Chiusura impianti sciistici
(Photo VINCENZO PINTO/AFP via Getty Images)

La chiusura degli impianti sciistici durante il periodo natalizio potrebbe causare, secondo le stime prodotte dall’Anef, l’Associazione nazionale degli esercenti funiviari, una perdita di circa 8,5 miliardi di euro, circa il 70% del fatturato. L’economia, che in tutto l’arco alpino ruota intorno al turismo invernale, ha infatti un peso economico stimato tra i 10 e i 12 miliardi di euro tra diretto, indotto e filiera, come riporta l’Agi.

All’aspetto sportivo, ad esempio, si aggiunge la produzione della neve artificiale, che costa dai 3,4 ai 3,8 euro a metro cubo neve: per innevare una pista lunga 1 chilometro, larga 40 metri con uno spessore di 40 centimetri che dura tutta la stagione bisogna investire 60.000 euro. Ad esempio, per innevare tutta la ‘Vialattea’  in Piemonte (400 km di piste e 63 impianti) servono 1,5 milioni di metri cubi di neve, mentre in Trentino per innevare i 1.600 ettari di piste del Dolomiti Superski il costo si aggira sui 24 milioni di euro. Senza considerare l’aspetto commerciale e logistico che ruota intorno al mondo dello sci.

L’intera filiera dà lavoro a 120mila persone ed è molto ampia. Si passa dall’aspetto puramente sportivo all’ospitalità, senza dimenticare le attività commerciali. Le categorie che subirebbero un pesante deficit, in caso di parziale o addirittura mancata apertura della stagione sciistica 2020/2021, sono perciò molte: si va dai maestri di sci (400 scuole in Italia, 14.000 maestri e 1,7 milione di allievi nella stagione 2019/2020) fino ai noleggiatori di attrezzature, passando per chi si occupa della logistica (hotel, case private, appartamenti, B&B, residence) come di chi lavora nelle attività commerciali (dai ristoranti ai bar ai negozi di abbigliamento invernale).

Chiusura impianti sciistici: le parole degli addetti ai lavori

E la fiducia sulla possibile apertura nel periodo natalizio è sempre meno, come spiega Valeria Ghezzi, presidente dell’Anef: “Aprire per Natale? La vedo molto dura anche perché dobbiamo mettere in sicurezza le persone che sciano e garantire tranquillità nei soccorsi: impossibile con gli ospedali al collasso. Certo, se non apriremo prima di Natale, come impianti a fune e quindi a cascata tutta la filiera della montagna, la perdita sarà del 70%. Ipotizzare una cifra per il comparto montagna è impossibile”.

“In caso di apertura prima di Natale bisogna auspicare almeno la mobilità tra regioni ma verrebbero a mancare gli stranieri – aggiunge Ghezzi -. Aperture regionali? Forse Veneto, Piemonte e Lombardia potrebbero aprire e limitare le forti perdite con i loro residenti ma non saprei come potrebbero fare Friuli Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta che sono territori prettamente turistici”.

Parlando della stagione scorsa terminata il 9 marzo, la numero dell’Associazione spiega: “E’ stato perso il 15% del fatturato, circa 1,2 miliardi di euro, sull’arco alpino. E almeno il 30% sugli Appennini perché in quelle zone la neve era arrivata tardi”.

Il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, ha invece equiparato la chiusura di una stazione sciistica a Natale a quella di un albergo al mare a Ferragosto specificando che, data la situazione attuale, la decisione sullo stop allo sci dovrebbe essere europea.

“È importante – ha detto Bocca – che sia una scelta europea perché se i paesi attorno a noi, Austria, Svizzera, Francia e Germania tengono tutto aperto, mentre noi siamo tutti chiusi, si capisce subito che significa regalare turisti italiani agli altri Paesi”.

Chiusura impianti sciistici: la situazione nel resto d’Europa

Il governo italiano starebbe trattando un’intesa europea con l’obiettivo di vietare le vacanze sulla neve a livello europeo, anche per evitare che si creino situazioni di concorrenza tra le zone alpine.

In Francia Macron si è preso 10 giorni per decidere, in Germania la riapertura delle piste è stata rinviata a dicembre. Per quanto riguarda i paesi confinanti con l’Italia: in Svizzera si può già sciare in 10 località, ma non è consentito l’accesso a chi proviene dalle zone rosse con un alto tasso di contagi da Covid; in Slovenia l’attività potrebbe ricominciare dai primi di dicembre

Chiusura impianti sciistici: l’impatto sulle singole regioni

Proprio per la concorrenza con gli altri paesi, le regioni alpine stanno chiedendo di poter riaprire in sicurezza gli impianti sciistici nelle zone gialle e arancioni proponendo limitazioni di vendita degli sky pass giornalieri, riduzione della capienza di cabinovie e funivie al 50% con obbligo mascherina e distanziamento in tutte le fasi precedenti il trasporto. Ecco la situazione regione per regione e l’impatto che potrebbe avere una chiusura degli impianti.

Friuli Venezia Giulia

Le stazioni sciistiche friulane sono Tarvisio/Monte Lussari, Ravascletto/Zoncolan, Sella Nevea che offre un collegamento con la Slovenia, Piancavallo, Forni di Sopra/Sauris e Sappada. I comprensori montani friulani rischiano di avere ingenti perdite legate al turismo estero (proveniente dalla vicina Slovenia fino ad arrivare alla Polonia) che in inverno vale per il 50%. Il turismo italiano proviene maggiormente dal Veneto ma anche dall’Emilia Romagna, Lombardia e Toscana

Veneto

In Veneto oltre il 90% del turismo invernale è concentrato in provincia di Belluno. La località regina è sicuramnete Cortina d’Ampezzo, il centro sciistico che nel 2026 tornerà ad ospitare le Olimpiadi Invernali insieme a Milano. In base alle statistiche del Turismo, ogni persona spende durante la stagione invernale mediamente 136 euro al giorno (125 in estate). Il 60% della spesa riguarda il pernottamento, il 30% la ristorazione e il 10% servizi vari. Prima del lockdown dello scorso marzo sulle Dolomiti venete è stato registrato un incremento pari al 17% nelle presenze (825.721) rispetto all’anno precedente. Il turismo anche nel Bellunese si divide al 50% tra italiani e stranieri.

Trentino e Alto Adige

In Trentino il turismo è prettamente italiano, in particolare in Val di Fassa e a Madonna di Campiglio. Il turismo nazionale è pari al 60%. I pernottamenti nell’inverno scorso sono stati 2,2 milioni. Secondo una stima a livello provinciale ogni persona spende 130 euro al giorno.

L’Alto Adige è invece la destinazione dove il turismo è storicamente più straniero che italiano. Nella stagione terminata ad aprile il numero dei pernottamenti è stato pari a 9,7 milioni, con un calo del 22% rispetto a quella precedente (da novembre a febbraio le presenze hanno fatto registrare un +9,9%).

 

Valle d’Aosta

E’ la regione di montagna più piccola d’Italia ma che produce numeri molto elevati.  Lo scorso inverno le presenze (pernottamenti) complessive sono calate del 24,4% attestandosi su un milione e 286 mila presenze. Restando alla precedente stagione dello sci, le presenze italiane sono state 634.411 per un calo rispetto all’anno precedente del 17%. Per quanto concerne le presenze straniere – in Valle d’Aosta arrivano turisti da tutto il mondo – il Regno Unito svetta con 203.299 presenze (nel 2019 erano 295.592).

Piemonte 

Sulle montagne piemontesi preoccupa la quasi certa perdita della clientela straniera che vale il 45% del fatturato della stagione invernale. I turisti esteri tra gennaio e febbraio aumentano fino al 70-80% della clientela.