San Siro nel limbo da cinque anni. E l’Italia insegue l’estero sugli stadi

Il 10 luglio 2019 Inter e Milan presentavano il primo studio di fattibilità per il nuovo San Siro: 1827 giorni dopo, non si vede ancora la luce in fondo al tunnel. Ma non c’è solo il Meazza a soffrire per i ritardi burocratici.

Progetto WeBuild San Siro
Stadio San Siro (Foto: Marco Luzzani/Getty Images)

Cinque anni fa, il mondo ancora non sapeva cosa fosse il Covid-19. Antonio Conte era appena diventato l’allenatore dell’Inter, Massimiliano Allegri aveva appena lasciato la Juventus, Simone Inzaghi cercava conferme alla Lazio, Thiago Motta aveva allenato solo una stagione nelle giovanili del PSG. La Nazionale si interrogava su come ripartire dopo la mancata qualificazione ai Mondiali 2018 e Roberto Mancini guardava con discreta fiducia agli Europei successivi. Il 10 luglio 2019, mentre i club di Serie A iniziavano a lavorare per la stagione 2019/20 (che sarebbe stata interrotta poi a marzo per la pandemia), Inter e Milan fanno il loro primo passo ufficiale per il nuovo San Siro.

«A.C. Milan S.p.A. e F.C. Internazionale Milano S.p.A. hanno presentato oggi all’Amministrazione Comunale di Milano il Progetto di Fattibilità Tecnico Economica del nuovo Stadio per Milano e del correlato distretto multifunzionale». Così, in un comunicato congiunto svelato esattamente cinque anni fa, i due club annunciavano ufficialmente per la prima volta di voler costruire un nuovo stadio nell’area dell’attuale San Siro. Nel frattempo sono passati 1827 giorni esatti, ma la luce in fondo al tunnel del progetto non solo non si vede, anzi sembra pure allontanarsi con le due squadre dirette in direzioni diverse.

D’altronde, le lungaggini burocratiche che ormai abbiamo imparato a conoscere hanno frenato il progetto a tal punto che sia Inter che Milan ora stanno guardando a soluzioni alternative, mentre c’è chi come Vasco Rossi vorrebbe trasformare San Siro in un impianto per concerti. Gli scontri col Comune, con i vari comitati e anche con la Soprintendenza non hanno aiutato e nemmeno la legge sugli stadi è bastata per arrivare fino in fondo a un progetto da 1,3 miliardi di euro rivisto e modificato varie volte. Dal vecchio San Siro (prima interamente demolito, poi in parte mantenuto e destinato a uno sport “district”) alle strutture circostanti, ridotte in termini di volumetrie e anche messe in secondo piano le trattative con il Comune. E poi il superamento dello scoglio della rielezione del sindaco Giuseppe Sala, il dibattito pubblico, i nuovi scontri in Consiglio comunale, l’intervento politico del sottosegretario Sgarbi, il tema del vincolo che arriverà nel 2025, fino all’ipotesi della ristrutturazione in base allo studio di fattibilità presentato nei giorni scorsi da WeBuild.

Senza dimenticare, poi, anche le problematiche all’orizzonte, come la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina nel febbraio 2026 o la decisione di FIGC e Comune di candidare San Siro per ospitare la finale di Champions League, scelta però messa in standby proprio per la poca chiarezza sul futuro dell’impianto.

Le principali tappe della telenovela San Siro

 

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Inter e Milan verso Rozzano e San Donato

Intanto però sia l’Inter che il Milan non sono rimaste ferme sull’ipotesi San Siro. Anzi, hanno accelerato negli ultimi mesi, individuando due “Piani B” che sono rapidamente diventati “Piani A”, ovverosia rispettivamente le aree di Rozzano e San Donato.

Il Milan ha iniziato a puntare con forza sul progetto San Donato nel giugno 2023, acquistando nel luglio successivo Sportlifecity, la società che possiede i terreni su cui dovrebbe essere costruire lo stadio da 70mila prevedendo un investimento da 1,3 miliardi in un progetto in cui sono previsti anche un’arena, lo store, museo e sede, portando poi a termine il rogito per il terreno nel febbraio 2024. Il Comune di San Donato intanto aveva dato il primo via libera nel gennaio 2024, mentre ad aprile è partito il procedimento per l’accordo di programma che coinvolge anche Regione Lombardia.

L’Inter ha iniziato ad accelerare su Rozzano nel marzo 2023, firmando nel luglio successivo con il gruppo Cabassi (proprietari dei terreni) un accordo per un diritto di esclusiva «finalizzato a verificare la possibilità di realizzare uno stadio e alcune funzioni accessorie all’interno dell’area di proprietà di Infrafin in Comune di Rozzano». Un accordo rinnovato nei mesi scorsi fino a gennaio 2025, con l’obiettivo di proseguire le verifiche. E da un punto di vista dell’amministrazione Comunale, nel marzo 2024 è stata approvata la modifica alla variante del PGT, con quest’ultimo che prevede ora che nell’area sia prevista anche la costruzione di uno stadio: l’Inter prevede un impianto da 70mila posti in una area con strutture sportive, aree di ristorazione, negozi e servizi.

Non solo San Siro: la situazione in Italia

Non si tratta, ovviamente, degli unici progetti sugli stadi per cui si sta lavorando in Italia. Anche perché la situazione è evidente, visto che nonostante gli impianti si siano riempiti, si parla di età media delle strutture di 61 anni, con inadeguatezza anche sotto altri punti di vista: nel 2021/22 il 24% aveva ancora la pista di atletica, mentre l’88% non utilizzava ancora fonti rinnovabili di energia, così come il 24% non aveva Skybox all’interno e nel 29% non erano presenti punti vendita per attività commerciali.

La necessità di costruire nuovi impianti nasce dal desiderio di offrire un servizio migliore ai tifosi e, naturalmente, di aumentare le entrate. Confrontando i grandi club, la differenza nei ricavi da stadio tra le squadre italiane e le loro controparti europee è significativa: Inter e Milan, nella loro stagione migliore, non hanno superato gli 80 milioni di euro, mentre club come Arsenal e Tottenham superano ampiamente i 100 milioni. Squadre di primissimo livello come PSG e Barcellona arrivano addirittura oltre i 150 milioni. Solo dai servizi premium e hospitality, gli Spurs guadagnano più di quanto facciano complessivamente le squadre italiane. Nel complesso, la media dei ricavi da partita per la Serie A nel 2022/23 è stata di 20 milioni di euro per club, con solo la Ligue 1 a fare peggio (14 milioni di media). Al contrario, i club della Premier League (50 milioni), della Liga (31 milioni) e della Bundesliga (30 milioni) hanno risultati migliori.

Sono così molti i club italiani, non solo in Serie A, che stanno considerando nuovi stadi. Attualmente ci sono 14 progetti in fase di pianificazione o realizzazione, con investimenti complessivi previsti superiori ai 3 miliardi di euro. Questi progetti potrebbero avere un impatto potenziale sul PIL di circa 4,8 miliardi e creare oltre 12 mila nuovi posti di lavoro. Inoltre, si stima che potrebbero portare più tifosi allo stadio (+3,3 milioni di spettatori previsti), aumentando così i ricavi da stadio di oltre 200 milioni di euro complessivi.

Ma da Bologna a Firenze, passando per Roma (dove il club giallorosso, tra Tor di Valle e Pietralata, è in ballo da oltre 10 anni, mentre la Lazio ora sta accelerando sul piano per il Flaminio), non mancano i problemi. Basti pensare alla necessità sia per il Bologna che per la Fiorentina di trovare impianti alternativi dove poter giocare durante i lavori nei rispettivi impianti: i rossoblu hanno spinto sullo stadio temporaneo (con i conseguenti costi, tra l’altro in aumento così come quelli per il progetto in generale), mentre i viola sono alle prese con una battaglia legale con il Comune di Firenze.

Il confronto con l’estero

Intanto, però, all’estero si accelera. Secondo The European Club Finance and Investment Landscape, ultimo report della UEFA sulla situazione economica del calcio del Vecchio Continente, dal 2018 al 2022 i club italiani hanno investito un totale di 414 milioni di euro nelle infrastrutture, pari al 3,5% dei ricavi dello stesso periodo: nei cinque anni, i club inglesi hanno investito 2,5 miliardi, quelli spagnoli e tedeschi si aggirano sui 600 milioni mentre anche quelli francesi hanno fatto meglio con circa 500 milioni. Con il risultato che anche in un confronto con la Turchia (che ospiterà insieme all’Italia gli Europei 2032) emerga come otto dei dieci stadi indicati dalla federcalcio turca come sede per EURO 2032 siano pronti senza necessità di ristrutturazione (e gli altri due sono il nuovo stadio di Ankara e l’Ataturk di Istanbul che ha ospitato la finale 2023 di Champions League), mentre in Italia ci siano ancora dubbi sul fatto che si possa davvero far giocare le partite in Italia, vista la necessità di adeguare gli impianti entro il 2026 con il rischio di vedere ritirata la candidatura da parte della UEFA.