Giorgio Lupoi, Speri: «Bisogna smettere di pensare allo stadio come un impianto sportivo, deve diventare un pezzo di città»

La capacità di costruire una sinergia tra club, istituzioni, investitori e territorio è la condizione necessaria per una vera rigenerazione degli stadi italiani. Giorgio Lupoi, ceo di SPERI, analizza condizioni e ostacoli di questo processo.

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Stadi che rigenerano
Il centro di preparazione olimpica Giulio Onesti. Image credit: CONI

La rigenerazione degli stadi italiani non può essere affrontata soltanto come una questione architettonica o infrastrutturale. Perché un impianto possa realmente diventare una leva di sviluppo per la città serve un progetto capace di mettere in relazione soggetti, competenze e interessi differenti, costruendo una sinergia tra club, istituzioni, investitori e territorio.

È questa la prospettiva dalla quale la settima puntata di Stadi che rigenerano torna a interrogarsi sul futuro dell’impiantistica sportiva italiana, attraverso il punto di vista di un professionista che opera quotidianamente su progetti complessi.

Ne abbiamo parlato con Giorgio Lupoi, ceo di SPERI, società di ingegneria e architettura multidisciplinare che ha lavorato, tra gli altri, al progetto del nuovo stadio “Città di Arezzo” protagonista della precedente puntata della rubrica, alle strutture del centro Giulio Onesti di Roma e alle facilities per la prossima America’s Cup a Napoli, oltre a essere stata coinvolta dal Comune di Napoli sul progetto del Maradona.

Nella lunga intervista Lupoi analizza con estrema lucidità e chiarezza quelli che sono i principali ostacoli che ancora condizionano lo sviluppo degli impianti italiani: la frammentazione dei processi autorizzativi, la necessità di una regia condivisa, la sostenibilità economica degli investimenti e soprattutto la capacità di rendere un progetto concretamente realizzabile e bancabile.

Un ragionamento che si sposta – o forese e meglio dire che si presta – a essere applicato sia alla singola infrastruttura al rapporto con la città.

Perché la sostenibilità ambientale diventa anche una questione economica, mentre la multifunzionalità assume un significato più ampio quando lo stadio viene concepito come uno spazio capace di entrare nella vita quotidiana della comunità, quando diventa capace di tramutarsi realmente in un “hub” civico.

DOMANDA. Ingegnere Lupoi, la sua attività professionale si è già intrecciata in diverse occasioni con l’impiantistica sportiva con interventi sulle strutture del centro Giulio Onesti di Roma e recentemente con gli interventi per la prossima America’s Cup a Napoli oltre che sullo Stadio di Arezzo e il coinvolgimento da parte del Comune di Napoli per il Maradona. Quali sono, a suo giudizio, le maggiori criticità dell’impiantistica sportiva italiana?

RISPOSTA. Il problema principale, per anni, non è stato tecnico ma di sistema. In Italia per la realizzazione di un impianto sportivo di qualsiasi natura occorre dialogare con molti soggetti diversi come ad esempio Comune, Soprintendenza, Regione, Vigili del Fuoco spesso senza un vero coordinamento tra questi enti. Ogni passaggio aggiunge mesi, se non anni. La nostra esperienza a Bagnoli, per la realizzazione delle facilities della prossima America’s Cup, ci ha insegnato una cosa: quando c’è una regia unica e una volontà politica chiara, i tempi si comprimono in modo drastico.

D. Per anni il tema degli stadi – e in generale dell’impiantistica – in Italia è stato associato a iter autorizzativi lunghi e spesso inconcludenti. Quali sono gli strumenti introdotti dalla nuova normativa che possono davvero accelerare la realizzazione o la riqualificazione degli impianti?

R. La legge ha introdotto strumenti per semplificare l’iter: la conferenza di servizi semplificata che riunisce tutti gli enti con tempi certi; il silenzio-assenso, che impedisce a un singolo passaggio di bloccare tutto e, per i grandi eventi, poteri commissariali. Ma uno strumento normativo da solo non basta.

Serve un progetto culturale condiviso, messo a sistema dal Paese, che faccia percepire il valore sociale dell’intervento riconoscendo però anche il giusto ritorno economico a chi si assume il rischio imprenditoriale. Il partenariato pubblico-privato non può arenarsi di fronte al guadagno del privato: se un imprenditore rischia il proprio capitale, è giusto che ne tragga un ritorno.

Anche per questo motivo per essere davvero sostenibile, l’investimento su uno stadio deve andare a sostegno della comunità con un utilizzo che arrivi fino a 365 giorni l’anno e non i 20-25 giorni di partita che per decenni lo hanno reso un costo e non un investimento.

D. La nuova normativa privilegia il recupero di aree già urbanizzate o degradate, in linea con la richiesta diffusa di minor consumo di suolo. Inoltre, aspetti come l’autosufficienza energetica il recupero delle acque, si muovono sia in una direzione di sostenibilità ambientale che economica per gli impianti. È percorribile questa direzione? Cosa occorre fare nel concreto?

R. È una direzione non solo percorribile ma obbligata. Un impianto con fotovoltaico in copertura, recupero delle acque piovane per l’irrigazione del manto e sistemi di climatizzazione efficienti non è ‘più verde’ per moda: è più efficiente anche economicamente da gestire, punto.

Il vero cambio di passo, però, è quando questi elementi entrano nel progetto già in fase di fattibilità e non vengono aggiunti dopo come una toppa. Nel concreto significa coinvolgere chi si occuperà della gestione energetica dell’impianto già al tavolo di progettazione insieme agli architetti e agli ingegneri strutturisti.

E non parlo solo di stadi: ogni edificio che costruiamo oggi deve andare in quella direzione. È una direzione di benessere collettivo, di spazi pensati per essere vissuti più spesso e non solo attraversati.

Mi viene in mente un esempio che trovo calzante: le stazioni ferroviarie. Per decenni sono state luoghi semi-abbandonati, spesso percepiti come degradati. Oggi molte di queste sono diventate posti dove si vive con intensità, commerciale e di passaggio per tutto il giorno. Lo stadio può ripercorrere lo stesso percorso virtuoso: da impianto che si accende una volta a settimana a luogo che la città vive quotidianamente.

Giorgio Lupoi Studio Speri
Giorgio Lupoi, ceo Speri. Image Credit: Speri

D. Nelle categorie professionistiche inferiori in particolar modo, il vero ostacolo non è la progettazione di per sé ma l’accesso ai capitali. Il partenariato pubblico-privato può rappresentare la chiave per sbloccare la situazione? Più in generale come si costruisce una sinergia proficua tra club, istituzioni e sponsor?

R. Per i club delle categorie inferiori il problema quasi mai è avere un buon progetto: è renderlo bancabile. Un investitore privato entra se vede flussi di ricavo prevedibili e diversificati non solo biglietti la domenica, ma anche retail, hospitality, eventi, uffici. Come dicevo se un imprenditore si assume il rischio, è giusto che ne tragga un ritorno altrimenti quel capitale, semplicemente, non arriva e il progetto resta sulla carta. La sinergia tra club, istituzioni e sponsor nasce quando ognuno porta qualcosa che agli altri manca: il club porta il brand e la community, l’istituzione la visione urbanistica di lungo periodo, lo sponsor il capitale e la capacità di attivare quello spazio tutti i giorni dell’anno.

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Stadi che rigenerano

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D. Nel quadro sinergico di cui sopra, che ruolo deve esercitare – al di là dell’ovvia operatività – una realtà come SPERI? E quali sono gli aspetti più complicati e delicati?

R. Il ruolo di una società di ingegneria e architettura multidisciplinare come la nostra è essere consapevoli di dover gestire una responsabilità che va ben oltre quella tecnica. Lo sviluppo di SPERI serve proprio per governare questa complessità di cui gli stadi sono un esempio perfetto: unire in un unico progetto linguaggi ed esigenze diverse.

Il club parla di sponsorizzazioni e ricavi commerciali, il Comune parla di piani urbanistici e consenso politico, la Soprintendenza parla di vincoli e tutela. Il compito di chi progetta è tenere insieme queste tre lingue in un progetto che sia allo stesso tempo autorizzabile, bancabile e desiderabile per la città.

L’aspetto più delicato è la gestione dei tempi: quelli della politica, quelli della finanza e quelli del calcio raramente coincidono e spesso il nostro lavoro è anche quello di mediare tra queste velocità diverse.

D. Quanto è importante, sia per la sostenibilità economica di un impianto, sia per proficuo dialogo con il territorio, poter contare su attività commerciali, hospitality, cultura, servizi e spazi aperti alla comunità?

R. Sono decisivi e questa non è un’opinione: è l’unica soluzione possibile se vogliamo che questi spazi partecipino al benessere sociale e, di conseguenza, raggiungano un equilibrio economico. Uno stadio aperto tutti i giorni diventa un pezzo di città non un recinto chiuso che la gente vede solo da fuori. Se dentro quello stesso perimetro ci sono negozi, spazi per uffici, un museo del club, aree per eventi e spazi aperti alla comunità durante la settimana è lì che si rafforza davvero il legame tra club e territorio. E da questo nasce anche il beneficio economico: un impianto vissuto ogni giorno genera cassa 365 giorni l’anno.

D. Se dovesse indicare un singolo cambio culturale necessario per il futuro dell’impiantistica italiana, quale sarebbe? In altre parole: qual è l’errore che l’Italia deve smettere di commettere quando pensa ai propri stadi?

R. Se devo indicarne uno solo: smettere di pensare lo stadio come un impianto sportivo e cominciare a pensarlo, dal primo giorno di progettazione, come un pezzo di infrastruttura urbana che ospita anche il calcio. L’errore che l’Italia ha commesso per decenni è stato progettare prima lo stadio e chiedersi solo dopo cosa farne il resto della settimana. Il futuro va nella direzione opposta: si progetta un hub civico e lo stadio è una delle funzioni — probabilmente la più identitaria, ma non certo l’unica — che lo tengono in vita.