Football Affairs, l'opinione di Luciano Mondellini

Mentre il calcio italiano è stato squassato in settimana dalla vicenda Juventus che si è vista infliggere una la penalizzazione di 15 punti in classifica, c’è un tema che invece da quasi quattro anni sta dominando le pagine della politica economica del calcio: quello che riguarda il nuovo stadio di Milano.

Negli anni della Prima Repubblica, prima che lo scandalo di Tangentopoli ne svelasse le nefandezze anche a chi si ostinava a non vedere, Milano veniva definita la Capitale Morale. Un nomignolo che tendeva a significare la buona amministrazione politica-economica del capoluogo lombardo rispetto a una certa mollezza soprattutto di Roma, simbolo del non decisionismo a livello nazionale.

Questa sorta di esaltazione del modello Milano è poi ripresa nei primi anni del secolo in concomitanza di un forte sviluppo immobiliare per arrivare al picco negli anni post Expo 2015. E chissenefrega se ormai acquistare un appartamento a Milano è diventato pressoché impossibile: con uno stipendio da 1.500 euro mensili, secondo un recente studio, si può comprare al massimo un appartamento da 31 metri quadri con un mutuo ventennale.

Tutto questa esaltazione della Milano che corre e guarda verso le grandi metropoli europee però sembra essersi arenata di fronte a uno dei moloch della politica cittadina: San Siro e la popolarità e gli interessi che si muovono attorno il calcio. Tanto che il Sindaco Giuseppe Sala (che prima delle ultime amministrative ha aderito a Europa Verde, ma nei fatti è l’alfiere nel centrosinistra milanese), dopo una brillante carriera da manager privato e pubblico e dopo una rielezione alla poltrona di primo cittadino del capoluogo lombardo, appare sempre sempre più preoccupato e rischia di bruciarsi proprio su questo tema.

Più si va avanti infatti e più la questione del nuovo stadio di Milano assomiglia a una matassa sempre più intricata, che sta mettendo alla berlina il mito dell’efficientismo meneghino. Un gomitolo che non appena si muove un filo si attorciglia sempre di più ed è sempre più arduo da dipanare.

SAN SIRO TRA ELEZIONI LOMBARDE E TENSIONI NEL GOVERNO

E la cosa è tanto più vera ora visto che nella questione – oltre alla dialettica sinora inconcludente tra il Comune e le due squadre – si sono inserite con tutto il loro peso le dinamiche politiche nazionali. Queste ultime sono legate a doppio filo a quelle regionali visto che tra meno di un mese, il 12 e il 13 febbraio, i cittadini lombardi saranno chiamati alle urne per rinnovare i vertici di Palazzo Lombardia, sede istituzionale della Giunta Regionale della Lombardia.

I colleghi che seguono quotidianamente la politica nazionale infatti scrivono un giorno sì e l’altro pure di come la vera opposizione al governo Meloni non sia quella rappresentata da PD e Cinque Stelle ma sia soprattutto quella interna alla maggioranza di governo con Forza Italia e Lega che hanno l’obbligo di smarcarsi e distinguersi il più possibile per non venire svuotati da Fratelli d’Italia.

La cosa, come si diceva, assume ancora più rilievo in vista delle elezioni regionali in Lombardia – evento che di per sé e da sempre ha rilievo nazionale visto che si tratta della regione più ricca e di più popolosa d’Italia – ma che stavolta ne assume ancora di più perché Lega e Forza Italia rischiano di subire una umiliante sconfitta in casa nei confronti di Fratelli d’Italia. Una eventualità piuttosto difficile da digerire per due partiti capeggiati dai milanesi Berlusconi e Salvini e che considerano – a torto o a ragione- la Lombardia da sempre come la propria casa. E siccome Inter e Milan hanno una gran parte dei loro tifosi in Lombardia, è evidente, spiegano negli ambienti di Palazzo Lombardia (che a Milano è esattamente di fronte la sede di Calcio e Finanza) come il tema San Siro, così popolare in tutta le regione, diventi anche un tema politico in vista delle elezioni. E sul quale non è sconveniente differenziarsi politicamente.

In questo quadro provando a dipanare la matassa di cui sopra e dopo aver sentito più di un eletto e di un cronista politico di stanza sia a Roma, che a Palazzo Lombardia che a Palazzo Marino (sede del Comune meneghino) la situazione pare essere questa:

Fratelli d’Italia, che i sondaggi danno con il vento in poppa, sembra aver fiutato la trappola e vuole lasciare la patata bollente a chi di dovere: ovvero alla giunta di Milano targata PD del sindaco Giuseppe Sala. Di qui le parole del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano: «Sullo stadio San Siro non c’è alcun vincolo. Lo stato dell’arte è questo: al momento, non c’è alcun vincolo e dovrà essere il sindaco di Milano a decidere cosa vuole fare». E anche del presidente del Senato Ignazio La Russa, capataz meneghino del partito, che pilatescamente ha spiegato che ci vorrebbero due stadi (quindi tenendo in piedi anche l’attuale san Siro), ma bontà sua non ha reso noto con quali fondi.

Per quanto concerne la Lega, Salvini invece ha sposato totalmente la linea dei club e ripete a ogni piè sospinto che Inter e Milan hanno già perso troppo tempo con la giunta Sala e dovrebbero andare a Sesto San Giovanni, come sottolineato anche dalla sottosegretaria alla Cultura in quota Lega Lucia Borgonzoni.

Mentre per Forza Italia a parlare è soprattutto Vittorio Sgarbi. Il critico d’arte ufficialmente ha lo stesso ruolo di Borgonzoni, ovvero sottosegretario alla Cultura (e quindi ufficialmente vice di Sangiuliano) ma in realtà rappresenta una voce molto vicina, se non la più vicina di tutte, a Silvio Berlusconi. Tanto che come ha brillantemente spiegato in televisione la giornalista politica di lungo corso Barbara Paolombelli: «Sgarbi più che un sottosegretario è un sopraministro». Come a sottolineare che la sua opinione conta molto in termini politici e Sgarbi è tutto fuorché un vice di Sangiuliano.

La posizione di Sgarbi è chiara: «San Siro non si tocca: è un simbolo di Milano. E proporrò un referendum sullo stadio». Senza mollare il punto nemmeno dopo le parole del ministro sulla questione vincolo. «Per San Siro abbiamo nominato il sovrintendente (la docente del Politecnico ed architetto Emanuela Carpani, ndr). Il sovrintendente appena nominato valuterà le carte che per me sono abbastanza chiare, perché il comitato del ministero ha detto che il vincolo da fare è un vincolo storico, ma il responsabile di un’azione giudiziaria contro i malviventi non è il ministro, è il prefetto. Quindi il prefetto dei beni culturali si chiama sovrintendente, e se non vorrà fare il vincolo vorrà dire che darà torto a me».

Se la destra fosse unita e coesa sulla questione si potrebbe pensare a una perfetta manovra per assicurarsi le simpatie di tutte le opinioni sul nuovo stadio. Ma tutti gli addetti ai lavori garantiscono non solo che così non è, ma che invece si tratta proprio di smarcamento in ottica di la concorrenza interna alla coalizione che sostiene il governo Meloni.

L’interrogativo a questo punto è se questo balletto interno alla destra terminerà dopo le elezioni regionali. Si vedrà. Quel che è certo non manca chi segnala come le continue punzecchiature di Forza Italia sulla questione possano rappresentare anche una sorta di merce di scambio politica in ottica nazionale, magari su altri temi.

E le opposizioni? I Cinque Stelle in Lombardia non vantano il seguito che li sostiene in altre zone d’Italia. Il PD è affaccendato a livello nazionale nell’individuare un nuova strada dopo il pessimo esito delle scorse elezioni e quindi lascia molto volentieri la palla al suo alfiere milanese Sala. La cui giunta è quella cui in ultima analisi spetta la decisone.

SALA FA IL TIFO PER IL VINCOLO DI SGARBI SUL MEAZZA

Il primo cittadino di Milano, spiega chi gli è molto vicino a Palazzo Marino, sotto sotto non vedrebbe l’ora che Sgarbi o chi per lui ponesse il vincolo su San Siro. Lo libererebbe da una decisione che sicuramente non è semplice e soprattutto perché tutto vorrebbe tranne che passare alla storia come il sindaco che ha fatto demolire uno dei simboli di Milano nel mondo, sportivo e non solo.

Non a caso non si può certo dire che abbia o stia facendo di tutto per accelerare il processo. Durante il suo primo mandato (eletto nel 2016 con “scadenza” nel 2021 mentre il progetto San Siro svelato nel luglio 2019) ha tracheggiato sin tanto che il mandato andasse a scadenza. E dopo la rielezione (nell’ottobre 2021) il Comune ha prima dato sì il via a un percorso di dibattito pubblico ma poi spiegato che ci vorrà almeno sino alla fine di quest’anno per il Consiglio Comunale per prendere una decisione. Intanto in settimana è emerso che la stessa amministrazione comunale ha chiesto ai due club di aggiornare il progetto.

Purtroppo per lui però Sala è anche colui che deve fare quadrare i conti. E quindi si muove su un equilibrio molto sottile: se le due squadre scappassero a Sesto San Giovanni chi pagherebbe i circa 10 milioni annui di affitto per manutenere il Meazza?

Non a caso come scriveva Gianni Barbacetto su Il Fatto Quotidiano in settimana, “Un Giuseppe Sala sempre più svogliato (per il presente da sindaco) e preoccupato (per il futuro senza certezze, dopo Palazzo Marino) si sta logorando sull’affare San Siro. Il progetto di demolire il Meazza gli ha fatto perdere molti sostenitori in città e ha provocato la rottura della maggioranza di centrosinistra in Consiglio comunale (gli hanno votato contro i verdi, tre esponenti del Pd, due della sua stessa lista Sala e uno di una lista a lui collegata). In soccorso, sono dovuti arrivare i consiglieri di Forza Italia e della lista Bernardo (il presunto candidato alternativo alle elezioni, sempre d’accordo con lui, però, sugli affari)”.

Al di fuori del quadro politico ci sono poi le due squadre. Entrambe spingono per il nuovo Stadio, convinte che solo con i mega ricavi garantiti dal nuovo impianto -poi sarà tutto da vedere se saranno veramente garantiti – Inter e Milan possano tornare a competere a livello internazionale con i grandi club europei. Soprattutto a spingere sono le due proprietà straniere dei due club, i cinesi di Suning sulla sponda nerazzurra e la società statunintense RedBird su quella rossonera. Entrambe sono proprietà transeunti. Redbird è un fondo e quindi per sua natura nel medio termine dovrà cercare di vendere per massimizzare l’investimento. Mentre sulla sponda interista non è un mistero che Suning, al di là delle dichiarazione di facciata, sarebbe pronta a passare la mano qualora giungesse l’offerta giusta.

In questo quadro è del tutto evidente come sia più conveniente per entrambi i proprietari vendere una società che oltre al valore del brand dei due club e a quello della rosa può vantare anche uno stadio e un progetto immobiliare nuovo di zecca in concessione per 90 anni. O quantomeno con tutte le autorizzazioni già firmate. Al momento infatti gli asset immobiliari di maggior valore di proprietà dei due club sono i due centri sportivi – Pinetina e Milanello – che non hanno un grande valore immobiliare, anche perché distanti dalla città. Sono addirittura fuori provincia.

In questa ottica le due società mettono pressione al Comune spiegando che se non arriva l’ok per il nuovo San Siro, sarebbero pronte per costruire il nuovo impianto a Sesto San Giovanni e quindi lasciando Palazzo Marino con il cerino in mano di un impianto vetusto da mantenere e senza più affittuari stabili.

Ma quanto è credibile l’ipotesi Sesto? Lo è molto in termini logistici e politici. Lo spazio c’è ed è molto ben collegato sia con la città, con l’hinterland e con la rete autostradale. E a ben vedere l’area di Sesto non è poi così più distante dal cuore di Milano di quanto non lo sia ora San Siro. Inoltre politicamente il sindaco di Sesto, Roberto Di Stefano (Lega), farebbe ponti d’oro per questa operazione.

Lo è meno invece in termini di brand e di valore immobiliare. È evidente infatti che il valore commerciale dell’operazione – che prevede anche uffici e spazi commerciali – abbia un valore molto più significativo se è inclusa nel territorio di Milano e non in quello di Sesto San Giovanni (per quanto questo comune sia attaccato al capoluogo). Soprattutto agli occhi di aziende e operatori stranieri cui è rivolta in gran parte l’operazione.

Non certo da ultimo, sulla questione stadio vi è poi il paradosso finale. Se tutto andasse come nei piani di Inter e Milan, il nuovo San Siro entrerebbe in funzione nel 2027. Peccato però che nei paini delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026 l’attuale Meazza dovrebbe essere l’impianto della cerimonia di inaugurazione e pare fare questo occorrerebbe un investimento di ristrutturazione di oltre 10 milioni. Soldi pubblici quindi che sarebbero versati in uno stadio che di lì a qualche mese dovrebbe poi essere raso al suolo.

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