tensioni con gli immigrati dalle ex colonie si sono sommate a quelle sempre esistite tra Fiamminghi e Valloni – di non averle mai mandate a dire sul tema razziale (si ricordi lo screzio con Ibrahimovic ai inizio 2021 sui supposti riti voodoo della madre insinuati dallo svedese). Infine non va scordato che l’immagine del bomber interista è curata da una importantissima agenzia statunitense, la Roc Nation, agenzia di entertainment e management di proprietà del celebre rapper Jay-Z che a livello sportivo segue, tra gli altri, anche stelle come Marcus Rashford del Manchester United oltre ad avere una partnership con il Milan. Sta di fatto che nel breve volgere di 24 ore tutte le principali testate mondiali – dalle statunitensi Fox e Cnn, alla britannica BBC per finire a tutte i maggiori quotidiani nordamericani ed europei – hanno dedicato ampio spazio alla notizia facendo vergognare di fronte a tutto il mondo l’intero movimento italiano.

Infatti è stata proprio Roc Nation con un durissima nota a poche ore dai fatti dello Juventus Stadium a denunciare per prima in maniera puntuale quanto accaduto a Lukaku. Spiegando le cose per quel che erano e mettendo finalmente la parola fine a quel dico e non dico che veleggiava in quelle ore sui media italiani.

(Questa testata si è sempre occupata poco delle opinioni dei calciatori concentrandosi su quelle dei dirigenti. E anche in questa sede preferisce stendere un velo di silenzio – forse in maniera colpevole- su alcune dichiarazioni quantomeno raccapriccianti udite nell’immediato post-partita, preferendo concedere l’attenuante dello stress post gara)

La nota di Roc Nation evidentemente ha avuto anche l’effetto di mettere di fronte alle proprie responsabilità il calcio italiano in quello che non solo è il mercato sportivo più importante del pianeta ma quello da dove negli ultimi tempi arrivano la maggior parte degli investitori ultimamente: quello statunitense. Si pensi se un episodio del genere fosse successo in una partita di NBA o di NFL.

Non a caso di lì a poche ora la notizia ha fatto il giro del mondo. In Italia il primo a stigmatizzare l’episodio è stato nella stessa notte il ministro dello Sport Andrea Abodi tramite Twitter. Mentre il mattino successivo sono arrivate le note di condanna da parte di molte istituzioni e squadre, tra le quali Lega Serie A e la Figc, e i club di Lukaku, l’Inter, l’Anderlecht, il Chelsea e quello ufficiale della federazione belga. Oltre alla condanna via social (a conferma della portata internazionale dell’accaduto) di molti calciatori e sportivi, tra questi lo juventino Locatelli, il madridista Vinicius Junior, i milanisti Maignan e Bennacer e il parigino Mbappé.

Va tuttavia detto che nelle stesse ore a Londra sono avvenuti eventi simili in ChelseaLiverpool (cori da parte dei tifosi blues sulla tragedia di Hillsborough) e i comunicati di condanna sono arrivati in maniera molto più celere di quanto avvenuta in Italia. Sintomo forse di una maggiore sensibilità nel Regno Unito. Ma tant’è. L’importante che anche in Italia ci si sia fatti sentire. E ora la speranza viste le prese di posizioni da parte delle massima autorità italiane in questo campo è che si passi dalle parole ai fatti finalmente.

In questo ottica non va nemmeno sottaciuto il merito della Juventus, che grazie al suo impianto di proprietà e moderno (e questo è un altro merito ascrivibile al club torinese) ha già permesso, come già successo in passato, di individuare alcuni dei colpevoli, di mettere le immagine a disposizione della Digos e di sanzionarli. Parliamo di alcuni dei colpevoli perché dal referto dei procuratori federali presenti allo Stadium è evidente come i cori di discriminazione siano stati intonati da ben più di due persone. Quindi anche su questi fronte il lavoro è ancora molto lungo.

LA NOTA STONATA DEGLI ARBITRI NEL CASO LUKAKU

In questo quadro una voce veramente stonata è stata quella degli arbitri. Le giacchette nere non hanno trovato meglio che far trapelare il giorno successivo la notizia che secondo i vertici arbitrali la direzione di Massa era stata corretta. Di qui l’indomani la decisione del giudice sportivo di squalificare il centravanti interista per una giornata. Ma dal referto dei procuratori federali presenti allo stadio emerge che dopo la prima ammonizione a Lukaku, avvenuta piò meno all’80esimo per un fallo su Gatti,  «sostenitori della Juventus occupanti il primo anello della Tribuna Sud intonavano versi di discriminazione razziale» all’indirizzo del numero 90 interista. «Versi consistenti nella riproduzione del verso della scimmia (“Uhh Uhh”) venivano effettuati dalla maggioranza dei 5034 spettatori nel settore e veniva percepito da tutti e tre i delegati della Procura Federale».

Quindi Massa potrebbe aver sbagliato a non espellere Lukaku per il fallo, molto duro, su Gatti (ma questo era un fallo di gioco), ma sicuramente ha sbagliato a non fermare l’incontro come impone il regolamento (secondo l’articolo 62 delle NOIF, le norme organizzative della FIGC) visto che ha avuto a disposizioni ben dieci minuti per farlo. Dieci minuti in cui il centravanti belga, secondo il referto, è stato bersagliato da ululati razzisti che inevitabilmente finito per esacerbarlo.

Per altro anche sulla seconda ammonizione si potrebbe disquisire all’infinito, per esempio l’ex arbitro Calvarese sulle nostre pagine ha smontato le scelte di Massa. Il giocatore aveva esultato in maniera simile in Nazionale nelle recenti qualificazioni europee senza che il direttore di gara di quella partita prendesse provvedimenti. Ora se un giocatore non ha nemmeno il diritto di dire “muti” a chi lo ha insultato in maniera razzista per almeno dieci minuti, viene da domandarsi quale sanzione avrebbe mai potuto prendere Massa nei confronti di Giorgio Chinaglia se fosse stato chiamato a dirigere quel derby di Roma nel 1974 in cui Long John dopo un gol sfidò la curva giallorossa puntando il dito verso di essa. O per rimanere ai tempi più recenti verso Zlatan Ibrahimovic nel derby di Milano nel 2010/11, quando lo svedese, tornato in Italia con la maglia del Milan dopo gli anni all’Inter, segnò il gol decisivo ed esultò mostrando le orecchie sotto la curva nerazzurra.

Il combinato disposto di tutto questo è stato che il messaggio inviato dai nostri arbitri al mondo – e infatti così è stato recepito nelle pagine della stampa internazionale – è che se in Italia un giocatore reagisce a degli insulti razziali prolungati, questo giocatore viene punito.

D’altronde il designatore arbitrale Gianluca Rocchi in questa stagione ha sempre spiegato che i suoi direttori di gara stanno facendo una grande annata. E questo malgrado si siano verificati errori al limite dell’inverosimile nell’epoca del Var: basti pensare a JuventusSalernitana o a Monza-Inter. Per non parlare all’atteggiamento da sceriffo in Cremonese-Roma del quarto uomo Serra nei confronti di Josè Mourinho.

IL PESO DELL’ENNESIMA FIGURACCIA SUI DIRITTI TV

Quel che è sicuro è che il calcio italiano ha fatto l’ennesima pessima figura di fronte al mondo. Un atto gravissimo in sé e che ha sottolineato ancora una volta l’ignavia con cui le autorità italiane hanno trattato il tema negli ultimi anni senza avere ottenuto praticamente nulla.

Entrando nello specifici di questa testata, è un pugno in pancia che colpisce anche gli interessi economici del nostro campionato. Soprattutto per chi dovrà presto vendere i diritti televisivi del nostro campionato all’estero. «Perché mai un appassionato, non italiano e non nato tifoso di una squadra di Serie A, dovrebbe pagare per vedere partite in cui non solo i giocatori sono speso vittime di abusi razziali, ma vengono anche puniti se non sottostanno a questo schifo. Una cosa inaccettabile in molte nazioni dalle caratteristiche multietniche e non solo». ha spiegato in questi giorni a chi scrive uno di questi manager. «E in termini meramente economici si tenga presente che la cosa è ancora più grave perché sono proprio i mercati più ricchi – Stati Uniti per esempio – quelli che sono più attenti alle questioni razziali».

Il tema in effetti è più caldo che mai. In più di una occasione questa rubrica ha spiegato che gli incassi per la rinegoziazione sui diritti tv interni è prevista al ribasso e quindi si cercherà di compensare il più possibile tramite l’asta per quelli internazionali.

Ma nei convegni cui partecipa il gotha dirigenziale del calcio italiano trapela una grande preoccupazione per il momento di immagine delle grandi storiche della Serie A – in ordine alfabetico, Inter, Juventus e Milan -, che tradizionalmente trainano il nostro movimento anche a livello commerciale. Se infatti secondo molte analisi emerge che le tre grandi assommino insieme circa l’80% dei tifosi in Italia, quando si parla con chi poi vende i diritti televisivi del nostro campionato trapela che il peso delle tre grandi storiche nelle negoziazioni è addirittura superiore. Senza il loro traino è difficile piazzare il prodotto sui mercati.

LA SITUAZIONE TRA JUVE, INTER E MILAN

Entrando nello specifico, infatti, nessuna delle tre sta benissimo sotto questo punto di vista.

La Juventus, al di là della questione Lukaku esplosa in settimana, è alle prese con un calo della propria immagine internazionale a causa dei processi sportivi e ordinari in cui è coinvolta. Prova ne sia l’intervista rilasciata a Mediaset – realizzata da Bruno Longhi prima dei fattacci di Juventus-Inter – da parte di un manager esperto e stimato in tutta Europa quale l’ex attaccante tedesco Karl-Heinz Rummenigge, il quale ha parlato apertamente di una immagine «sporcata» della Juventus a livello internazionale.

Rummenigge si badi bene non è soltanto una vecchia gloria del calcio giocato ma è stato soprattutto per anni amministratore delegato del Bayern Monaco, che ai suoi tempi era probabilmente la società meglio gestita al mondo, oltre che, non va scordato, la fonte di ispirazione manageriale di Andrea Agnelli nella prima fase della sua gestione della Juventus, tanto che l’ormai ex presidente bianconero fu il successore scelto da Rummenigge alla guida dell’ECA, l’associazione europea dei club.

E se è assolutamente vero che gli investitori preferiscono sistemi che sappiano fare pulizia al suo interno ed è quindi auspicabile che la piena giustizia sugli eventuali misfatti del club torinese, è nello stesso modo comprensibile che venditori e marketing manager vivano come un vero e proprio incubo la sola possibilità che la società bianconera possa essere retrocessa per questioni legali.

Ma, come si diceva, se Atene piange, Sparta non ride. Se infatti la Juventus ha nella famiglia Agnelli-Elkann probabilmente la miglior proprietà che un tifoso possa sperare per il proprio club, in grado di risolvere qualsiasi problema finanziario con ingenti aumenti di capitale, l’Inter invece ha un grosso problema in questo senso.

La società nerazzurra ha infatti una posizione finanziaria netta negativa per quasi 300 milioni, debiti complessivi per oltre 850 milioni e quindi paga interessi annui per oltre 40 milioni e malgrado il percorso di risanamento intrapreso i conti sono pesantemente negativi. In più particolare non certo secondario gli Zhang nel 2024 dovranno ripagare un prestito da 292 milioni (con interessi PIK al 12%) al fondo statunitense Oaktree, soldi che gli Zhang hanno richiesto per la necessità di immettere liquidità nell’Inter. In questo quadro se la squadra di Inzaghi non dovesse centrare la qualificazione alla prossima Champions League è probabile che l’Inter debba entrare in un processo di ridimensionamento molto più severo di quanto preventivato. Terrorizzando anche in questo caso chi dovrebbe vendere i diritti tv della Serie A.

Tutto questo a meno che non si concretizzino le indiscrezioni su un possibile vendita del club Il Sole 24 Ore in settimana ha ipotizzato un ritorno di interesse da parte della società del Bahrein Investcorp (in passato interessata al Milan ma che aveva già visionato anche i nerazzurri). La notizia è stata pubblicata nei giorni successivi a un grande convegno organizzato dallo stesso quotidiano milanese sul private equity e al quale hanno partecipato molti esponenti del mondo calcistico ed economico. In quelle occasioni si incontrano molti personaggi influenti del mondo finanziario e i backstage di quegli eventi sono tradizionalmente una buona se non ottima fonte di notizie.

Inoltre sono circolate voci su una cordata di imprenditori italiani interessati all’acquisto del club nerazzurro e di cui farebbero molti nomi noti del nostro settore industriali. Tra questi Claudio Del Vecchio (ex proprietario di Brooks Brothers e figlio di Leonardo, storico fondatore di Luxottica), Patrizio Bertelli (Prada), Ernesto Bertarelli (Biotech S.A), Remo Ruffini (Moncler), Valentina Pellegrini (figli dell’ex presidente interista Ernesto) e Alessandro Ermolli (figlio di Bruno, storico consulente di Berlusconi).

Il Milan, al di là di quanto sta emergendo sul passaggio di proprietà dal fondo Elliot alla RedBird di Cardinale, sta nettamente meglio rispetto ai cugini nerazzurri. Visto che particolare non certo secondario è praticamente senza debiti e molto più avanti nel processo di risanamento. Detto questo anche il Milan non ha il profilo ideale per quel che servirebbe al movimento italiano nel suo complesso. Cardinale per sua stessa ammissione ha fatto un acquisizione utilizzando lo stile private equity e nel medio termine dovrà uscire da questo investimento ripagando i suoi investitori.

Insomma, ha spiegato un dirigente al vertice del calcio italiano, non è una proprietà di lunghissimo periodo che servirebbe per potervi contare per molte stagioni e pianificare insieme un futuro. Questi tipi di proprietà, ha proseguito il manager, oltre alla Juventus sono ora alla guida di club che sono la borghesia del calcio italiano – Napoli, Torino, Fiorentina, Lazio e Roma – ma queste società non garantisco il traino commerciale, soprattutto all’estero, delle milanesi. Per altro su almeno due di queste – Lazio e Roma – in settimana è arrivata l’ombra della Procura e delle sue indagini.