Diego Demme ha deciso di ritirarsi dal calcio a 34 anni per dedicarsi alle sue due pizzerie che gestisce a Berlino. L’ex centrocampista tedesco è stato uno dei protagonisti dello scudetto vinto dal Napoli nel 2023, vincendo in azzurro anche la Coppa Italia nel 2020.
Demme ha ripercorso la sua avventura a Napoli, raccontando anche qualche aneddoto al podcast tedesco Behind the Athletes, non lesinando qualche critica al club di Aurelio De Laurentiis, soprattutto dal punto di vista infrastrutturale, in particolar modo sul centro di allenamento, che il patron del Napoli vuole costruire ex novo nel comune di Qualiano.
«Rispetto a Lipsia era mini – racconta Demme –. Forse come una terza serie qui in Germania, direi. Tre campi, una palestra piccolissima, uno spogliatoio piccolissimo, ma era tutto davvero calcio. Non c’era tutta la struttura intorno, dovevi organizzarti da solo. Arrivavi mezz’ora prima dell’allenamento, in Germania sempre un’ora e mezza prima. E il tema era davvero sempre il calcio».
Demme racconta l’arrivo nel Napoli allenato allora da Gattuso: «Sono atterrato il 3 gennaio e mi ha chiamato il mio procuratore: il Napoli è interessato. Per me era chiaro: semmai in estate, perché a Lipsia stavo benissimo. E lui: “No, no, deve succedere subito. Gattuso è carico, ti vuole a Napoli”. Volevo farlo, ma ho anche pianto, perché non volevo lasciare Lipsia. Il Napoli, Gattuso allenatore, che era il mio idolo d’infanzia, più il nome che mi ha dato mio padre (in onore di Maradona, ndr): è tutto così reale, una storia così in realtà non esiste. A Lipsia mi interessavo molto di alimentazione, prima ero stato vegano per un anno e volevo continuare così a Napoli. Al primo bar ho ordinato latte d’avena e mi hanno guardato come per dire: ma che vuole questo? Dopo una settimana con il vegano avevo chiuso: carne, pesce, latte, di tutto. E ovviamente la mozzarella».
Su Gattuso: «Credo che abbia visto in me quello che lui stesso incarnava da giocatore: la mentalità senza palla, la voglia di aggredire l’avversario nei contrasti. Credo che a Napoli allora mancasse proprio questo. Alla mia prima partita ti dà una pacca sulla spalla e ti abbraccia. Ha un’energia tale che entri in campo come un gladiatore».
Su Kvaratskhelia: «Al primo allenamento è partito in dribbling, ne ha saltati tre e l’ha messa nell’angolino. Con Osimhen ha fatto a pezzi le difese. Forse quest’anno apriamo con lui e i pizzaioli italiani una pizzeria in Georgia, a Tbilisi».
Demme ha poi vinto lo scudetto a Napoli con Luciano Spalletti in panchina: «Nella stagione dello scudetto non ho giocato molto, ma Spalletti mi ha sempre fatto sentire una parte importante della squadra. Mi parlava spesso, a volte erano solo due, tre frasi, tipo che in allenamento ero stato bravo. Questo ti dà la forza di continuare, anche quando entri solo dalla panchina o non giochi proprio».
«Per status e per successo è stato sicuramente il momento più grande della mia carriera – ammette Demme –. Eravamo, credo, in 25 in rosa, e io c’ero quando, dopo 33 anni, dopo Maradona, abbiamo vinto lo scudetto. Ma avendo giocato poco, non lo sentivo come un mio successo. A casa avevo anche il broncio perché non giocavo. Forse a volte me lo sono un po’ rovinato, ci ho pensato troppo, al fatto di non giocare, invece di godermi semplicemente il fatto di esserci. La Coppa Italia per me è stata emotivamente più bella, perché la finale l’ho giocata».
Infine, l’ultima decisione: il ritiro. «Due commozioni cerebrali che mi hanno messo completamente fuori gioco, non solo nel calcio, ma anche mentalmente e nella vita privata – racconta Demme–. Credo che se non le avessi avute, forse giocherei ancora all’Hertha».