Football Affairs, l'opinione di Luciano Mondellini

La Serie A che prende il via oggi sarà una delle stagioni più particolare della storia del calcio italiano. A metà novembre, quando si saranno disputate 15 giornate su 38, il torneo verrà sospeso per un mese e mezzo e riprenderà soltanto a inizio gennaio a causa del Mondiale in Qatar (cui come è noto purtroppo l’Italia non parteciperà). Uno stop così lungo nel cuore della stagione non era mai stato sperimentato nel nostro massimo torneo ed è quindi ovvio che la sospensione sarà una variabile di cui tenere conto nei vari pronostici. Chi interpreterà al meglio questa nuova variabile in termini di preparazione e programmazione potrebbe avere un vantaggio in più verso l’ottenimento dei propri obiettivi.

La conseguenza certa di questa situazione è che per la prima volta si giocheranno quattro giornate di campionato prima della chiusura della campagna trasferimenti, giovedì 1 settembre. Anche questo un fatto mai successo prima d’ora. È evidente quindi che con il mercato ancora apertissimo i pronostici sono tutti rivedibili e temporanei. Ed è anche troppo presto per fare i conti in tasca alle società su quanto il mercato peserà sui bilanci.

Tutti gli addetti ai lavori, da un punto di vista strettamente tecnico, indicano come candidate più probabili per i quattro posti valevoli per la prossima Champions League Juventus, Inter, Milan e Roma. Tutte proprietà a ben guardare che, per motivi diversi, negli ultimi anni hanno avuto un rapporto molto stretto con il mondo finanziario.

Juventus, l’anno del centenario della dinastia Agnelli

Partendo dai bianconeri – che danno del tu alle tematiche di bilancio dagli anni novanta del secolo scorso quando l’avvocato Giovanni Agnelli impose che era arrivato il tempo in cui il club camminasse sulle proprie gambe – va detto che per la Vecchia Signora la prossima stagione non sarà solo particolare ma storica.

Nel 2023 infatti si celebrerà un secolo di proprietà Agnelli. Un evento che coronerà al meglio un record vantato da molto tempo dalla dinastia imprenditoriale torinese, ovvero quello di proprietà più longeva di tutto lo sport mondiale. Non esiste infatti in tutto il pianeta e in nessuna disciplina sportiva un club che abbia lo stesso proprietario da tanto tempo.

Questa testata, quando qualcuno vociferava che Andrea Agnelli avrebbe potuto lasciare il suo incarico a breve, aveva spiegato in tempi non sospetti che John Elkann (che in ultima istanza è il primo socio dell’impero industriale quindi nei fatti la figura massima dell’intera galassia imprenditoriale degli Agnelli-Elkann), non aveva alcuna intenzione di lasciare andare il cugino. In primo luogo perché i rapporti personali tra i due sono attualmente molto sereni ed Elkann ha condiviso molte se non tutte le scelte strategiche prese da Agnelli negli ultimi tempi, non ultima quella della Superlega. Tra l’altro Agnelli è insieme ad Elkann l’unico rappresentante della dinastia torinese nel cda di Stellantis.

Inoltre non aveva voglia di sconquassare gli equilibri familiari alla vigilia del centenario della dinastia al vertice della Juventus. Se Elkann infatti è il primo azionista dell’impero industriale, Agnelli, non è solo il presidente del club calcistico, ma è il secondo socio dell’intera galassia. Insomma non è un manager qualunque.

Alla luce di questo genetliaco avevamo inoltre scritto che la Juventus si sarebbe mossa in maniera massiccia sul mercato proprio per essere protagonista in una stagione così importante. E non a caso dopo il colpo Vlahovic a gennaio, in questa sessione sono già arrivati Pogba, Di Maria, Bremer, Kostic e forse altri giungeranno ancora entro il termine del mercato. Secondo alcuni osservatori i bianconeri sono già da scudetto, secondo altri manca ancora qualcosa. In termini di bilancio i conti si faranno al termine del mercato ma quel che è certo è che la società vuole tornare a vincere e non a caso da Allegri, ad Agnelli sino ad Elkann il mantra di questa estate è stato: «Quest’anno abbiamo l’obbligo di vincere lo scudetto».

La sensazione insomma è che il rimpasto manageriale voluto dalla proprietà nell’estate 2021 quando in casa bianconera giunse il nuovo amministratore delegato Maurizio Arrivabene, dopo un anno di rodaggio, quest’anno deve essere giustificato. Insomma la Juventus dovrà tornare a lottare per vincere e per i manager il fatto che sia l’anno del centenario fa valere tutto doppio. Sia in caso di trionfo che in caso di insuccesso.

Inter, il peso della variabile finanziaria sul mercato

Spostandoci a Milano, la variabile finanziaria in casa Inter è talmente evidente che ha condizionato pesantemente il mercato. Non solo non è andata in porto l’operazione Bremer così come quella per Dybala, ma Simone Inzaghi al momento non sa ancora se potrà contare su tutti i suoi pezzi grossi per la stagione oppure se uno di questi, come pareva a inizio mercato, dovrà lasciare l’Inter per permetter alla società di incassare una lauta plusvalenza e limitare i danni sul fronte del bilancio. Skriniar e Dumfries sono i due sospettati.

Questa situazione è però soltanto la punta di un problema più grosso. L’Inter infatti siede su 400 milioni di euro di indebitamento finanziario netto, la cui spesa per interessi si aggira sui 40 milioni l’anno. Il piano è quella della riduzione delle perdite, con il bilancio al 30 giugno 2022 dovrebbe far segnare una perdita intorno ai 140 milioni, in miglioramento rispetto al rosso di 245 milioni dell’anno precedente ma sempre ben significativa, considerando soprattutto che la differenza è legata di fatto ai 100 milioni di plusvalenze incassate dalle cessioni di Lukaku e Hakimi. Ma è evidente che Ausilio e Marotta dovranno fare un capolavoro ogni anno per mantenere la squadra competitiva e nel contempo arrivare a perdite zero. Difficile mettere a segno un’operazione tipo Lukaku-Chelsea ogni stagione. Il presidente Steven Zhang continua a sostenere di non volere vendere. Ma è evidente che è un’ipotesi che nel medio termine non può essere esclusa.

Il punto è però che, pur ammessa e non concessa, un valutazione complessiva del club simile a quella con cui il Milan è passato nelle mani di Gerry Cardinale (1,2 miliardi) e tenendo conto che l’indebitamento finanziario netto è pari a circa 400 milioni (che sono parte della valutazione complessiva ma che non vanno in tasca al venditore) e che Suning ha investito sinora oltre 660 milioni nella società, non è fuori luogo si potrebbe trovare presto davanti all’ipotesi di dover vendere il club con una minusvalenza. Sempre dando per scontato che le scadenze negoziate con il fondo USA Oaktree che ha in pegno tutte le quote del club in mano a Suning vengano pagate. Il tutto a meno che i progressi sul nuovo stadio accelerino improvvisamente e soprattutto che il nuovo impianto possa garantire quei soldi che si ipotizzano.

Milan, l’attesa per il closing tra Elliott e RedBird

Sull’altra sponda del Naviglio, tiene banco il passaggio di proprietà tra il fondo Elliott e RedBird di Gerry Cardinale. Tra la fine di agosto e l’inizio di settembre Cardinale potrebbe ripresentarsi a Milano per il closing, dopo le firme di inizio giugno scorso con Elliott. Le parti sono al lavoro per ultimare gli ultimi dettagli e non sono escluse sorprese tra chi potrebbe fare parte del team del manager americano. La questione principale però è quella dalla cifra del vendor loan, cioè il prestito che sarà garantito dallo stesso fondo guidato da Paul Singer per completare l’affare: negli accordi, la cifra poteva raggiungere anche i 550 milioni di euro, ma l’obiettivo di RedBird e di Cardinale resta quello di trovare ulteriori soci per ridurre l’importo complessivo fino a circa 2/300 milioni.

In particolare sarà interessante capire la composizione nel nuovo consiglio di amministrazione per capire bene i pesi nel nuovo azionariato. Elliott potrebbe essere socio ma le ultime indiscrezioni suggeriscono che potrebbe anche non restare con quote nel capitale, bensì solo con un accordo per il suddetto vendor loan che darà a Elliott la facoltà di nominare due suoi rappresentanti nel cda. E soprattutto sarà interessante vedere se se l’attuale amministratore delegato Ivan Gazidis, espressione del fondo Elliot, resterà nel suo posto una volta insediato il nuovo proprietario oppure se Cardinale metterà un uomo di sua nomina. La sensazione, data anche una campagna acquisti svolta sinora, è che la gestione Cardinale sarà nel solco di quella inaugurata da Elliott, ovvero più attenta alla sostenibilità di bilancio che non quella dei grandi colpi a effetto.

Roma, la svolta Friedkin tra delisting e mercato

La squadra invece che ha fatto le cose in grande quest’estate è la Roma dei Friedkin. In un precedente articolo di questa rubrica si era già messo in luce come Friedkin abbia già ottenuto in meno di due più successi di molto suoi predecessori: intanto ha portato un titolo nella Capitale e poi ha portato avanti con successo il delisting della titolo dalla borsa. Cosa che rende la gestione della società molto più semplice e snella. Sulla scia del trionfo in Conference League i Friedkin hanno assicurato a Mourinho – che statisticamente dà il meglio di sé nel secondo anno – Dybala, Matic e Wijnaldum che hanno ulteriormente la piazza e paracadutato la squadra tra le top 4 nel campionato. Certo in termini economici la strada per tornare verso l’equilibrio economico-finanziario rimane lunga: il club giallorosso ha chiuso il primo semestre dell’esercizio 2021/22 con un rosso di 113 milioni di euro e dalla proprietà sono arrivati versamenti per complessivi 400 milioni (25 milioni solo lo scorso luglio) dall’acquisto del club nell’agosto 2020 per le necessità di liquidità della società.

Ma soprattutto in termini gestionali è interessante vedere che i passi in direzione del nuovo stadio sembrano essere questa volta molto concreti nella direzione del nuovo impianto. La società giallorossa dovrebbe presentare il progetto per il nuovo stadio a ottobre, massimo novembre, e comprenderà lo studio di fattibilità, con il relativo piano tecnico-economico. La capienza sarà in linea con le ultime tendenze, con poco meno di sessantamila posti, nel pieno rispetto dei requisiti necessari per ospitare una finale di Champions League. L’intenzione, conclusa la fase delle indagini preliminare, è quella di lanciare un concorso internazionale per individuare lo studio destinato a realizzare il nuovo stadio della Roma. Si arriverà al concorso internazionale dopo aver concluso tutti gli studi di fattibilità affidati allo studio Gau, che ha il compito di rendere praticabile il progetto che verrà presentato.

Le società invece con proprietà più tradizionali, legate alla figure dell’imprenditore – tipo Lazio e Napoli che, non va dimenticato, sono le uniche ad avere dato filo da torcere alla Juventus negli anni del domino assoluto bianconero – sembrano invece un po’ indietro nella griglia di partenza. Segno forse che la gestione tradizionale e artigianale paga se l’obiettivo è l’utile o il pareggio di bilancio (Lazio e Napoli hanno fatto segnare una perdita di rispettivamente 24 e 58 milioni nel 2021), ma segna un po’ il passo se a questa si vuole affiancare la competitività sportiva e la volontà di vincere titoli.

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