Il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman (Photo by Pool/Getty Images)

L’appuntamento è fissato per il 20 dicembre quando il presidente della FIFA Gianni Infantino ha convocato gli Stati generali del calcio mondiale. Più di 200 federazioni si riuniranno per cercare di trovare una sintesi ai problemi del pallone a livello planetario e per discutere dei calendari dell’intero sistema a partire dal 2024. L’organizzazione delle scadenze temporali infatti non è di poco conto visto che disegnerà il calcio per i prossimi anni tra le velleità della FIFA di lanciare il Mondiale ogni due anni, la resistenza delle UEFA al progetto e le legittime preoccupazioni dei club che in ultima istanza sono coloro che pagano i giocatori.

Difficile però che quel giorno uscirà un verdetto definitivo su come sarà il calcio del futuro anche perché le posizioni sono molto distanti, ma soprattutto perché la matassa si fa ogni giorno più intricata.

La notizia, svelata dal Financial Times in settimana, che l’UEFA sta finalizzando un prestito da 7 miliardi per poter lenire del calcio europeo post Covid infatti segnala essenzialmente due cose.

La prima è che la confederazione del Vecchio continente, forse le per le minacce della Superlega o forse no, sta abbracciando una politica più accondiscendente verso i club. Non è strano in questa ottica l’indiscrezione, svelata da Calcio e Finanza sempre in settimana, che l’UEFA ha acconsentito a dare più potere ai club sulla commercializzazione dei diritti tv e sponsoring.

Dopo Jp Morgan arriva anche Goldman Sachs

La seconda è che, semmai ce ne fosse stato ulteriore bisogno, il calcio è entrato definitivamente nel mirino delle grandi banche d’affari americane. Dopo che Jp Morgan si era detta disposta a finanziare la Superlega con un maxi-pacchetto da 3,5 miliardi, ora è scesa in campo in forze anche l’altra grandissima investment bank di Wall Street, ovvero Goldman Sachs (tra l’altro anche impegnata nella ristrutturazione del debito dell’Inter). L’istituto newyorchese è infatti in short list per il finanziamento UEFA insieme agli australiani di Macquarie e al fondo Usa Apollo.

Un particolare da non sottovalutare è che in corsa c’era anche Unicredit. Segno che forse in Piazza Gae Aulenti a Milano, sede della banca, con il nuovo amministratore delegato Andrea Orcel si vuole tornare a puntare sul calcio dopo che la sponsorizzazione della Champions League di circa un decennio fa (nell’era di Federico Ghizzoni al timone dell’istituto) non era stata rinnovata negli anni in cui alla guida si trovava il francese Jean Pierre Mustier.

D’altronde non sono in pochi a pensare che il calcio sia un business dal potenziale ancora inespresso. Un senior banker di un grande istituto di credito ha infatti spiegato a Calcio e Finanza: «Arrivasse da me la proposta di finanziare un’operazione sul calcio mondiale, non ci penserei due volte. Al di là dei problemi italiani, il movimento a livello globale non potrà che crescere e la banca non potrà che guadagnarci».

Nei fatti quindi oltre ai grandi capitani d’industria a stelle e strisce, ormai proprietari di un grandissimo numero di club europei, nel Vecchio continente sta arrivando in massa anche la finanza di Wall Street che solitamente non si muove a caso se non vede rendimenti interessanti.

I sauditi sparigliano il banco

In questo quadro l’altro grande ingresso nel mondo del calcio è quello dell’Arabia Saudita, che ha appena acquistato il Newcastle con il suo fondo sovrano PIF. Un veicolo di investimento da 430 miliardi di euro che punta a portare il club del North-East ai vertici del calcio mondiale. Per essere chiari circa le potenzialità dei sauditi, il fondo PIF è 50 volte più ricco di Nasser Al-Khelaifi, presidente del PSG, e 13 volte dell’Abu Dhabi United Group, proprietario del Manchester City.

Non a caso a Milano continuano a circolare voci di un interessamento di PIF anche per l’Inter. In effetti, secondo quanto ha appreso Calcio e Finanza, un abboccamento tra il club nerazzurro e il fondo saudita c’è stato nei mesi scorsi anche se al momento la situazione pare essere stata parcheggiata. Forse, sostiene qualcuno, soltanto temporaneamente visto che, come ha svelato Calcio e Finanza, non mancano legami di affari tra il fondo saudita ed ex manager della società nerazzurra.

Quel che è certo è che l’entrata dell’Arabia Saudita nel calcio segna un ulteriore balzo dimensionale delle presenza mediorientale nel calcio. E non è un caso.

Va detto infatti che il mondo arabo in generale ha un grosso problema strategico da affrontare. Con i Paesi occidentali che marciano spediti verso la transizione elettrica e che quindi avranno meno bisogno di petrolio, gli Stati arabi sanno benissimo che devono diversificare i propri investimenti per non trovarsi spiazzati nel prossimo futuro. Di qui gli investimenti nel calcio.

I detrattori sostengono infatti che per ripulire la propria immagine di Paesi retrogradi in tema di diritti civili, alcune nazioni arabe stiano cercando di rifarsi il trucco attraverso i successi sportivi da cui deriva il cosiddetto “softpower” tra i tifosi. Un potere “dolce” che permetterebbe a queste nazioni di essere viste meglio nel contesto internazionale e quindi facilitarne gli affari anche negli altri settori.

Per questo, nonostante le varie voci di protesta sollevatesi in Inghilterra, l’acquisizione del Newcastle da parte dei sauditi è andata a buon fine. Il calcio si sta strutturando sempre più come una industria e cinicamente nella storia della finanza e dei settori industriali, difficilmente si lascia fuori dalla porta chi ha intenzione di iniettare milioni e milioni nel circuito.

Insomma i soldi delle investment bank USA e i denari dei sauditi saranno i due convitati di pietra al congresso voluto da Infantino perché le loro risorse finanziarie saranno le assolute protagoniste in qualsiasi sarà il calcio che verrà.

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