Football Affairs, l'opinione di Luciano Mondellini

A un anno dalla sconfitta della Superlega da parte dell’Uefa – la nuova entità venne annunciata in aprile ma si capì soltanto poco più tardi che il “colpo di stato” era fallito – i motivi che convinsero 12 club tra i più importanti d’Europa a secedere sono ancora tutti li: in particolare appare enorme quello legato alle difficoltà delle società più importanti dell’Europa contientale di reggere l’urto finanziario sui costi per competere con le squadre inglesi e quindi nei fatti i problemi di come avere una gestione insieme profittevole e di successo. Va segnalato per inciso che se non ci fosse stata la miracolosa rimonta del Real Madrid nei confronti del Manchester City, nel 2022 si sarebbe assistito alla terza finale tutta inglese in quattro anni. E nello stesso tempo, quasi a conferma che le cose non sono a posto, va anche segnalato l’idea, abbastanza singolare a dire il vero, di Aurelio De Laurentiis di una massima competizione europea basata su due gironi da 25 squadre ciascuno.

La Uefa, quasi ammettendo nei fatti che “il grido d’allarme della Superlega” – per dirla con le parole del presidente della Juventus Andrea Agnelli – non era poi così lontano dal torto, ha tentato di correre ai ripari venendo incontro alle esigenze dei grandi club varando una nuova versione della Champions League (dal 2024/25) che sarà  comunque premiante verso le grandi società. Certo non si tratterà di una lega chiusa, cosa che giustamente aveva fatto imbestialire i tifosi (soprattutto quelli inglesi), ma i vantaggi per i grandi club sono evidenti soprattutto a livello economico. Basti pensare al fatto che il 30% dei ricavi da diritti tv legati alla Champions League verrà distribuito in base al ranking decennale/storico, che favorisce e non poco i top club. In particolare quelli che hanno ottenuto i migliori risultati nelle ultime stagioni e nella storia.

Va anche detto che in origine in vantaggi erano ancora più eclatanti, non ultimo quello legato al ranking Uefa che potrebbe regalare due posti in Champions League per squadre che non l’hanno raggiunto tramite il proprio campionato. Questa norma, seppur ufficialmente ancora presente, è nel mirino della critica delle piccole società e di molte leghe per un possibile annullamento ed è sempre più probabile che sarà depennata. Ma secondo più di un osservatore sarebbe stata designata per permetter l’accesso alla successiva UCL a quelle due delle big six inglesi (Manchester United, Manchester City, Liverpool, Chelsea, Tottenham Hotpsur e Arsenal) che non riescono a qualificarsi tramite la Premier.

Insomma è evidente che la Uefa, che aveva vinto la guerra contro i separatisti della Superlega anche in nome del calcio del popolo, ha nei fatti chinato la testa di fronte alle pressioni dei grandi club. Va peraltro segnalato proprio sul tema della cosiddetta insurrezione dei tifosi quanto spiegato in settimana dal presidente dell’Uefa Aleksander Ceferin parlando al quotidiano croato Sportske Novosti: «La Superlega è finita. Quando ci hanno fatto la guerra, i tifosi inglesi ci hanno aiutato mentre italiani e spagnoli non hanno fatto niente». Magari, viene da pensare che in Italia – dove i tifosi di Inter, Juventus e Milan (ovvero i tre club coinvolti) totalizzano complessivamente circa l’80% degli appassionati – e in Spagna – dove gli aficionados dei tre club (Atletico, Real e Barcellona) hanno cifre simili se non superiori – l’idea non è che dispiacesse più di tanto.

Questa testata, pur tenendo un linea di analisi che per sua natura doveva tenere necessariamente conto della variabili economiche, da subito ha nutrito molti dubbi sulla  Superlega così come era stata ideata.

I motivi erano sia di sostanza sia di forma. Nella sostanza perché chi scrive pensa che la competizione che meglio incarna lo spirito del gioco del calcio sia ancora quella più antica: ovvero quella Fa Cup per la quale possono competere tutte le squadre iscritte alla federazione inglese. E quindi anche un sodalizio fondato ieri e militante nell’ultima divisione dei tornei d’Oltremanica potrebbe sognare di raggiungere la finale di Wembley e alzare il trofeo nel giro di poche stagioni.

Nella forma perché il comunicato emesso nottetempo dai 12 club separatisti aveva veramente in sè di qualcosa di carbonaro, se non rappresentava una sorta di colpo di stato ordito nell’ombra. Una modalità che nei fatti aveva fatto percepire l’idea come qualcosa calata dall’alto e senza aver avvertito i tifosi attraverso un percorso condiviso nei mesi precedenti. Non a caso non furono poche le critiche da parte di molti esperti di media su come il progetto fosse stato preparato.

Nello stesso tempo questa stessa testata, forse perché avvezze alle battaglie finanziarie, aveva da subito manifestato come era troppo semplicistico parlare di un conflitto tra buoni e cattivi. Mettendo in evidenza come Ceferin avesse vinto la guerra grazie agli Inglesi, non solo intesi come club, ma anche come governo per le convenienze erariale per le casse dell’esecutivo britannico. E sempre per convenienza anche Psg a Bayern non aderirono al progetto e furono i primi pilastri da cui poté partire la controffensiva di Ceferin.

A un anno di distanza non si può dire certo che Ceferin non abbia ripagato chi gli ha dato fiducia. In nome del calcio del popolo, ed è ovviamente un ossimoro, il presidente del PSG Nasser Al-Khelaifi ha preso il posto di Andrea Agnelli al vertice dell’ECA, ovvero l’associazione delle maggiori società europee. Il tutto mentre in settimana è emerso che il PSG nel bilancio 2021 ha fatto segnare un passivo di 225 milioni. Ma soprattutto una spesa per salari dei giocatori di 503 milioni su un monte ricavi di 569 milioni: ovvero un rapporto pari all’88%. Nello stesso tempo è emerso pure che il PSG ha speso in stipendi il 40% di quanto speso in tutto il campionato, ovverosia 503 milioni su un totale di tutti e 20 i club pari a 1,2 miliardi. Insomma insieme né un modello di gestione né un campione di interessi comuni ai partecipanti a una lega, tanto che nell’accordo tra la Ligue 1 e il fondo londinese CVC i parigini hanno palesato ancora la loro ingordigia e incasseranno circa 200 milioni su un totale di 1,5 miliardi.

A guardare bene non è andata affatto male nemmeno all’Inghilterra, la vera alleata di Ceferin nella battaglia contro la Superlega. Il Paese britannico, anche per la propria prontezza e capacità infrastrutturale, si è vista concedere nei fatti l’opportunità di giocare in casa l’Europeo 2021. Originariamente lo stadio di Wembley a Londra avrebbe dovuto ospitare soltanto le semifinali e la finale della competizione. Poi nel 2017 quando Bruxelles è stata esclusa dall’organizzazione per problemi legati al progetto Eurostadium, Wembley ha ottenuto le quattro partite lì previste, tre della fase a gironi e una degli ottavi di finale. Ma questo succedeva prima della Superlega. Poi però nel 2021 il Comitato Esecutivo UEFA, a causa della pandemia di COVID-19, ha escluso Bilbao e Dublino come sedi ospitanti della manifestazione, in quanto non in grado di ospitare spettatori, e le partite in programma in quelle sedi sono state spostate rispettivamente a Siviglia e a San Pietroburgo. Mentre l’ottavo di finale previsto a Dublino è stato invece spostato a Londra, che a quel punto era già sede di sette partite.

Infine, senza entrare nelle eventuali conseguenze in termini di multe o sanzioni che nei fatti non sono state comminate sui disordini legati alla finale tra Italia e Inghilterra, va inoltre segnalato che la candidatura di Regno Unito e Irlanda è la grandissima favorita per l’assegnazione di EURO 2028 (la candidatura della Turchia appare molto indietro rispetto a quella delle Isole britanniche). Cosa che ha spinto l’Italia ha procrastinare la propria candidatura al 2032.

Ma probabilmente più importante è stata l’ufficialità dell’addio da parte dell’Uefa al sistema del Fair Play Finanziario come sinora era stato conosciuto. Questo passaggio infatti segna indubbiamente un punto di svolta nel calcio europeo del futuro. Il nuovo pacchetto di regole avrà il nome di Regolamento per le licenze dei club e la sostenibilità finanziaria e a leggere tra le righe delle nuove norme avrà un effetto quasi paradossale a un anno di distanza dalle polemiche sul calcio dei ricchi della Superlega: molto probabilmente infatti permetterà ai club più ricchi (prima tra tutti quelli inglesi) di allargare ancora di più la forbice con il restante panorama delle società del Vecchio continente. Nei fatti rafforzando lo strapotere di quei club che da una decina d’anni a questa parte si contendo i migliori giocatori al mondo e rendendo sempre più difficile per chi sta fuori da questo cerchio magico entrare in questa élite dorata.

Sempre tenendo presente la questione che, sin tanto che non verrà ufficialmente tolta  che con la nuova UCL, come si spiegava in precedenza, potrebbero essere sei le presenze inglesi in una singola edizione.

Insomma a un anno di distanza la sensazione amara, al di là della giustissima variabile della mancanza di promozioni, è quella che più che una battaglia per un calcio più giusto si sia combattuta una guerra per il potere tra coloro cui andava bene lo status quo e coloro cui non stava bene. Con premi e prebende per chi ha combattuto a fianco del vincitore. In questo quadro l’ultima stoccata di Ceferin al nostro calcio è stata sempre al quotidiano croato: «La Premier League è diversa, ha grande tradizione. Ci sono più soldi ma quando le competizioni europee si rafforzano si allora si parla meno dei campionati. Bayern e PSG dominanti in Germania e Francia? Vero, dominano due club in quei campionati. In Italia c’è maggiore competizione ma i club non sono finanziariamente forti».

In tutto questo però sarebbe beffardo per il presidente dell’Uefa se il Real Madrid vincesse la finale di Champions League di Parigi e lo stesso Ceferin dovesse essere obbligato a consegnare la coppa dalle grandi orecchie al suo avversario più potente, al secolo Don Florentino Perez.

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