riforme calcio italiano serie A come premier league
Javier Pastore (Insidefoto)

Non essere ricchi come la Premier League porta un sacco di vantaggi.

Il primo è quello di non strapagare giocatori normali, il secondo quello di poter valutare i giocatori per le loro qualità tecniche prima ancora che economiche.

Nelle scorse settimane si è capito (dalle trattative sui diritti tv) che il divario tra la Serie A e la Premier League è destinato a crescere.

Diritti tv Premier League: ricavi fino a 5,9 mld £ per il prossimo triennio

Il mercato di gennaio lo ha dimostrato chiaramente: mentre la Premier fa i botti la Serie A ha sommato la minor spesa degli ultimi 10 anni.

Il 6% di quanto speso in Premier. Il 9% rispetto alla Liga. Il 34% della Bundesliga. Si è speso poco meno della MLS (28 milioni totali) e poco più della Championship inglese (24).

E’ la legge del mercato: chi cresce prima, a meno di madornali autogol, continuerà a farlo. Chi perde i treni rimane in coda.

Rincorrere gli inglesi su quel piano sarebbe un suicidio.

Il dibattito intorno al calciomercato di gennaio è stato semplicemente stucchevole, innanzitutto nei giudizi dati.

Ci si preoccupa del fatto che si sia speso poco, ma i bilanci di mercato andrebbero fatti a fine campionato, non a fine mercato quando vince sempre chi spende di più, anche se poi i risultati non dicono lo stesso.

Tutti continuano a parlare dei club come se fossimo ancora al tempo del mecenatismo.

Un sistema che, oltre ad essere poco auspicabile è ormai pure poco tollerato (dal FFP).

Nessuno, di contro, fa menzione di fattori ben più importanti, come ad esempio il fatto che con Suning l’Inter ha avuto un boom dei ricavi commerciali, sebbene legato in buona parte ai contratti stipulati con l’azionista di controllo.

Inter, Money League da 15° posto: +137% nei ricavi da sponsor e merchandising

All’Italia ora servono riforme profonde, alcune magari anche imitando il sistema inglese, ma soprattutto serve l’idea di un modello italiano originale che guardi al futuro.

Continuare a prendersela con il Fair play finanziario è stupido. Oltre che profondamente sbagliato.

Lo abbiamo scritto mesi fa e lo ribadiamo qui.

E continuiamo a trovare condivisibile l’obiettivo di fondo del FFP pur auspicando il suo superamento. Un superamento non attraverso cervellotiche formule di bilancio ma con regole sportive rinnovate ed immediatamente verificabili: limiti ai prestiti, limiti alle rose, più possibilità per tutti i club di avere giocatori di proprietà, bando totale alla gestione dei cartellini al di fuori dei giocatori effettivamente in rosa.

Se il FFP ha un limite è quello di seguire i tempi dei bilanci che sono discostati rispetto ai tempi del campo. Quando il giudizio sul PSG arriverà, per capirci, si sarà già giocata una Champions League potenzialmente irregolare.

Per questo vanno invocate regole sportive lineari oltre a quelle economiche già in vigore.

Il calcio moderno è figlio della Legge Bosman molto più che del FFP

Partiamo da una certezza: a calcio si gioca in 11 e quella sarà sempre la livella sportiva su cui tutti dovranno basarsi.

Non solo, in un mondo in cui ancora si giocano 38 partite di campionato (più le coppe domestiche) ed in pochi giocano da 6 a 10, in media, gare europee, i valori interni sono ancor più importanti di quelli internazionali.

Forse, finalmente, nel calcio del futuro, saranno centrali la pazienza e la capacità di costruire.

Se ad un acquisto dovesse corrispondere un taglio, con conseguenti minusvalenze, si andrebbe verso un calmieramento naturale delle operazioni.

Forse è finito il tempo in cui tutti dicono di essersi rinforzati acquistando (a dispetto del campo) e forse si comincerà a capire che a volte ci si rinforza dando fiducia e tempo ai progetti tecnici fatti in estate.

Bisognerà anche iniziare a capire che se hai i soldi della Premier non è detto che li spenderai bene. I Vampeta, gli Esnaider e i Roberto Sosa sono sempre dietro l’angolo.

E alla fine anche se la dodicesima di Premier spenderà come la seconda italiana o anche di più, la squadra inglese sarà comunque inferiore rispetto all’italiana.

Perchè alla fine a livellare tutto è il fatto che fai 38 partite nel tuo campionato e se ne vinci 25 all’anno sei più forte di uno che ha speso 10 volte te ma ne ha vinte 15.

Basta dare un’occhiata alla Money League parametrata sul ranking Uefa: il valore dei ricavi quasi mai riflette il valore europeo dei risultati di una squadra.

Ora all’Italia servono le riforme.

La prima: lasciamo che la serie A faccia il suo percorso. L’uscita dalla FIGC, auspicata da Urbano Cairo, non sarebbe un delitto. Peraltro, se si seguisse il modello inglese, sarebbe sempre la FIGC a gestire la giustizia sportiva.

Qui si può copiare la Premier, ma fino ad un certo punto: si crei un campionato d’Elite con 16 squadre e si riparta da lì. Ne guadagnerebbe anche la seconda divisione (auspicabilmente a 16 squadre).  Mesi fa spiegammo perchè questo sarebbe anche economicamente vantaggioso.

Serie A 16 squadre anni 80? Ecco perchè (e come) sarebbe un affare

L’Italia deve andare sin da oggi nella direzione auspicata da Guardiola a più riprese: meno partite, più qualità. 

A quel punto (con 8 inutili gare di campionato in meno) si potrebbe anche introdurre una Coppa Italia in stile FA Cup, organizzata dalla Federazione, magari lasciando intatta la Coppa Italia attuale, che ha successo televisivo ed è l’unico prodotto che vede aumentare il suo valore nel triennio.

Si giochino meno partite fine a se stesse e si giochino più partite con qualcosa in palio, per vincere più trofei. Si parta con una nuova narrazione ed un rinnovato entusiasmo.

Bisogna, soprattutto, scrollarsi di dosso la paura del cambiamento.

Poco conta che ad indicare la strada sia un commissario o un nuovo presidente FIGC: l’importante è che la strada venga tracciata e che il percorso sia chiaro per tutti. 

2 COMMENTI

  1. Purtroppo spacci delle previsioni ce certezze assolute. Neanche i migliori economisti hanno mai preveduto il futuro.
    E tu dai.per certo che un camp io nato a 16 squadre sarebbe vantaggioso?

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