Lo stadio dimenticato: quando il patrimonio pubblico può tornare a generare valore

In Italia decine di stadi vivono una condizione di sottoutilizzo strutturale: impianti centrali per posizione e identità cittadina, ma utilizzati quasi esclusivamente nei giorni partita. La vera sfida dell’impiantistica è trasformare lo stadio in uno spazio aperto alla comunità, capace di produrre servizi, economia e rigenerazione urbana.

Stadio Sinigaglia
Stadi che rigenerano
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Lo stadio di provincia italiano vive una dimensione a dir poco esclusiva ma questa esclusività ha una connotazione che difficilmente può essere definita positiva. Da un lato rappresenta uno dei luoghi più identitari delle comunità locali, spesso collocato in aree strategiche delle città e, considerando anche l’epoca di realizzazione (età media degli impianti italiani è di circa 70 anni) profondamente legato alla memoria collettiva.

Dall’altro lato però, si tratta di una delle tipologie di infrastrutture pubbliche più sottoutilizzate del Paese: un patrimonio immobiliare rilevante, che ha un peso spesso anche estetico nel panorama cittadino, che nella maggior parte dei casi resta attivo solo per l’attività strettamente calcistica e per un numero limitato di giorni l’anno.

Per decenni il dibattito sugli impianti sportivi si è concentrato quasi esclusivamente sull’età delle strutture o sulla loro necessaria modernizzazione, trascurando quello che è invece il nodo principale e che è assai più profondo.

Il tema però non riguarda soltanto la vetustà degli impianti o la sostenibilità economica delle società sportive – che vedremo in seguito essere piuttosto chimerica -, ma la difficoltà di trasformare lo stadio in un’infrastruttura aperta alla città, integrata nel tessuto urbano e capace di produrre valore continuativo.

Un valore che va ricercato fuori dalle grandi metropoli, in quella che è la vasta e sfaccettata provincia italiana che potrebbero nascere i laboratori più interessanti di questa trasformazione.

Dimensioni più gestibili, prossimità con i centri urbani e una relazione più diretta tra club, istituzioni e cittadini possono favorire un approccio diverso, nel quale lo stadio non rappresenta soltanto il luogo della partita ma un presidio urbano da vivere ogni giorno.

Stadio patrimonio dimenticato: un asset pubblico che vive 70 ore all’anno

L’utilizzo limitato degli stadi rappresenta uno dei principali cortocircuiti infrastrutturali del sistema sportivo italiano.

La condizione che vivono gli impianti, in particolare fuori da quel ristretto novero di sedi dei club della massima serie, è quella di sottoutilizzo “strutturale”, con un modello che concentra quasi interamente la loro funzione nei giorni gara e che, inevitabilmente, ne limita la capacità di generare valore economico e sociale nel resto dell’anno.

In Italia, si stima che uno stadio “tradizionale” arriva a essere utilizzato mediamente per appena 70 ore nell’arco di dodici mesi, mentre l’attività della prima squadra occupa l’impianto soltanto per circa 20 giornate stagionali, tra campionato e competizioni accessorie.

Un dato che fotografa con efficacia la distanza esistente tra il potenziale urbano di queste strutture e il loro utilizzo reale.
Distanza potenziale che assume contorni “drammatici”, se la si osserva sotto il profilo economico.

Gli stadi di provincia italiani — generalmente compresi in una fascia di capienza tra i 10mila e i 20mila posti — che attualmente esprimono un utilizzo prettamente sportivo, producono automaticamente ricavi dovuti – quasi esclusivamente – all’evento sportivo.

Ma, va sottolineato, si tratta di categorie minori dove il ticketing così come il food & beverage, laddove previsto e possibile, ha costi per il pubblico, decisamente più contenuti rispetto a San Siro o all’Olimpico.
Secondo le elaborazioni di Calcio e Finanza, nelle categorie inferiori gli introiti da biglietteria e abbonamenti oscillano mediamente tra 500mila e 2 milioni di euro a stagione, mentre le realtà provinciali che riescono a consolidarsi in Serie A – ma parliamo di casi del tutto episodici e con un lungo progetto sportivo, come il Sassuolo ad esempio – possono arrivare a una forbice compresa tra 2,5 e 5 milioni annui.

Sul versante opposto, però, i costi restano sostanzialmente rigidi e poco comprimibili.

In prima battuta va considerato che nella quasi totalità dei casi gli impianti sono di proprietà comunale e i club corrispondono canoni che possono spaziare arrivare fino a 300-500mila euro annui, ai quali si aggiungono spese operative che comprendono manutenzione ordinaria, sicurezza, steward, pulizie, consumi energetici e continui adeguamenti normativi.

Spese ricorrenti e non a buon mercato che comportano facilmente una crescita dei costi da iscrivere a bilancio: mantenere uno stadio di piccole e medie dimensioni comporta infatti un costo operativo annuo che può oscillare indicativamente tra 150mila e 400mila euro, variando in funzione dell’età dell’impianto, delle tecnologie presenti e della qualità dell’infrastruttura stessa.

Ne deriva una situazione piuttosto frequente e al contempo eloquente: quando l’andamento sportivo e l’affluenza rispondono alle aspettative, la gestione riesce, nella migliore delle ipotesi, a raggiungere un sostanziale equilibrio economico; quando invece i risultati vengono meno, lo stadio rischia di trasformarsi da patrimonio collettivo a centro di costo permanente.

Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale: la questione non riguarda soltanto la costruzione di nuovi impianti, ma la capacità di trasformare strutture che oggi vivono poche ore all’anno in infrastrutture urbane in grado di produrre valore in maniera continuativa.

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Stadi che rigenerano

Carlo Antonio Fayer: «Perché il modello Arezzo può essere il punto di inizio della nuova fase dell’impiantistica italiana. Gli stadi non possono vivere 70 ore l’anno»

Dalla rigenerazione urbana alla sostenibilità economica, passando per il rapporto con tifosi, quartieri e amministrazioni locali. Nella prima puntata di “Stadi che rigenerano”, Carlo Antonio Fayer racconta a Calcio e Finanza il progetto del nuovo stadio di Arezzo, primo impianto italiano sviluppato integralmente secondo la nuova legge sugli stadi.

Il cambio di paradigma: dalla (sola )funzione sportiva alla funzione civica

La trasformazione dello stadio moderno passa da una domanda apparentemente semplice: cosa accade all’interno dell’impianto quando non si gioca?

La risposta, nella maggior parte dei casi italiani, continua a essere disarmante nella sua essenzialità: poco o nulla.
Ma è invece in quel vuoto, in quella condizione di sostanziale inattività, che si può – e per certi versi deve – concentrarsi oggi una delle principali sfide economiche e urbanistiche dell’impiantistica sportiva contemporanea.

Le aree hospitality e corporate, tradizionalmente pensate per il giorno gara, possono trasformarsi in luoghi destinati a convention aziendali o attività congressuali.
Sale riunioni e spazi interni possono ospitare percorsi formativi, attività associative, laboratori, corsi e spazi di coworking.

Anche gli spazi esterni assumono una funzione diversa. Piazze urbane, percorsi ciclopedonali, aree verdi e superfici aperte possono diventare luoghi di aggregazione quotidiana, ospitando mercati, iniziative culturali, eventi pubblici o attività rivolte a famiglie e giovani.

Nei mesi estivi, ad esempio è possibile prevedere l’utilizzo per centri ricreativi, campus sportivi o attività dedicate ai bambini, restituendo allo stadio una funzione di presidio sociale che storicamente apparteneva ad altri luoghi di comunità.

L’obiettivo non è riempire artificialmente uno spazio o moltiplicarne le funzioni in maniera forzata, bensì superare l’idea dello stadio come infrastruttura che si accende esclusivamente per novanta minuti e immaginarlo invece come una piattaforma civica capace di produrre relazioni e servizi durante tutto l’anno.

Tuttavia è proprio su questo processo di trasformazione degli impianti in infrastrutture urbane multifunzionali che l’Italia ha accumulato ritardo, scontrandosi a lungo con procedure autorizzative complesse, vincoli urbanistici stratificati, difficoltà nell’accesso ai capitali privati e, soprattutto, una limitata capacità — se non in alcuni casi una vera volontà politica — di mettere attorno allo stesso tavolo amministrazioni, club, investitori e territorio.

Un limite che, va osservato, negli ultimi anni il legislatore ha iniziato ad affrontare attraverso nuovi strumenti normativi (semplificando con il pacchetto normativo attorno alla cosiddetta Legge Stadi) e che può rappresentare un reale cambio di passo.

Perché, e si torna al punto iniziale, anche la sostenibilità economica passa da qui, con nuove linee di ricavo, una minore dipendenza dall’evento sportivo e una maggiore capacità di attrarre attività continuative, trasformando così il costo potenziale in asset produttivo.

 York, Leganés e Digione: storie europee che guardano oltre il giorno gara

Il modello internazionale, ormai da anni, suggerisce una traiettoria differente: lo stadio non più concepito come semplice contenitore sportivo, ma come una piattaforma urbana multifunzionale, capace di accogliere attività distribuite lungo tutto l’arco della settimana e di dialogare stabilmente con il territorio circostante.

Non si tratta di esempi assimilabili ai grandi progetti di Londra o Madrid, ma di città e club che, per dimensioni, radicamento territoriale e contesto urbano, richiamano più da vicino molte realtà provinciali italiane.

Il LNER Community Stadium di York, che ospita la squadra di rugby di York City FC e York City Knights. Image credit: Depositphotos

È il caso di York, città inglese di poco più di 200mila abitanti, dove lo York City FC — club che milita in National League, quinta categoria del calcio inglese — condivide il LNER Community Stadium con la squadra di rugby cittadina.

E si tratta di un progetto pensato così fin dall’origine con una logica di utilizzo condiviso e di apertura alla comunità: non soltanto eventi sportivi, ma spazi per servizi pubblici, attività associative, iniziative territoriali e una forte integrazione con aree commerciali e strutture dedicate al tempo libero.

Un approccio differente ma ugualmente interessante emerge a Leganés, comune dell’area metropolitana di Madrid da circa 190mila abitanti, dove il Club Deportivo Leganés — realtà stabilmente sospesa negli ultimi anni tra Liga e Segunda División — ha progressivamente ampliato il ruolo dello stadio Butarque all’interno della vita cittadina.

L’impianto, oltre a ospitare concerti e manifestazioni cittadine, viene oggi promosso come spazio per congressi, eventi aziendali, attività di team building, cene corporate e produzioni audiovisive, mettendo a disposizione sale interne, aree hospitality e persino il terreno di gioco per iniziative extra sportive.

Ancora diverso è il caso di Digione, città francese di circa 160mila abitanti, dove il Dijon FCO — oggi lontano anni luce dalla Ligue 1 dopo anni trascorsi tra prima e seconda divisione — ha accompagnato la riqualificazione del Gaston-Gérard dentro un progetto urbano più ampio e più integrato nel sistema territoriale, attraverso servizi, riqualificazione degli spazi circostanti e una fruizione più continua dell’area urbana che circonda lo stadio.

Storie differenti, contesti differenti, ma un principio comune: allontanare l’idea, con la concretezza della pratica, che lo stadio possa essere una struttura che si accende soltanto nei novanta (indicativamente) minuti della partita, ma come un presidio urbano permanente, integrato nella quotidianità della città e con tutte le sue anime.

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