NFL la best practice. Ma il calcio non ha l’umilità di imparare

Nel weekend prendono il via i playoff della National Football League (NFL), il campionato di football americano statunitense che probabilmente rappresenta il torneo sportivo meglio gestito al mondo…

Il trofeo del Superbowl NFL (Photo by Ronald Martinez/Getty Images)
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(Photo by Ronald Martinez/Getty Images)

Nel weekend prendono il via i playoff della National Football League (NFL), il campionato di football americano statunitense che probabilmente rappresenta il torneo sportivo meglio gestito al mondo in termini economici.

Va detto che la NFL ha un grande vantaggio rispetto a tutti i suoi concorrenti: ha quale prodotto lo sport più popolare della nazione più potente ed economicamente più importante del mondo. D’altro lato chi gestisce questo campionato ha anche molti altri svantaggi: in primo luogo il fatto che il football americano è uno sport che sebbene in crescita al di fuori degli States (tanto che si sta pensando di lanciare una franchigia in Europa, a Londra) non ha grande radicamento al di fuori degli Stati Uniti. E quindi finale a parte – il famosissimo Super Bowl – i diritti tv esteri sono un prodotto più difficile da vendere rispetto per esempio alla NBA, dove incide anche ad esempio la sempre più ampia presenza di cestisti internazionali e la maggiore popolarità generale del basket nel mondo.

Inoltre va detto come le rose siano di 53 giocatori, molto più ampie di quelle della maggior parte degli altri sport che vanno per la maggiore e con stipendi elevatissimi. Ma quello che più colpisce è un altro grandissima controindicazione: il football americano vive di una stagione molto corta, forse la più corte di qualsiasi torneo professionistico. Il campionato inizia infatti ad agosto e finisce ai primi di gennaio se non ci si qualifica ai play-off (anch’essi molto brevi) dove accedono però solo 14 franchigie su un totale di 32.

IL MODELLO NFL: RICAVI AL TOP CON SOLI 12 MATCHDAY

In questo quadro nella regular season una franchigia disputa in casa non più di otto/nove partite in un stagione. Mentre nella post season dipende dal piazzamento con cui si è arrivati ai play off, ma non si va molto più in la. Il tabellone della post season è diviso in due parti ognuna rappresentante le due conference della lega (la AFC e la NFC). Qualificata di diritto per le cosiddette partite Divisional Playoff (nei fatti i quarti di finale dell’intero torneo) sono soltanto le due franchigie (una per lato) con il miglior record nella conference. Queste hanno anche il diritto di giocare in casa tutti i match sino alla finale di conference (nei fatti la semifinale). Quindi al massimo una franchigia può disputare non più di 11 partite in casa.

Le altre 12 ammesse ai playoff prima giocano un turno preliminare (il cosiddetto wild card game), poi i divisional, poi la finale di conference. Quindi in extrema ratio il massimo possibile di partite in casa è 12 nel caso in cui una squadra che deve affrontare il wild game in casa, risulta poi quella con il migliore record nella conferenca perché quella inizialemenet con il record migliore è stata eliminata). Mentre il Super Bowl anche se vi arriva la squadra di casa (come i Tampa Bay Buccaneers di Tom Brady nel 2021) è considerato campo neutro. E come tale va inquadrato in termini economici.

Al di là dei tecnicismi sono poche se non pochissime le occasioni nelle quali il botteghino di un club può contare su un massimo di 12 giornate per i ricavi da matchday. Eppure è la lega più redditizia al mondo. Le franchigie sono quasi tutte in utile e di gran lunga: i Green Bay Packers nel 2021/22 hanno registrato ricavi che nel calcio varrebbero il podio delle più ricche a livello di fatturato (circa 600 milioni di euro), ma con utili per oltre 70 milioni. Ed è evidente che gli alti compensi ai giocatori tengono conto come in tutti gli sport USA del tetto dei salari cui ci si deve sottopporre.

E visto che le partite in casa sono così poche i prezzi dei biglietti sfruttano un effetto scarsità notevole per la domanda in essere, con cifre per quanto riguarda la rivendita che si aggirano anche intorno ai 700 dollari di media a biglietto a partita (come nel caso dei Las Vegas Raiders). E si pensi per esempio che all’AT&T Stadium, lo stadio dei Dallas Cowboys (cioè la squadra più popolare negli USA) si trova gente disposta a pagare per stare in piedi nell’ultimo anello dell’impianto (da 80mila posti) e vedere nei fatti la partita sulle tv montate sotto il tetto pur di assistere live a una partita dei propri idoli.

Non è un caso insomma che che le franchigie di NFL sono tra gli asset sportivi più cari al mondo. Forbes valuta i Dallas Cowboys l’asset sportivo di maggior valore (8 miliardi di dollari) e l’anno passato la cessione dei Denver Broncos è avvenuta per 4,4 miliardi di dollari, rappresentando il record per una transazione di un club sportivo. Numeri spinti da ricavi in fortissima crescita negli ultimi anni, considerando che i diritti tv valgono 10 miliardi annui (e Google ha appena firmato per YouTube un accordo da 2 miliardi annui per i prossimi sette anni). E proprio quest’anno inoltre la NFL ha fatto segnare il record in termini di sponsorizzazioni toccando la quota montsre di 2,7 miliardi di dollari spinta soprattutto dai brand di bevande alcoliche e tecnologiche.

Senza contare, come ebbe a lamentarsi anni orsono l’ex presidente della Juventus Andrea Agnelli che la finale del campionato, il famossissimo Super Bowl, incassa il doppio rispetto alla finale di Champions Legaue, nonostante questa rappresenti il maggior evento a cadenza annuale dello sport più popolare al mondo.

IL CALCIO GUARDI ALLA NFL: L’ESEMPIO PREMIER

Nel mondo della post industry insomma ci sono pochi dubbi su quale sia la best practice delle maggiori leghe al meglio. E quindi, portando nello sport quanto si fa in ogni comparto merceologico, bisogna domandarsi cosa si può emulare dall’azienda, istituzione – o lega in questo caso – che meglio di tutti svolge il proprio lavoro.

Provando quindi ad esaminare la situazione punto per punto, una cosa che è difficilmente trasportabile nel calcio europeo, come ha dimostrato il caso Superlega, è il concetto di lega chiusa all’americana. Al di là delle proteste popolari (più o meno convinte a seconda dei Paesi) non va scordato che praticamente tutti i governi europei si sono detti contrari al concetto di lega chiusa supportando la decisione della UEFA. Risulta quindi difficile un cambio di marcia generale in questo senso. Anche perché anche A22, la società di fatto dietro il progetto Superlega, sembra aver abbandonato l’idea di una lega non permeabile dal basso.

Allo stesso modo, appare difficile applicare il sistema in voga prettamente negli sport americani del salary cap, che in NFL è definito “hard salary cap” (cioè il tetto non è superabile al netto di alcune eccezioni, a differenza della NBA dove pagando la cosiddetta luxury tax può essere superato). Più difficile anche è il discorso fiscale visto che se consideriamo la questione a livello europeo non si possono imporre gli stessi regimi erariali ai diversi Paesi nel Vecchio continente.

Ma che il calcio europeo stia guardando a quanto fanno in America è testimoniato ad esempio a livello di campo dalla nuova Champions League, quantomeno in parte, con l’introduzione del cosiddetto “modello svizzero” partire dal 2024: un format in cui le squadre non si incontrano tutte l’una contro l’altra nel corso della stagione ma giocano solo contro un determinato numero di avversarie, formando poi una classifica unica da cui dipende il piazzamento nel tabellone per la successiva fase ad eliminazione diretta.

Quello invece che si può copiare soprattutto perché chi in Europa lo ha già fatto – la Premier League – è divenuta la lega miglio lega del mondo del calcio mondiale, è questo: consegnare ai club il maggior controllo possibile del movimento.

La Premier League infatti nacque nel 1992, quando le 22 squadre affiliate alla First Division si separarono – in blocco – dalla Football League per la volontà di contrattare autonomamente i diritti televisivi e di sponsorizzazione, e non più attraverso i due enti (l’altro era la Football Association). Si riuscì, di fatto, a contenere la spaccatura in quanto il nuovo campionato fu integrato nella struttura già esistente: venne però posto al di fuori dell’egida della Football League, le cui serie scesero da 4 a 3. Non mutò invece il formato della competizione.

E un progetto simile sta per prendere piede anche in Brasile. I maggiori club del Paese sudamericano sembrano d’accordo nel dar vita a questo progetto il cui cardine è togliere dal controllo della federazione (la CBF) il maggior torneo della nazione, il Brasilerao che gli organizzatori punta a essere secondo soltanto alla Premier League.

E a ben vedere queste istanze erano tra quelle principale alla base della Superlega: perché, si domandavano e si domandano i club, dobbiamo essere noi a sostenere tutti i costi di gestione del calcio (in pratica gli stipendi dei calciatori) e lasciare a un organismo internazionale – la UEFA e tutto il suo apparato burocratico – una buona parte dei proventi?

Questa testata si è da subito schierata contro il progetto Superlega perché non convinta dell’idea di lega chiusa. È stata subito invece meno persuasa che non si possa modificare l’attuale modello di governance del calcio europeo, imperniato sull’UEFA, soprattutto nell’ottica di un maggiore remunerazione del capitale investito da parte dei proprietari delle squadre e a tendere di una maggiore competitività del calcio nella battaglia mondiale, che si sviluperrà nel medio termine, tra le varie discipline sportive di fronte alla volontà di espansione degli sport USA al di fuori del Nord America. La NBA ha già una audience mondiale e la NFL come si accennava punta a una espansione in Europa.

IL VALORE DEL CALCIO PER LO SPORT ITALIANO

Il concetto a bene vendere può essere applicato, come in Inghilterra e in Brasile, anche alle federazioni nazionali (dove da subito viene meno per altro il problema erariale di cui sopra). Entrando nello specifico nel caso italiano, va sottolineato come la Lega Serie A sia il traino del mondo calcistico e sportivo nel Paese a livello economico. Da un lato infatti arrivano nelle casse della FIGC soldi direttamente dalla Lega e dai club, sia come quote degli associati che come mutualità dei diritti tv del massimo campionato (14 milioni di euro nel 2021); dall’altro, la federcalcio riceve la quota maggiore dei contributi pubblici da Sport e Salute, pari a 39 milioni di euro nel 2021, soldi che poi la FIGC gira alle società dilettantistiche e di puro settore giovanile.

Da dove prende i soldi Sport e Salute per finanziare la Federcalcio e tutte le altre federazioni sportive italiane? Dal “versamento delle imposte ai fini IRES, IVA, IRAP e IRPEF delle attività di gestione di impianti sportivi, palestre, altre attività sportive e di club calcistici”: le società di Serie A versano circa un miliardo di imposte fiscali su un totale del calcio professionistico superiore a 1,2 miliardi, la quota probabilmente maggiore da cui andare  a pescare per distibruire i soldi alle federazioni. Quote fondamentali per la gestione dell’attività sportiva: prima della pandemia, infatti, i contributi statali tenevano in piedi oltre il 60% delle federazioni.

Così, quindi, si finanzia il sistema sportivo italiano, con il calcio e in particolare la Serie A come maggiore contribuente. Quanto riceve il massimo campionato, al contrario? Poco o nulla a livello di contributi federali. Tanto che una volta un presidente – non italiano – di una squadra di Serie A domandò a Calcio e Finanza: «Ma perché io devo contribuire a far vincere all’Italia medaglie alle Olimpiadi in discipline sportive che nemmeno conosco?».

In questo quadro si può anche arrivare a capire il grande regalo che il governo ha fatto al calcio italiano sul tema della tesse sospese e non pagate.

Ma soprattutto sul tema di dare un maggior potere ai club è evidente che la Lega Serie A, simbolo da sempre di grandi divisoni interne che quasi la rendono incapace di decidere, potrebbe trarre un altro grande insegnamento dalla NFL: quello del ruolo di un commissioner forte. Basti pensare alla multa nel 2015 da 1 milione di dollari ai New England Patriots e alla squalifica di Tom Brady, la squadra e il giocatore più in vista dell’intero campionato, per il caso dei palloni sgonfiati definito “deflategate”.

Un altro punto da poter emulare è una migliore distribuzione dei ricavi. Nella NFL le squadre si dividono a livello nazionale il 53% dei ricavi della lega in parti uguali, con il 47% che invece finisce ai giocatori come stipendi (da cui si ricava il valore del salary cap) per non parlare dei dettagli con cui la NFL cura la propria espansione all’estero. Per esempio il nuovo stadio del Tottenham è stato costruito anche appositamente per poter ospitare un campo da NFL in modo da assecondare il volere della lega USA di mettere in programma gare di regular season a Londra (e sullo sfondo, chissà, portare anche una franchigia in Europa).

Infine ma non da ultimo un diverso concetto legato al calendario: seguendo l’idea che un minor numero di partite significhi maggiore interesse e quindi maggiore appetibilità. E non che un maggior numero di gare porti maggior ricavi come da idee dei vertici calcistici in questo momento.