Il calcio europeo è ad un bivio. Dopo i dibattiti a mezzo stampa stanno per arrivare le convocazioni ufficiali. La European Club Association (Eca), di cui Rummenigge è presidente, si riunisce 8 e 9 febbraio in assemblea; la commissione competente dell’Uefa giovedì 11.

Da quando Rummenigge ha rilanciato dopo 15 anni l’idea della Superlega le manifestazioni di insofferenza dei grandi club sono aumentate. Nel fine settimana Andrea Agnelli ha rilanciato: “Juve, Milan e Inter incassano dai diritti tv di serie A meno del loro brand”.

Questa mattina su Repubblica Umberto Gandini – responsabile dell’organizzazione del Milan e vicepresidente dell’Eca – aggiunge un capitolo: «non abbiamo un piano già definito, ma sappiamo cosa fare. Ogni tre anni, alla scadenza dei contratti tv, si discute del format. Il dato nuovo è che oggi la Premier cresce più di tutti e distribuisce tre miliardi di euro l’anno. Fuori dall’Europa ha più appeal della Champions».

Le sue parole confermano “il complotto dei giganti”, come lo ha bollato questa settimana il Sun.

E confermano che i grandi club hanno appetiti enormi: vogliono continuare a cannibalizzare i campionati nazionali assicurandosi al contempo una competizione che li favorisca pure in Europa.

Alla luce di questa rivelazione del tabloid inglese (che spesso le spara, ma volentieri ci prende) le parole di Rummenigge assumono un significato diverso: «Nelle cinque leghe di spicco le grandi diventano sempre più forti. Si va verso una Lega oltre la Champions, sotto l’Uefa o un tetto privato. Con partite anche negli Usa e in Asia» aveva detto settimane fa in un convegno alla Bocconi.

Rummenigge, questa è l’impressione crescente, non ha mai avuto in mente di lasciare la Bundesliga, il tetto privato non sembra essere un campionato altro rispetto a quelli nazionali ma rispetto alla Champions. La sua era una minaccia all’Uefa, mai debole come in questo momento (e non è detto che presto dall’Eca non esca una candidatura forte proprio per conquistare la presidenza Uefa).

Cosa succederà è presto per dirlo. Saranno i dirigenti a deciderlo.

Per ora la prospettiva più chiara e probabile è quella delineata qui e ripresa nei giorni scorsi anche da CF – calcioefinanza.it.

Quel che è chiaro è che oggi esiste la federazione europea, l’Uefa, ed esiste l’Eca. Queste potrebbero avere lo stesso rapporto Federazioni – Leghe che esiste in tutti i Paesi, ma l’Eca un suo campionato non ce l’ha e l’Uefa è preoccupata perchè un eventuale campionato europeo fuori dal suo controllo potrebbe avere come primo effetto quello di svalutare (o distruggere del tutto) la Champions.

Allo stesso tempo le manovre dovrebbero preoccupare le singole leghe e Federazioni nazionali: un campionato europeo svaluterebbe i diritti tv dei vari paesi.

Il problema del calcio europeo è lo stesso che altri sport come il basket e il rugby stanno affrontando. E in qualche modo è lo stesso problema politico che l’Europa affronta a tutti i livelli: sussistono fortissime identità nazionali, ma il mercato ormai le ha superate e questo ne mette in difficoltà le economie, le interdipendenze e naturalmente gli equilibri politici.

In tutto questo e a tutti i livelli c’è poi il ruolo dell’Inghilterra che sta dentro ma è fuori (non solo geograficamente, in quanto isola), anche nella difesa degli interessi economici che apparentemente ne fanno un Paese – fuori anche da Schengen – più indipendente degli altri rispetto agli equilibri continentali.

Quando si affrontano questi temi, come ha fatto in queste settimane CF – calcioefinanza.it, i riferimenti ai regolamenti sportivi dei campionati professionistici USA sono doverosi.

Questo non per un generico ossequio al mondo sportivo statunitense, ma perchè quel sistema di sport business funziona e garantisce al contempo il lato economico (gli affari) e quello sportivo (la competitività e imprevedibilità del campionato).

Ma il problema europeo è che, a differenza degli USA, in Europa lo sport è l’evoluzione genetica di un organismo che è nato dilettante e che negli anni si è adattato all’interesse crescente che portava naturalmente al professionismo.

Per questo in Europa le regole vengono scritte a posteriori. Ovvero quando gli interessi sono già emersi e di fatto già stanno regnando approfittando ora di vuoti normativi, ora di convenienze pseudo liberiste, ora di status e posizioni di potere acquisiti.

Per questo in Europa le squadre, i club, contano più delle Leghe e delle Federazioni mentre negli USA le Leghe nascono prima, pongono precisi paletti e sono egemoni sui club. 

Il vero problema oggi è questo: per scrivere una nuova Costituzione (perchè questo di fatto deve fare il calcio Europeo) bisogna saper ragionare in via prioritaria sui principi e solo successivamente considerare anche gli interessi in gioco.

La differenza è anche un’altra: lo sport negli USA nasce e cresce in un mercato del lavoro che è interno (riguarda i cittadini USA e acquisisce poi gli stranieri migliori) e più ricco degli altri (il soccer, come lo chiamano, è l’unica eccezione) mentre in Europa le regole sono interne ma dal 1995 ad oggi a fare giurisprudenza nel mercato del lavoro calcistico è la Legge Bosman che crea una anomalia, perchè i confini dei campionati non corrispondono ai confini di approvigionamento dei calciatori/lavoratori.

Questo ha creato negli USA un mercato egualitario e di qui un mercato fortemente diseguale in cui all’interno delle stesse leghe vi sono piccoli club che agiscono in maniera verticale (valorizzando giocatori di categorie inferiori o accettando prestiti da squadre superiori) e chi invece, come i grandi club,  agisce in maniera orizzontale approvigionandosi al grande mercato del talento calcistico d’elite, europeo e mondiale.

Uno sport europeo simile a quello americano è possibile?

Probabilmente non al 100%, ma certamente è possibile ricrearne alcune condizioni di fondo, a patto che si possa ragionare in una logica di pesi e contrappesi in cui tutti rinuncino a qualcosa nel breve per fare più passi avanti nel lungo periodo.

Ma i grandi club – questo è chiaro nelle ultime settimane – hanno in mente tutt’altro. Agnelli ha ragione quando parla dell’azienda Juventus e ne delinea individualmente gli interessi. Ma ignorare le particolarità dello sport (la competitività) e sacrificarla sull’altare dei fatturati genera quel che già si vede a livello europeo: vincono sempre gli stessi.

L’alchimia non è facile. Si tratta di definire le priorità.

Quando scrivendo di Superlega si auspica che ci sia una scissione dei grandi club (e quando si auspica che la stessa SL adotti un Salary Cap) lo si fa partendo da un principio che è soprattutto sportivo: un campionato è tanto più interessante quanto il numero di partite incerte e dall’alto pathos è più alto.

Oggi i campionati nazionali (vedi Francia e Bundesliga, con l’impressione che l’Italia sia solo casualmente diversa quest’anno) stanno diventando sempre più scontati (come detto una settimana fa a proposito delle serie di vittorie consecutive in A negli ultimi 10 anni). Resiste la Liga, eccezione che conferma la regola: lì non c’è anomalia perchè il duopolio Barcellona – Real Madrid vige da sempre.

Serie A, ascolti tv

E’ del tutto evidente che con i grandi club fuori dai campionati nazionali questi perderebbero valore.

Ma qui bisogna farsi prima di tutto una domanda economica: sta meglio una azienda  che fattura 100 ed è in perdita o una che fattura 10 ma è in equilibrio e magari guadagna?

E in secondo luogo la domanda sportiva: meglio un campionato che vale 100 ed è fortemente sbilanciato con molte partite scontate o uno che vale 10 ma è altamente competitivo e ricco di pathos?

Fa notare Repubblica: “si tratta della teorizzazione su scala europea del teorema Lotito che non voleva Carpi e Frosinone in serie A”. Ma capiamoci: Lotito sbagliò grossolanamente nei modi, che fortunatamente contano e conteranno sempre, a maggior ragione se si ha a cuore lo sport (e si ha ruolo politico in Federazione e Lega), ma il suo fine imprenditoriale è chiaro e sensato.

Il punto semmai è spiegargli che in questa nuova gerarchia europea il Frosinone è lui. E magari dire a Juve, Milan e Inter che in una nuova Europa siffatta loro sarebbero le outsider, non le protagoniste.

Ma questo probabilmente già lo sanno: per questo cercano di tenere un piede in Italia dove sono egemoni, ma ragionano da europei per convenienza, visto che da lì arrivano i soldi che garantirebbero loro di continuare ad esistere difendendo lo status attuale di giganti italiani e nani europei.

 

 

 

 

4 COMMENTI

  1. Non capisco tutta questa riluttanza contro la superlega: non c’è (e non ci sarà) un’altra maniera di competere con le squadre di premier league e qualcuno, mi dispiace, ma si dovrà fare da parte. Voi forse non vi rendete conto che dal prossimo anno una neopromossa dalla championship alla premiership potrà fare lo stesso mercato dell’atletico madrid e fatturerà più di napoli inter, roma e milan(senza champions naturalmente). Come lo vuoi colmare sto gap? Anche il Bayern fra un pò scomparirà sotto i miliardi della premier, insieme al psg e a tutte le squadre europee che non siano barcellona e real madrid, e dopo il bayern toccherà alle spagnole, anche perchè fra tre anni (quando si riaprirà il bando per i diritti della premier) quei 3 miliardi potrebbero tranquillamente diventare 4 o 5, e dopo si che anche le due spagnole soccomberanno. E’ un problema che è risolvibile soltanto creando qualcosa di molto più grosso della premier che attiri più denaro e che sia molto, molto, molto selettivo, perchè arrivati ad un certo punto (a questo punto) ormai conta il denaro, e non si può vivere all’italiana sperando di poter mangiare tutti dal piatto del padrone. Qualcuno ha scritto che si rischia il “Grandi in Italia e Nani in Europa”….perchè, adesso com’è la situazione? Come sarà fra un paio d’anni? Una superlega che, invece, si divide in parti più o meno uguali tutti gli introiti dei diritti tv del torneo (non come avviene adesso che c’è il market pool per nazioni) e commercializza diritti d’immagine e marchi riferiti alla competizione e non ai singoli club (come avviene negli stati uniti) con un salary cap ragionato e senza promozioni o retrocessioni e con un regolamento statutario sul modello NBA o NFL, con regole di comportamento e poteri immensi conferiti alla lega stessa (ad esempio la possibilità di obbligare qualcuno a vendere un club perchè perde requisiti di onorabilità) consentirebbe di creare una competizione molto ricca che conterrebbe l’eccellenza di questo sport…se non si segue questa strada per delle miopi ragioni campanilistiche (la mia squadra non giocherebbe quella competizione quindi non si deve fare) fra 10 anni esisteranno 3 campionati di calcio superiori a tutti gli altri: la premier league (che secondo me bloccherà le promozioni e retrocessioni senò chi va in serie b fallisce alla velocità della luce…oppure si spartiranno i soldi con la serie b, ma la vedo moooolto difficile), la MLS e il campionato cinese…dopo li vedi quei bei campanili italiani come vengono giù…

  2. Prima di tutto va sottolineato la grande differenza in primis tra chi governa il calcio inglese e chi in Italia. Quello è il primo gap da colmare, il resto è conseguenza…
    Poi una Superlega europea per me non potrebbe esistere, se fatta bene, assieme ai campionati nazonali. Come farebbe uno United a fare tutte le partite di Premier, Coppe di Lega ed aggiungerci un numero quasi doppio delle attuali che potrebbe fare in una Champions League ? Altro che doping servirebbero rose da trenta giocatori… io anche sono a favore una una Superlega, parliamoci chiaro, il calcio nei ivelli più alti è un circo, muove miliardi di Euro e l’unico obiettivo e farne ancora di più. La mia idea allora è questa. Diciotto o venti squadre, che si affrontano andata e ritorno stabilite tramite ranking. Playoff per il titolo, l’ultima “retrocede” e altre due fanno i playout per determinare la seconda che scende. Poi ci sarebbero i campionati nazionali dove partecipano le altre, le vincitrici fanno una sorta di Champions ( dove partecipano di diritto anche le due retrocesse dell’anno prima) per stabilire chi sarà promossa nella Superlega. E poi via al circo da portare in Asia, America e nel deserto a cinquanta gradi all’ombra..
    Naturalmente si giocherebbe infrasettimanali lasciando la domenica ai campionati nzionali. Sarebbe una cosa più equa anzichè dare le card di partecipazione garantita

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