Football Affairs, l'opinione di Luciano Mondellini

Negli affari il mercato è sovrano e non ammette discussioni. Ne è prova il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi, al di là di eventuali previsioni di analisti o accademici, quando una società lancia una proposta di acquisto su di un titolo, quell’azione quasi immediatamente si allinea a quel valore senza tenere conto di quanto scritto in precedenza. In pratica quando ci sono investitori disposti a pagare moneta sonante per un asset la valutazione è quella, a dispetto di tutti i precedenti studi o previsioni.

In questi giorni nel calcio europeo sono passati di mano due grandi club: uno è il Chelsea che è stato acquistato dal miliardario statunitense Todd Boehly per 2,9 miliardi di euro dopo che il precedente proprietario, il magnate russo Roman Abramovich, ha dovuto vendere la società per le sanzioni legate all’invasione russa dell’Ucraina. Il secondo è il Milan il cui nuovo proprietario sarà il finanziere Gerald “Gerry” Cardinale all’interno di un’operazione che ha valutato il club 1,2 miliardi di euro e, come ha svelato Calcio e Finanza in settimana, con una struttura articolata del finanziamento.

Quindi a conti fatti il Chelsea è stato valutato più del doppio (in pratica 2,5 volte) il Milan e questo nonostante l’eccellente lavoro svolto dal fondo Elliott in questi anni. La società di Paul Singer non solo ha riportato le finanze milaniste sotto controllo in breve tempo (si prevede un rosso di 50 milioni quest’anno mentre il passivo era stato 195 milioni solo due anni orsono), ma anche portato lo scudetto nella bacheca di via Aldo Rossi dopo 11 anni di assenza. Nei fatti mostrando probabilmente la migliore gestione sportiva d’Italia degli ultimi tempi.

È dunque giustificata una tale differenza tra un top club di Serie A e una società omologa di Premier? Per quanto detto sopra, se il mercato dice questo evidentemente lo è. Basti pensare che il Chelsea, nell’operazione per la cessione, ha:

  • ricevuto oltre 250 richieste di informazioni da parte di acquirenti;
  • tenuto discussioni approfondite con 100 persone e società;
  • stipulato 32 accordi di riservatezza con due diligence sui conti del club;
  • ricevuto 12 offerte ritenute credibili, poi ridotte alle tre proposte finaliste tra cui è stata scelta quella di Boehly.

Ma se il Chelsea ha stretto 32 accordi di riservatezza con la possibilità di effettuare la due diligence, per quanto è stato reso noto al Milan sono stati due gli accordi di questo tipo, ovverosia quelli con Investcorp e RedBird, con però diverse altre offerte in particolare da investitori statunitense che tuttavia non si sono concretizzate.

Entrando nelle more delle due operazioni, d’altronde, emergono dettagli anche più interessanti che spiegano le evoluzioni dei due movimenti calcistiche, quasi che in nuce le vendite di Milan e Chelsea contengano tutti i motivi per cui ora la Premier guarda dall’alto in basso la Serie A. Motivi, ben inteso, che sono di lungo periodo e per i quali senza l’operato di Elliott il divario di valutazione sarebbe probabilmente stato ancora maggiore

Nello specifico, il Chelsea per lungo tempo non è stato nell’aristocrazia del calcio europeo. Anzi a ben vedere non era neppure in quella del calcio inglese e forse nemmeno di quello londinese, dove Arsenal e Tottenham avevano più seguito (e dove forse la squadra più tifata, proprio per i tanti club della capitale, è il Manchester United – i noti cockney reds). Poi negli anni novanta prima l’arrivo dei soldi legati alla istituzione della Premier League e poi soprattutto l’abbondanza di risorse economiche garantite dalla presidenza di Abramovich, il Chelsea è diventato prima una potenza nazionale (sotto José Mourinho) e poi una superpotenza europea. Portando tra l’altro la città di Londra a sfatare nel 2012 la maledizione per cui nessun club della capitale inglese aveva vinto la Champions League. Ora i Blues, unica squadra londinese a potersi fregiare del titolo di Campione d’Europa, ne hanno due avendo vinto la Coppa anche nel 2021.

Il Milan, con sette Coppe dei Campioni in bacheca, invece è da sempre nell’élite del calcio europeo avendo vinto per la prima volta il massimo trofeo contintale nel 1962/63 (primo club italiano a riuscirci) ed essendo tuttora secondo solo al Real Madrid come club come numero di titoli di campione d’Europa. I rossoneri però hanno smesso di vincere a livello continentale nel 2007 e fanno parte di un movimento, la Serie A, che ha alzato l’ultima Coppa dei Campioni nell’ormai lontano 2010.

Insomma Milan e Chelsea sembrano rappresentare perfettamente quei percorsi incrociati che hanno tracciato da un lato la Serie A (in tendenza declinante) e dall’altro la Premier (in tendenza ascendente) negli ultimi tempi. Sino al 2010, d’altronde, l’Italia era davanti all’Inghilterra come numero di Coppe dei campioni vinte, ora invece i britannici con 14 titoli sono dietro solo alla Spagna (19) e precedono l’Italia (12).

Ma al di là degli aspetti sportivi non certo secondario è l’aspetto patrimoniale, dove la differenza tra calcio italiano e inglese è enorme. Sempre usando le cessioni di Milan e Chelsea come paragone, va detto che al momento il valore della rosa oggi appare molto più favorevole al Chelsea che non al Milan (870 milioni il valore complessivo della rosa degli inglesi, 480 quella del Milan), ma questo è un portato del fatto che negli ultimi anni i Blues sono stati un club più ricco dei rossoneri. La questione di fondo invece è l’aspetto immobiliare. Il Chelsea, come la gran parte degi club d’Oltremanica, dispone oltre al centro tecnico di Cobham (equivalente a Milanello) anche un impianto di proprietà. E nel caso dei Blues il loro impianto, Stamford Bridge, è nel cuore di uno dei quartieri più costosi del mondo, ovvero il West End londinese. Ora è evidente che i valori immobiliari di Milano, per quanto alti, siano molto meno elevati di quelli di Londra, ma quanto sarebbe valso di più il Milan se negli scorsi decenni si fosse provveduto a un impianto di proprietà in un quartiere borghese del capoluogo lombardo?

Tutto questo evidentemente pesa sulle transazioni di mercato e sulle prospettive future. Tant’è che tornando nel tecnico, il Chelsea è stato venduto a una cifra pari a 5,6 volte il fatturato (pari a 447,4 milioni di sterline nel bilancio 2021) mentre il Milan è passato di amno per un controvalore pari a circa 5,1 volte i ricavi (pari a 232,1 milioni al netto del player trading nel 2020/21). Segnale che gli acquirenti, nonostante un prezzo 2,5 volte maggiore, vedono un profilo finanziario più roseo per i Blues visto che sono stati pronti a scommettere su multipli più alti.

Insieme ad altri colleghi, chi scrive ha avuto in settimana l’opportunità di avere un primo incontro con il nuovo proprietario del Milan Gerald “Gerry” Cardinale. E la prima impressione è stata quella di un uomo passionale e determinato. «We want to win», «Vogliamo vincere», è stato il mantra ripetuto più volte durante la chiacchierata. Sulla sua abilità di manager parla invece il suo curriculum di un uomo che per oltre 20 anni è stato tra i manager di Goldman Sachs, una banca d’investimento tra le più prestigiose al mondo e nella quale non si dura a lungo se non si portano risultati. Anzi, si dura molto ma molto poco.

Ovviamente il calcio italiano è un settore particolare e diverso sia da quello delle grandi banche di investimento che da quello sportbusiness americano in cui Cardinale ha lavorato dopo aver lasciato la banca e fondato RedBird. È un settore talmente peculiare per cui anche pratiche che all’estero sembrano normali qui appaiono imprese titaniche: senza scomodare gli Stati Uniti basta andare in Inghilterra e Spagna (si pensi a Tottenham e Atletico Madrid) per vedere ergersi impianti di avanguardia nel giro di pochi anni mentre costruire un nuovo stadio a Roma e Milano sembra qualcosa di impossibile. E in questo senso, anche perché lo stadio nuovo è un punto focale per la crescita del Milan, sarà interessante come il nuovo arrivato si ambienterà nel nostro calcio.

Cardinale, Galliani e i nuovi arrivi nella Lega Serie A

Inoltre non va dimenticato che Cardinale si dovrà confrontare con i suoi omologhi nella stanza dei bottoni della Lega Serie A. Un ente in cui non sempre la logica e la razionalità del business finisce per prevalere e nel quale se è vero che con le proprietà straniere sta crescendo il peso del fronte che guarda allo sport sempre più con spirito americano, è d’altra parte altrettanto vero a dove rimane ben salda anche la posizione dei presidenti/proprietari di stampo tradizionale e italiano, come Aurelio De Laurentiis e Claudio Lotito. Proprio su questo tema va registrato come i tam tam di Via Rosellini indichino che il presidente della Lazio stia pian piano riguadagnando peso all’interno della Lega (come dimostrato dalla battaglia sull’indice di liquidità), grazie anche alla nomina del non lontano Casini come presidente, dopo che negli ultimi tempi la sua presa si era un po’ appannata.

Nello stesso tempo va segnalato come la prossima Serie A. grazie alle promozioni di Cremonese e Monza. si arricchirà di due grandi esponenti della imprenditoria nazionale. Uno è una novità assoluta, ovvero quell’Arvedi patron del club grigiorosso che è anche un grande industriale dell’acciaio. L’altro invece non ha bisogno di presentazioni essendo il Monza di proprietà della Fininvest di Silvio Berlusconi. Ciò significa che in Lega a tutelare gli interessi dei brianzoli sarà Adriano Galliani, amministratore delegato del Monza, figura che conosce tutti i minimi meandri del calcio italiano e questa volta la sua esperienza ed abilità potrebbe essere messa a disposizione della salvaguardia degli interessi dei club più piccoli. A proposito di questo, i tam tam dicono che Galliani potrebbe puntare al consiglio di Lega al posto di Tommaso Giulini, che dal prossimo 1 luglio non potrà più ricoprire la carica di consigliere dopo la retrocessione del Cagliari in Serie B.

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