Il circolo vizioso del calcio italiano: 49 club falliti più volte negli ultimi 40 anni

Sono 218 i casi tra mancate ammissioni, rinunce ed esclusioni dal 1986/87 al 2025/26. La Serie C concentra oltre il 90% degli episodi.

Club falliti in Italia
(Foto: TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Un vero e proprio circolo vizioso, fatto di crisi societarie, esclusioni, mancate iscrizioni, fallimenti e ripartenze. È la fotografia che emerge dalla Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, che ha dedicato un ampio capitolo alla continuità aziendale e ai dissesti che hanno interessato il calcio italiano.

Il dato più significativo riguarda il lungo periodo. Tra il 1986/87 e il 2025/26, la relazione ha censito 218 casi complessivi tra società non ammesse ai campionati professionistici, rinunce all’iscrizione ed esclusioni a stagione in corso. Il fenomeno si concentra in maniera schiacciante in Serie C, con 200 casi, pari a circa il 91,7% del totale. La Serie B ne conta 17, mentre la Serie A appena uno.

Va precisato che il perimetro utilizzato dalla Commissione è più ampio del solo fallimento in senso giuridico. Nel conteggio rientrano infatti società non ammesse, rinunciatarie o escluse, spesso a seguito di gestioni finanziarie insostenibili, debiti crescenti o procedure concorsuali.

Il dato più forte: 49 club colpiti più volte

Il passaggio più significativo della relazione riguarda però la ripetitività del fenomeno. Secondo il documento, 49 società hanno chiuso i battenti da due a sei volte nel periodo considerato, includendo in questo caso anche fallimenti e cessazioni avvenuti nei campionati dilettantistici. La Commissione parla espressamente di un «circolo vizioso» caratterizzato da retrocessioni, crisi, fallimenti, rinascite e nuove promozioni.

Nel dettaglio, 25 società hanno attraversato due episodi, 13 ne hanno vissuti tre, sei ne hanno registrati quattro, tre club cinque e due addirittura sei. I casi più estremi sono quelli di:

  • Sambenedettese e Taranto, entrambe con sei episodi censiti,
  • seguono Campobasso, Potenza e Varese con cinque,
  • a quota quattro figurano invece Cosenza, Lucchese, Rimini, Brindisi, Sassari Torres e Treviso,
  • tra le società con tre episodi compaiono, tra le altre, Mantova, Messina, Siena, Siracusa, SPAL, Teramo, Trapani, Triestina e Venezia.

La relazione sottolinea come il meccanismo delle ripartenze abbia contribuito nel tempo a mantenere viva la rappresentanza calcistica delle città, ma abbia anche prodotto in molti casi una successione continua di nuove società e nuove crisi.

Il professionismo si è ridotto, ma meno delle crisi

Nonostante il numero elevato di società scomparse o escluse, la dimensione complessiva del calcio professionistico italiano si è ridotta meno drasticamente. La relazione ricorda che si è passati dalle 144 squadre del 1986/87 alle 100 attuali, per una riduzione di 44 club, pari a circa il 30%. Il calo è stato assorbito soprattutto dalla riorganizzazione della Lega Pro e dall’unificazione del terzo e quarto livello professionistico, mentre la Serie A ha visto nel tempo aumentare il proprio organico.

A compensare le numerose mancate iscrizioni hanno contribuito anche i ripescaggi e, in passato, strumenti come il cosiddetto Lodo Petrucci, nato per consentire a una nuova società di raccogliere l’eredità sportiva di un club cessato per problemi economici. La relazione evidenzia però come, a posteriori, questo sistema di rinascite abbia finito in diversi casi per alimentare la ripetizione delle crisi.

Rimini e Ternana, i casi più recenti

La fotografia storica si lega direttamente alle vicende dell’ultima stagione. Il caso più evidente è quello del Rimini. Nel novembre 2025, a fronte di un disavanzo di bilancio pari a circa 4 milioni di euro, l’assemblea dei soci ha deliberato la messa in liquidazione volontaria. Il 28 novembre la FIGC ha disposto l’esclusione dal campionato e la revoca dell’affiliazione, mentre il 23 dicembre 2025 il Tribunale di Rimini ha dichiarato il fallimento della società.

La relazione ricorda inoltre che per il club romagnolo si tratta del quarto episodio di radiazione o revoca nella propria storia recente, dopo quelli del 1994, 2010 e 2016. Situazione analoga per la Ternana. Dopo la messa in liquidazione nell’aprile 2026, due aste per la cessione del ramo d’azienda sportivo sono andate deserte. Il 27 maggio 2026 il Tribunale di Terni ha quindi dichiarato il fallimento della società, con conseguente revoca dell’affiliazione FIGC.

Anche in questo caso non si tratta di una prima volta: la relazione ricorda infatti un precedente dissesto concorsuale risalente al 1993.

Triestina e Siracusa, crisi senza fallimento immediato

Non tutte le situazioni di difficoltà sfociano però nella liquidazione giudiziale. La Triestina, per esempio, è stata ammessa nell’agosto 2026 a una procedura di composizione negoziata della crisi, con un’esposizione debitoria stimata tra 12 e 14 milioni di euro. Il club ha ottenuto 120 giorni per presentare un piano di risanamento.

Il Siracusa, invece, ha evitato il fallimento nell’aprile 2026 dopo il ritiro dell’istanza presentata dai creditori. La stagione si era comunque chiusa con la retrocessione in Serie D e con ulteriori penalizzazioni da scontare. Anche per il club siciliano la relazione ricorda precedenti interruzioni dell’attività professionistica nel 1995, 2012 e 2019.

Perché i club arrivano al dissesto

Il documento prova anche a individuare le cause ricorrenti che precedono le crisi. Tra i segnali più frequenti vengono indicati l’accumulo di debiti tributari e previdenziali, i ritardi nel pagamento degli emolumenti ai tesserati, il ricorso a operazioni straordinarie per reperire liquidità e la progressiva difficoltà nell’attrarre nuovi investitori.

A questi elementi si aggiungono la dipendenza da plusvalenze e player trading per compensare perdite operative, una patrimonializzazione insufficiente, assetti proprietari instabili e sistemi di controllo interno deboli. La conclusione della Commissione è che i dissesti raramente siano eventi improvvisi. Più spesso rappresentano l’esito di un deterioramento progressivo, nel quale problemi di governance, debolezza finanziaria e ambizioni sportive non sostenute da adeguate risorse finiscono per sommarsi nel tempo.

Ed è proprio questa ripetitività a rappresentare uno dei dati più critici: in quarant’anni, decine di piazze hanno visto una società scomparire e rinascere più volte, senza che il nuovo corso riuscisse sempre a spezzare definitivamente il ciclo tra crisi finanziaria, ripartenza e nuovo dissesto.

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