Simonelli: «Possiamo uscire dalla crisi solo se la Serie A e la politica sono dalla stessa parte»

Le parole del numero uno della Lega Calcio: «La politica può continuare a girarsi dalla parte opposta oppure potrebbe trasformare una crisi profonda in un’occasione per rifondare il settore».

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Ezio Simonelli (foto CF - Calcioefinanza.it)

“Se oggi siamo qui non è solo per i due rigori sbagliati con la Bosnia e dobbiamo lavorare per riportare il calcio italiano ai fasti del passato”. Lo ha detto il presidente della Lega Calcio Serie A Ezio Simonelli, intervenuto nel corso di una audizione sulla crisi e le prospettive del calcio italiano alla Commissione Cultura della Camera.

“L’analisi dello stato di salute del nostro calcio non può che partire dalla constatazione che, per le 5 leghe più importanti d’Europa, i ricavi da diritti televisivi restano stagnanti ovunque, mentre crescono significativamente i ricavi da stadio. I nostri stadi di Serie A sono i più vecchi d’Europa e il confronto tra i ricavi di un impianto come il nuovo Bernabeu e quelli relativi allo Stadio San Siro, che ad oggi rappresenta lo stadio italiano più performante in termini di ricavi ha un delta pari al 350%, con 250 milioni del Real Madrid rispetto i 70 milioni di San Siro”, traducendosi quindi in “un’esperienza meno attrattiva per i tifosi, minori ricavi da matchday e una perdita di competitività rispetto agli altri principali campionati europei”.

Il numero 1 della Lega Serie A, ha poi sottolineato ancora come, a differenze degli altri 4 campionati più importanti in Europa, “la crescita più importante di valore dei diritti TV degli ultimi anni è corrisposta a quando le rispettive Telco sono intervenute nel processo competitivo per l’assegnazione dei diritti” mentre “nel nostro Paese, non è ancora possibile per loro privando la Serie A di un boost importante di ricavi”. In sintesi, conclude Simonelli, “subiamo il mancato aumento dei diritti TV, ma differentemente da altri Paesi che stanno compensando questa flessione con una crescita significativa dei ricavi da stadio e da attività commerciali connesse, il calcio italiano non riesce a fare lo stesso a causa del ritardo infrastrutturale accumulato e anche della burocrazia, dei ricorsi e delle cause”.

Nel mirino è finita poi la politica: “La politica può continuare a girarsi dalla parte opposta, cercare di imporre regole ancora più restrittive e penalizzanti e perfino pensare di commissariare la Federazione. Oppure potrebbe trasformare una crisi profonda in un’occasione per rifondare il settore. Ritengo che si possa uscire da questa crisi solo se politica e Serie A saranno in grado di sedersi dalla stessa parte del tavolo, come abbiamo iniziato proficuamente a fare dal mio insediamento con il Mef ed il Ministro Giorgetti, oltre che con il Ministro Abodi, evitando che le divisioni politiche o i pregiudizi reciproci evitando che le divisioni politiche o i pregiudizi reciproci possano impedire di agire per il meglio del calcio italiano”.

“Serve un lavoro di scrittura congiunta di provvedimenti mirati a risolvere i problemi. Ho troppo rispetto per la classe politica italiana per credere che la politica non sia interessata a dare il suo contributo allo sport più amato dagli italiani. Ho appreso del ddl a cui sta lavorando il Parlamento che potrebbe avere molti punti in comune con le nostre idee, idee che personalmente ho discusso e in larga parte condiviso con il Ministro Abodi ma certamente non laddove dispone dei criteri di ripartizione delle risorse da noi prodotte”, ha aggiunto Simonelli.

Il numero 1 della Lega Serie A ha ricordato come “il calcio è uno sport che, negli ultimi 5 anni, ha immesso nel sistema investimenti per oltre 3,5 miliardi. In Italia è lo Stato che definisce per legge i criteri di ripartizione delle risorse generate da parte di società per azioni nella loro attività. Una situazione che, a parte la Spagna, non avviene in nessuno dei nostri principali competitor, poiché in Inghilterra, Francia e Germania sono le leghe stesse, tramite accordi tra i club, a definire la distribuzione dei propri ricavi”.

“La Serie A sta svolgendo, per proprio conto, un profondo esame di coscienza per individuare misure utili allo sviluppo dei calciatori convocabili nelle nazionali azzurre prevedendo già l’inserimento nelle distinte gare delle formazioni Primavera di ciascuna squadra di almeno 10 giocatori convocabili per le selezioni della Nazionale, escludendo il costo dei calciatori italiani U23 dagli indici sottoposti a controlli proprio per incentivarne l’acquisto e introducendo meccanismi che rendano il più possibile neutrale per i club l’acquisto sul mercato interno rispetto a quello da campionati esteri. A questo fine sarebbe opportuna, da parte del fisco, l’applicazione del meccanismo di reverse charge IVA in ambito domestico, al fine di equiparare gli effetti finanziari degli acquisti dei calciatori italiani a quelli di un giocatore proveniente dall’estero oggi più vantaggioso, senza che ciò peraltro comporti alcun effetto sul gettito”.

“Diversi provvedimenti hanno inciso negativamente sulla sostenibilità economica del settore come il ‘decreto crescita’ e il ‘decreto dignità’, fino alla mancanza assoluta di ristori adeguati nella pandemia che ha comportato, solo da biglietteria, mancati ricavi per 630mln di euro”, il tutto a fronte di “un movimento che invece garantisce allo Stato un gettito fiscale di oltre 1 miliardo di euro all’anno (finanziando di fatto le attività delle altre Federazioni e di Sport e Salute), produce una spesa turistica legata agli incontri di calcio di 1,3 miliardi all’anno, ha un’incidenza sul PIL di 12,4 miliardi”, ha proseguito.

“Da quando è stato abolito il decreto crescita sono aumentati gli stranieri. Con quello strumento venivano stranieri più bravi, poi sono continuati a venire comunque. Il problema degli stranieri parte dal basso: oggi è pieno tra i dilettanti, nelle giovanili. Servirebbe un discorso lungo: come Lega abbiamo proposto di abolire le classifiche giovanili. Quando ci sono le classifiche, gli allenatori vogliono vincere e per vincere prendono giocatori fisicamente più forti. Se prendo un 14enne italiano, calabrese, e un 14enne del Ghana, è abbastanza intuibile che un 14enne ghanese sia più forte fisicamente.  Poi c’è un problema diffuso, per cui faccio qualche esempio: oggi i calciatori italiani, selezionabili per la Nazionale, sono 190. Di questi la Calabria, che sfiora i due milioni di abitanti, ne ha uno. Di siciliani, su 4,7 milioni di abitanti, uno. Forse c’è un problema di infrastrutture nel nostro Paese. Il grosso dei calciatori sono in Lombardia, nel Lazio, un pochino in Campania, poi Veneto. Forse c’è da lavorare a livello politico su questo tema”, ha concluso.