Cessione Mediaset a Vivendi, quali potrebbero essere gli impatti di questa operazione sul Milan e sui piani per trovare un socio disposto ad affiancare la famiglia Berlusconi nel capitale del club?

In primo luogo bisogna dire che, nonostante la rilevanza mediatica data ai contatti tra Berlusconi e Vincent Bolloré (principale azionista di Vivendi) i giochi non sono ancora fatti. Dal quartier generale della Fininvest si getta acqua sul fuoco sulla possibile cessione di Mediaset, anche graduale o più in là nel tempo. Non vi è alcuna necessità di far cassa, riporta il quotidiano La Repubblica citando fonti della holding di via Paleocapa, la situazione finanziaria è florida e l’unico asset che potrebbe essere alienato è Mediaset Premium.

Fininvest in effetti non ha al momento problemi finanziari, ha in pancia più di 500 milioni di liquidità grazie anche ai collocamenti sul mercato del 7,79% di Mediaset e di una piccola quota di Mediolanum a fine 2013. Ciò che rimane in portafoglio, al momento, non si tocca.

La battaglia legale combattuta per due anni contro la decisione di Bankitalia di vendere un altro 20% di Mediolanum, è stata vinta grazie a una recente sentenza del Consiglio di Stato. Dunque Fininvest resterà azionista al 30% della società fondata da Ennio Doris, una banca che garantisce anche un buon flusso di dividendi.

Così come la Mondadori che, presieduta da Marina Berlusconi e rilanciata dall’ad Ernesto Mauri grazie all’acquisizione della Rcs Libri, si è rimessa in pista dopo le sbandate del 2012 e del 2013.

Le preoccupazioni di Silvio Berlusconi, semmai – assicurano i banchieri che gli hanno parlato negli ultimi mesi – riguardano piuttosto Mediaset. La società è tornata a guadagnare (poco) e a distribuire piccoli dividendi grazie soprattutto alla Spagna dove la ripresa economica si è portata dietro anche una crescita della raccolta pubblicitaria.

Ma l’andamento della pay tv Premium preoccupa perché rischia di tingere di rosso i conti del gruppo. La scommessa sui diritti della Champions, fortemente voluta da Pier Silvio, si sta rivelando un buco nell’acqua. Gli abbonati crescono di poco e il costo spropositato dei diritti, 710 milioni in tre anni, è di dimensioni tali da zavorrare l’intera struttura.

Inoltre la tv in chiaro è ancora appetibile grazie a una quota di mercato della raccolta pubblicitaria molto alta (57%) ma non si sa per quanto sarà ancora così. L’arrivo in Europa di concorrenti del calibro di Netflix, e in prospettiva l’ingresso nella produzione di contenuti anche dei grandi aggregatori digitali come Amazon, Facebook, Apple, con la loro immensa base di clienti, non può non creare apprensioni a Cologno Monzese.

E poiché Silvio Berlusconi ha sempre avuto un gran fiuto per gli affari, l’idea di far entrare Mediaset in un gruppo europeo e internazionale come Vivendi in cambio di una buona partecipazione al capitale di quest’ultima si configura come una buona opportunità.

Certo i figli vorrebbero continuare a fare quello che fanno, ma per Marina le cose non cambierebbero più di tanto in quanto la Mondadori non verrebbe toccata da un accordo di questo genere. Il più investito direttamente da un’operazione con Vivendi sarebbe Pier Silvio, oggi numero uno operativo di Cologno Monzese sebbene con la supervisione attenta di Fedele Confalonieri. Ma in prospettiva, per la famiglia Berlusconi, essere azionisti e presenti nel cda di Vivendi e da lì partecipare alla formazione delle strategie di un gruppo di respiro internazionale, non pare un’occasione da buttar via. Tanto più che il figlio Luigi si sta dedicando al venture capital pur essendo presente nel cda Fininvest mentre la figlia Eleonora vive a Londra e non ha incarichi nelle aziende di famiglia.

Barbara invece è assorbita dall’avventura del Milan, società che assorbe una media di 75 milioni all’anno alla Fininvest e che quest’anno si avvia a chiudere il bilancio con un rosso di 90 milioni (in linea con la perdita dello scorso anno). Un accordo di ampio respiro tra Mediaset e Vivendi potrebbe mettere tutti con il cuore in pace, permettendo a Berlusconi di continuare a investire a fondo perduto nella squadra di calcio.

Non è un mistero infatti che l’ex premier non ha alcuna intenzione di liberarsi della maggioranza del Milan. Il fatto che l’unica trattativa che sia stata intavolata è stata quella con il broker thailandese Bee Taechaubol è solo perché quest’ultimo, oltre a una valutazione del club in linea con quella chiesta da Berlusconi, si era detto disponibile a investire in minoranza, per poi monetizzare attraverso la quotazione del Milan sulla borsa di Hong Kong.

C’è però un altro aspetto da considerare e riguarda l’aspetto manageriale. Finora i destini del Milan e del vicepresidente vicario Adriano Galliani sembrano essere indissolubilmente legati anche per il fatto che lo storico collaboratore di Silvio Berlusconi ha rappresentato per anni una garanzia per Mediaset in Lega Calcio, specie quando si è trattato di decidere per l’assegnazione dei diritti tv della Serie A.

Ma se Mediaset dovesse realmente passare nell’alveo di Vivendi, procedendo poi a un’integrazione con Telecom (di cui i francesi sono il primo socio), potrebbe venire meno anche l’importanza per il futuro gruppo televisivo di avere una presenza, pronta a far valere le proprie ragioni, all’interno della Lega Calcio. Questo potrebbe aprire le porte a un cambiamento manageriale nel club. Sempre che Berlusconi abbia davvero intenzione di farlo.