Football Affairs, l'opinione di Luciano Mondellini

L’ufficialità, in settimana, dell’addio da parte dell’UEFA al sistema del Fair Play Finanziario come sinora era stato conosciuto segna indubbiamente un punto di svolta nel calcio europeo del futuro. Il nuovo pacchetto di regole avrà il nome di Regolamento per le licenze dei club e la sostenibilità finanziaria e a leggere tra le righe delle nuove norme avrà un effetto quasi paradossale a un anno di distanza dalle polemiche sul calcio dei ricchi della Superlega: molto probabilmente infatti permetterà ai club più ricchi (primi tra tutti quelli inglesi) di allargare ancora di più la forbice con il restante panorama delle società del Vecchio continente. Nei fatti rafforzando lo strapotere di quei club che da una decina d’anni a questa parte si contendono i migliori giocatori al mondo e rendendo sempre più difficile per chi sta fuori da questo cerchio magico entrare in questa élite dorata.

Nel contempo, però, dopo due anni di pandemia che hanno significato mancati guadagni per 7 miliardi di euro per il calcio continentale, il nuovo complesso di norme potrebbe agevolare per il settore maggiore flusso di denaro proveniente dall’esterno da far poi circolare all’interno tonificando, si spera, molti attori del settore stesso.

Terza considerazione, un po’ più di parte,  alla luce di tutto questo la strada si farà ancora più in salita per i club italiani visto che per stessa ammissione di Andrea Traverso, Director Financial Sustainability and Research della UEFA, le «squadre italiane saranno quelle che dovranno lavorare di più per rientrare nei paletti». Tradotto dal burocratese di Nyon: dovranno fare maggiori sacrifici. Insomma sarà ancora più difficile vedere una nostra squadra essere protagonista sul mercato a livello assoluto.

I dettagli del nuovo Fair Play Finanziario

Entrando nello specifico, a quasi un anno esatto dall’annuncio della Superlega la UEFA ha varato un nuovo regolamento in campo finanziario le cui norme andranno a regime dalla stagione 2025/26, ma che già dalla prossima stagione (2022/23) inizieranno ad impattare sull’operatività delle società. In particolare con la regola sui debiti scaduti.

Alla luce di quanto annunciato in linea di massima, si può tranquillamente sostenere che, al di là delle manifestazioni dei tifosi inglesi in nome del calcio del popolo (che aiutarono molto l’UEFA a rintuzzare l’offensiva della Superlega), i vertici di Nyon hanno chinato la testa di fronte alla necessità dei grandi club (senza i quali è evidente che non si può organizzare nulla di attraente). Infatti al posto di una norma basata sull’equilibrio finanziario tra ricavi e costi (la break even rule) che era il cardine del Fair Play Finanziario destinato ad andare in pensione, ora il sistema verterà su una norma basata sui ricavi: a regime infatti (dopo una fase transitoria di due anni) i costi sostenuti per la squadra (stipendi, bonus, premi, ammortamenti, commissioni ai procuratori) non potranno essere superiori al 70% delle entrate della società

È evidente che si tratta di un assist non da poco per quelle società che hanno ricavi monstre in virtù dei diritti tv (i club della Premier) o di quelle che hanno entrate commerciali enormi (PSG, Bayern, Barcellona o Real Madrid ma anche le stesse inglesi) anche in virtù del fatto di avere proprietà di fatto statali o di avere come nel caso del Bayern nel proprio azionariato giganti industriali quali Allianz, Audi o Adidas.

La UEFA ha promesso che aumenteranno i controlli tesi a scongiurare che qualche club salti improvvisamente in aria e saranno più rigide le sanzioni nei confronti di chi ha debiti scaduti e più stringenti i divieti di sponsorizzazioni di parti correlate; inoltre, tutte le operazioni verranno rapportate ai valori di mercato. Vedremo.

Ciò detto però non si può negare che i club più ricchi potranno ricominciare a spendere molto, ma molto di più di chi ricco non è: se uno fattura 100 può spendere 70, se uno fattura 10 può spendere 7. E, soprattutto, i tetti alla spesa per la squadra sono molto più alti di quelli che si volevano porre i promotori della Superlega: 70% invece del 55%.

Non solo ma un esempio potrebbe chiarire meglio perché si tratta di un assist ai club più importanti: l’anno scorso di questi tempi il Barcellona aveva ottenuto il primo posto nella Deloitte Football Money League (la classifica dei ricavi dei maggiori club europei) dall’alto del suo fatturato 2019/20 di 715,1 milioni. In quegli stessi giorni il sodalizio blaugrana fu obbligato ad annunciare debiti per 1 miliardo. Ora è evidente che se una società fattura 715 milioni e ha 1 miliardo di debiti si trova nello stato di non poter continuare l’attività aziendale. Ma in pura linea teorica con le nuove norme che verranno introdotte il Barcellona avrebbe potuto investire sul mercato il 70% delle proprie entrate, pur in presenza di un indebitamento monstre.

Va detto d’altra parte che questa nuova regola proprio perché non guarda tanto all’equilibrio di bilancio ma alla massa ricavi sotto sotto può anche non dispiacere ad altri club -pur non facenti parte delle élite europee-. Potenzialmente infatti questa nuova regola può fungere da incentivo per portare dentro il sistema calcio più soldi dall’esterno di quanto ne potesse ottenere una regola basata sull’equilibrio finanziario, proprio perché in teoria un club o più club potrebbero decidere di focalizzarsi specificamente sulle entrate e non solo sull’equilibrio di queste nei confronti dei costi. E questo può anche essere visto come un bene dopo due anni di pandemia costati circa 7 miliardi di euro di ricavi in mancati ricavi. Anche perché poi queste risorse molte volte vengono spese a cascata nel comparto. Quando il PSG acquistò Neymar per 222 milioni dal Barcellona, questo li investì quasi tutti interamente facendo la fortuna del Borussia Dortmund da cui acquisto Dembelé per 105 milioni e che reinvestì 115 milioni in giocatori facendo le fortune tra le altre di Bayer Leverkusen, Borussia Mönchengladbach, Basilea, Friburgo e Dinamo Kiev.

In questo quadro, la Premier e le sue squadre si stanno fregando le mani, la Bundesliga, inizialmente contraria alle nuove norme perché troppo favorevoli alle squadre inglesi, ha dato il suo benestare purché «le sanzioni siano severe».

Un riferimento alle squadre italiane? Può essere. Anche perché non solo le succitate parole di Traverso («I club italiani sono quelli che dovranno lavorare di più per rientrare nei paletti») spiegano bene cosa pensino a Nyon del nostro movimento attuale. Ma soprattutto perché, da un’analisi svolta da Calcio e Finanza in settimana sugli ultimi bilanci disponibili delle società italiane, al momento soltanto l’Atalanta tra i maggiori club rientrerebbe nella soglia del 70%, mentre Juventus, Milan, Inter, Napoli e Roma sarebbero tutte al di sopra di quel livello.

Insomma il timore di non vedere per un po’ di tempo i giocatori più importanti in Serie A è molto plausibile.

Nota a margine. In settimana Calcio e Finanza ha avuto l’opportunità di incontrare a Milano i delegati de LaLiga di tutti i Paesi europei. Ne è emerso un quadro di un movimento non solo ottimamente guidato da Javier Tebas (non a caso è ormai riconosciuta come la seconda migliore lega al mondo dopo la Premier) ma è anche organizzata benissimo nelle linee sottostanti del management. Tanto appunto da avere un rappresentante che ne cura gli interessi in tutti i Paesi più importanti, Italia inclusa. Lorenzo Casini ha appena iniziato il suo mandato quale presidente di Lega Serie A e questa testata non può che augurargli il meglio possibile. Ma il gap organizzativo tra l’entità spagnola e quella italiana è apparso evidente.

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