Dai club più solidi a quelli in tensione: i cinque cluster economico-finanziari della Serie A

La Commissione indipendente ha suddiviso i 20 club in cinque modelli economico-finanziari: quattro società presentano il profilo più equilibrato, mentre nove rientrano nelle aree di fragilità o tensione economica.

Come stanno i club di Serie A
(Foto: Andrea Staccioli / Insidefoto)

Solo il 20% dei club di Serie A presenta un profilo economico-finanziario definito «relativamente solido». È uno degli elementi che emergono dalla Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, guidata dal presidente Massimiliano Atelli, che ha analizzato i conti delle società italiane costruendo anche una simulazione per individuare i diversi modelli di sostenibilità presenti nel massimo campionato.

L’analisi prende in considerazione tutte le 20 società di Serie A, utilizzando per gli indicatori economici l’ultimo bilancio d’esercizio approvato e disponibile e, per quelli patrimoniali e finanziari, le situazioni intermedie al 31 marzo 2026 depositate dai club. Complessivamente, la simulazione della Commissione riguarda 97 bilanci tra calcio e basket, di cui 81 relativi al calcio professionistico maschile.

La Commissione precisa che i cluster non rappresentano una graduatoria di merito né una valutazione dei singoli club: le società sono infatti presentate in forma anonima e aggregata. L’obiettivo è individuare configurazioni economico-finanziarie ricorrenti e mostrare quanto siano differenti i modelli attraverso i quali le squadre cercano di sostenere la propria competitività.

I cinque cluster della Serie A

La fotografia suddivide i venti club del massimo campionato italiano in cinque gruppi, che in termini assoluti corrispondono rispettivamente a quattro, due, cinque, cinque e quattro società:

  • Profilo economico relativamente solido – 20% (4 club): EBITDA ed EBIT positivi e risultato netto positivo o vicino al pareggio. L’equilibrio può derivare da ricavi ricorrenti ampi e diversificati oppure da un player trading efficace, ma coerente con il modello sportivo e non utilizzato in maniera emergenziale.
  • Player trading con incidenza significativa – 10% (2 club): società il cui equilibrio dipende in misura rilevante dalla capacità di generare ricavi attraverso il mercato dei calciatori. Secondo la Commissione, il modello può essere sostenibile se questa capacità è ricorrente ed è accompagnata da un rigoroso controllo del costo della rosa.
  • Elevati ricavi con margini assorbiti da rosa, ammortamenti e struttura finanziaria – 25% (5 club): club con una scala di ricavi significativa nei quali, tuttavia, l’EBITDA positivo non si traduce necessariamente in EBIT e utile. Il costo della rosa e soprattutto ammortamenti e svalutazioni assorbono la marginalità operativa.
  • Fragilità con parziale tenuta operativa – 25% (5 club): profili nei quali può esserci una certa capacità di coprire i costi operativi, ma ammortamenti, oneri finanziari e debolezza patrimoniale portano a risultati finali negativi. In altri casi incidono la dipendenza dal player trading e la minore dimensione dei ricavi.
  • Investimento intensivo o tensione economica – 20% (4 club): EBITDA negativo, costi operativi superiori ai ricavi e risultato netto negativo. Una situazione che può essere legata a una fase di investimento nella competitività oppure indicare un modello non autosufficiente, dipendente dal sostegno della proprietà o da successivi interventi correttivi.

Considerando insieme gli ultimi due cluster, sono quindi nove società su venti, pari al 45% della Serie A, a rientrare nelle due configurazioni caratterizzate dalla Commissione espressamente come fragilità o tensione economica. Un ulteriore 25% presenta ricavi elevati, ma vede la propria marginalità assorbita principalmente dai costi legati alla rosa e dalla struttura finanziaria.

Serie A, EBITDA positivo ma risultato netto in rosso

I cluster trovano riscontro anche nei dati aggregati sul campionato. La mediana dell’EBITDA è positiva per 26,7 milioni di euro, segnale che la gestione operativa lorda della società centrale del campione riesce a produrre margini.

La situazione cambia però una volta contabilizzato il costo economico degli investimenti nei calciatori. L’EBIT mediano scende a -14,7 milioni, mentre il risultato netto mediano è negativo per 15,2 milioni di euro. Gli ammortamenti e le svalutazioni dei diritti alle prestazioni dei calciatori rappresentano quindi uno degli elementi determinanti per spiegare la distanza tra marginalità operativa lorda e risultato finale.

Anche il rapporto tra costi operativi e ricavi totali, pari in mediana al 108,7%, evidenzia la pressione esercitata dalla struttura dei costi: per una parte prevalente del campione il valore della produzione non è sufficiente a coprire integralmente i costi. Il break-even strutturale prima del player trading presenta così una mediana negativa per 62,1 milioni di euro.

È proprio questo dato a mostrare quanto il calciomercato sia diventato parte integrante del modello economico dei club italiani. In mediana, il player trading rappresenta il 20,8% dei ricavi totali, mentre per il terzo quartile l’incidenza sale addirittura al 34,7%.

La Commissione sottolinea come il player trading non debba essere considerato di per sé un elemento negativo. Può rappresentare una leva industriale fisiologica quando nasce da scouting, formazione e valorizzazione dei calciatori e viene ripetuto nel tempo. Diventa invece un fattore di vulnerabilità quando le cessioni sono indispensabili per compensare perdite ricorrenti, generare la liquidità necessaria o sostenere una struttura dei costi che i ricavi ordinari non sono in grado di coprire.

Il peso della rosa sui ricavi dei club

Un altro dato particolarmente significativo riguarda il costo complessivo della rosa, calcolato sommando costo del personale, ammortamenti e svalutazioni dei diritti pluriennali dei calciatori. Rapportato ai ricavi ricorrenti prima del player trading, l’indicatore presenta una mediana pari a 2,35 volte i ricavi. Considerando anche i ricavi generati dal mercato dei calciatori, il rapporto scende a 1,75 volte.

La differenza mostra ancora una volta il ruolo delle cessioni nel rendere più sostenibile ex post il peso degli investimenti sportivi, senza tuttavia cancellare la rigidità di stipendi e ammortamenti già assunti dai club. Gli ammortamenti dei calciatori, da soli, valgono in mediana il 21,6% dei ricavi totali.

Patrimonio netto negativo per quattro club

La fotografia della Serie A mostra criticità anche sul versante patrimoniale e finanziario. Il patrimonio netto mediano è pari a 23,9 milioni di euro, ma con una forbice estremamente ampia: il valore minimo è negativo per 276,5 milioni, mentre quello massimo raggiunge 291 milioni.

In particolare, quattro società su venti presentano un patrimonio netto negativo. Per i club con patrimonio positivo, il rapporto debt/equity registra una mediana di 2,99 volte, vale a dire quasi tre euro di debiti per ogni euro di patrimonio netto. Resta inoltre aperto il capitolo delle perdite sospese durante la pandemia. Secondo la Relazione, i conti considerati comprendono ancora circa 1,4 miliardi di euro di perdite sterilizzate, su 1,5 miliardi complessivamente sospesi, che dovranno essere ripianate secondo le modalità previste dalla normativa entro il bilancio 2028.

Nel complesso, la fotografia restituita dalla Commissione mostra quindi una Serie A fortemente eterogenea: accanto a un gruppo ristretto di società con un equilibrio economico relativamente più solido, una parte consistente del campionato continua a fare affidamento sul mercato dei calciatori, sul sostegno della proprietà o su strutture di costo particolarmente impegnative per sostenere la propria competitività sportiva.