Carlo Antonio Fayer: «Perché il modello Arezzo può essere il punto di inizio della nuova fase dell’impiantistica italiana. Gli stadi non possono vivere 70 ore l’anno»

Dalla rigenerazione urbana alla sostenibilità economica, passando per il rapporto con tifosi, quartieri e amministrazioni locali. Nella prima puntata di “Stadi che rigenerano”, Carlo Antonio Fayer racconta a Calcio e Finanza il progetto del nuovo stadio di Arezzo, primo impianto italiano sviluppato integralmente secondo la nuova legge sugli stadi.

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L'intervista
A sx l'architetto Carlo Antonio Fayer, a dx Luciano Mondellini, Direttore Calcio e Finanza. Image credit: Marco Bagalà, Calcio e Finanza

In Italia si parla di nuovi stadi da oltre vent’anni, ma tra progetti mai partiti, render rimasti sulla carta e iter amministrativi infiniti, il calcio italiano continua a scontare un ritardo evidente – per non dire strutturale – rispetto ai principali campionati europei.

Ma qualcosa si sta muovendo

E non soltanto nelle grandi città come Milano o Roma e in centri espressione di club di Serie A, ma anche in realtà di dimensioni più contenute, dove gli stadi possono trasformarsi in un’occasione concreta di rigenerazione urbana e rilancio territoriale.

Da questo concept nasce la rubrica “Stadi che rigenerano”, realizzata da Calcio e Finanza in collaborazione con Giovanna Mirabella che ne cura il coordinamento editoriale. Un concept che vuole essere un viaggio attraverso l’impiantistica sportiva tra modelli italiani ed europei, casi studio, criticità e nuove visioni, partendo da una convinzione sempre più centrale nel dibattito internazionale: uno stadio non può più essere un’infrastruttura utilizzata poche decine di ore all’anno, ma deve diventare un asset urbano vivo, sostenibile e integrato nel tessuto cittadino.

Per la prima puntata abbiamo incontrato a Milano Carlo Antonio Fayer, architetto e fondatore di M28Studio, coordinatore del progetto del nuovo stadio “Città di Arezzo”, il primo impianto italiano sviluppato integralmente attraverso il percorso previsto dalla nuova legge sugli stadi.

Fayer racconta non soltanto gli aspetti progettuali dell’intervento aretino, ma soprattutto il cambio culturale che, secondo lui, il calcio italiano dovrà affrontare nei prossimi anni. Dalla necessità per i club di diventare realmente proprietari dei propri impianti fino alla differenza tra gestione pubblica e privata, passando per il tema della partecipazione e dell’ascolto dei territori.

«Abbiamo incontrato commercianti, tifosi, gruppi organizzati e imprenditori perché uno stadio non può essere costruito dall’alto», ha ribadito a più riprese l’architetto Fayer.

Domanda. Architetto Fayer, il progetto del nuovo stadio di Arezzo rappresenta un caso pionieristico in Italia. Che valore ha avuto lavorare a un intervento di questo tipo?

Risposta. Tengo a sottolineare una cosa: oggi un progetto del genere non è mai il lavoro di un singolo architetto. Io coordino un gruppo composto da decine di professionisti tra i colleghi architetti di M28 Studio e di Spsk Studio, gli ingegneri del nostro partner, lo studio di ingegneria Speri S.p.A., oltre ai consulenti legali e specialisti finanziari, una consulente per le relazioni strategiche, perché uno stadio è una macchina estremamente complessa.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti della nuova legge sugli stadi: ti obbliga a costruire il progetto in maniera completa e strutturata fin dall’inizio. Non si parla soltanto di architettura, ma anche di sostenibilità economica, gestione, mobilità, utilizzo degli spazi e impatto sul territorio.
Il progetto di Arezzo è stato il primo in Italia ad affrontare integralmente questo percorso, dalla fase iniziale fino alla convenzione finale costruita interamente sulla nuova normativa.

D. Un qualcosa che, indubbiamente, resterà nella storia recente dell’impiantistica sportiva italiana. Cosa è cambiato rispetto al passato con la nuova legge sugli stadi?

R. Ha una timeline molto precisa, documenti chiari e passaggi obbligati, essendo una Legge dello Stato.
Per intenderci, già dal primo documento vanno presentare delle alternative progettuali che il comune deve scegliere, quali sono quelle che preferiscono, anche in funzione di quanti soldi vengono spesi e dev’esser chiaramente indicato qual è il piano economico – finanziario di ritorno. Perché non basta dire che l’opera è sostenibile e poi non lo è – e quindi si blocca. Infine, vanno utilizzati tutti i progetti di fattibilità, di uso, di studi del traffico… è una legge che permette molto, ma obbliga a fare tutto il percorso molto bene.

D. Ma come è iniziata? Cioè il Comune di Arezzo, la società Arezzo Calcio vi ha contattato, come è partito l’iter?

R. Lo studio associato M28studio ha fatto una ricerca sugli stadi di provincia ed è stato uno studio che è servito molto a noi, ma anche ai sindaci e ai presidenti di club per dire “vedi che si possono fare delle cose?”
Perché in Italia abbiamo degli stadi molto obsoleti, di proprietà comunale,  che il comune non sa come utilizzare sia perché sono malmessi, la manutenzione è stata carente, oppure sono semplicemente vecchi, sia perché non rispondono più alle esigenze né calcistiche, né sociali e neanche economiche e in generale sono poco utili dal punto di vista dell’attività sportiva.
E avviando questo ricerca cosa è successo? Abbiamo capito una cosa “molto divertente”. Che la grandissima parte degli stadi sono stati realizzati o immediatamente post seconda guerra mondiale, o al massimo negli anni ’60/’70 e sono stati costruiti in un’area che prima rappresentava una piccola periferia; parentesi, l’Italia è un paese che si basa sulle piccole e medie città, non abbiamo delle grandi metropoli, per cui i casi che abbiamo analizzato sono tutti più o meno simili. Questi stadi erano in un posto diciamo…

D. A cavallo tra il centro urbano e la campagna…

R. Esattamente. E dopo cosa è successo? Che l’esplosione demografica delle città si è sviluppata attorno allo stadio, che è stato anche un attrattore urbanistico e ha comportato che la città si sviluppasse proprio verso lo stadio, per cui adesso ci troviamo con impianti che distano 1500 metri dal corso principale, dalla cattedrale, insomma a ridosso del centro, in spazi bellissimi, soprattutto considerata la bellezza delle nostre città. Inoltre, hanno quasi tutti una caratteristica: spesso e volentieri hanno un grande parcheggio vuoto – che poi adesso non si può più utilizzare perché la Legge Pisanu impone un’area di massima sicurezza; hanno degli enormi muri di cemento e non sono accessibili, per cui anche se ci fosse un bar all’interno, questo non è appetibile, non lo vedi, non è facilmente raggiungibile.

Un insieme di cose che abbiamo che ci ha permesso di trovare il filo conduttore di un ipotetico percorso di rigenerazione urbana che poteva riequilibrare e riorganizzare e, in definitiva, rifunzionalizzare lo stadio e il quadrante del quartiere circostante e, conseguentemente anche la città.

D. Che poi è il nuovo paradigma verso cui si sta andando in tutto il mondo cioè: se devi costruire uno stadio, lo ricostruisci nel luogo dove c’è già l’esistente, per non consumare altro suolo.

R. Per assurdo sempre queste città – definiamole semplicisticamente di provincia – hanno fatto grandissimi centri commerciali a 10 km dal centro, però hanno lo stadio nel centro cittadino. Per cui anche dal punto di vista fondiario ed economico è un terreno abbastanza importante, perché è collegato al centro. Siracusa ha uno stadio praticamente nel quartiere medievale, penso anche a Mantova o Modena, senza arrivare allo stadio più bello del mondo, che è quello di Venezia, anche se adesso stanno andando sulla terraferma per un discorso di area sportiva più ampia e polifunzionale.

D. E invece Arezzo com’è? Quali sono le peculiarità?

R. Arezzo, come un altro paio di casi di studio, è all’interno di quella che anni fa veniva chiamata cittadella dello sport; spesso nelle città si costruivano il campo di baseball, da rugby, da calcio, la pista di atletica e via discorrendo.

D. Se vogliamo è lo stesso concetto anche del Foro Italico o addirittura di San Siro…

R. Esattamente. La nostra idea è di fare uno stadio comodo, confortevole, sicuro e accogliente – ovviamente dal punto di vista calcistico per l’utilizzo durante quei 19 giorni l’anno – ma invece, nei 348 giorni che rimangono, dargli delle funzioni accessorie che permettono di farlo vivere. Una grande piazza, così da renderlo il centro di questa nuova cittadella dello sport, con vie ciclopedonali, in un contesto armonioso che lo renda vivibile sia di giorno che di sera perché, anche in un’ottica di sostenibilità economica, l’impianto deve avere delle funzioni – che non possiamo più definire accessorie – che lo rendano – per l’appunto sostenibile.
Sono molteplici le potenziali capacità attrattive, come un polo commerciale, degli uffici, la posta, il supermercato, ma questo luogo può essere anche l’area di riferimento per una materia specialistica, quella della medicina sportiva, se posso permettermi una suggestione. Insomma, una serie di funzioni che garantiscono, oltre la piena funzionalità sportiva, il raggiungimento degli obiettivi economici. Perché altrimenti costruiamo un’opera che costa milioni di euro che però viene usata 70 ore l’anno, oppure 19 giorni, dipende come lo vuoi vedere.

Carlo Antonio Fayer, architetto e fondatore di M28Studio, coordinatore del progetto del nuovo stadio “Città di Arezzo. Image credit: Marco Bagalà, Calcio e Finanza

D. In Italia si conoscono bene i problemi dell’impiantistica e della realizzazione di nuovi stadi a Roma, Milano, quindi con le grandi amministrazioni. Nelle amministrazioni locali, centri più piccoli, come funziona? Come è andata con il Comune di Arezzo?

R. Conoscevo già il presidente dell’Arezzo. Quando abbiamo iniziato a studiare lo stadio, abbiamo capito che era un case study perfetto per mettere in pratica quanto avevamo studiato già in fase di redazione della nostra ricerca. La riqualificazione dello stadio è anche una grande possibilità di patrimonializzazione e quindi “di difesa” del club, perché più il club è patrimonializzato, più è solido. Abbiamo deciso di provare a portare avanti l’idea del nuovo impianto, sfruttando la nuova legge. Siamo andati dal sindaco dell’epoca – Ghinelli, un ingegnere prestato alla politica, una persona illuminata – che si è detto ben contento, perché non aveva a bilancio i soldi né per gestirlo né per mantenerlo né per ristrutturarlo, così come l’Arezzo Calcio non poteva spendere soldi ogni anno per adeguarlo alle evoluzioni normative: in pratica in quel momento lo stadio era un esborso continuo da più fronti. Così abbiamo inquadrato le priorità, dall’utilizzo sociale agli spazi verdi, a tutte le funzioni pubbliche oltre al calcio di cui abbiamo parlato prima e, trovando il giusto equilibrio, in base a quello che dice la legge sugli stadi abbiamo fatto un piano economico declinato in 90 anni e il Comune ci ha ceduto quello che si chiama il diritto di superficie. In seguito ci siamo accordati anche per la gestione dell’area esterna.

D. Anche in città storicamente amministrate bene, penso a Bologna o Firenze, ci sono stati dei problemi sulla questione stadi e hanno tuttora problemi.

R. Lei è sicuramente un cultore della materia, per cui sa benissimo che questo momento è un grande spartiacque nel calcio italiano. Abbiamo avanti a noi due modelli e dobbiamo decidere quale adottare: o restiamo in un modello semiprofessionistico, mi viene da dire, oppure diventiamo davvero un modello professionistico. Io penso che gli stadi delle grandi città della Serie A li debbano fare i club.

D. Serve quindi un cambio di passo culturale…

R. Sì. Poi, quello che ho capito da tutti questi piani economici e finanziari studiati per mesi è che novanta anni vuol dire essere proprietario, nei fatti. Per cui o noi riusciamo a far sì che le società di Serie A diventino tutte proprietarie dello stadio, ristrutturandolo, valorizzandolo e mettendolo a bilancio come asset patrimoniale, oppure il calcio italiano è destinato ad essere sempre più indietro rispetto agli altri campionati europei.

Oggi noi viviamo una cosa assurda, che io chiamo volgarmente “doping finanziario”. Ad esempio, la Juventus ha il suo stadio e ha degli introiti molto importanti al suo stadio; beati loro e bravissimi a farlo, voglio sottolineare, d’altronde stiamo parlando di Torino e degli Agnelli, per cui stiamo parlando di una posizione di privilegio rispetto ad altre realtà del calcio italiano.

Io sono romano e romanista e vorrei dire questa cosa: la AS Roma ha fatto quattro progetti sullo stadio, con quattro sindaci diversi: Alemanno, Marino, Raggi e ora Gualtieri. Nessuno dei tre sindaci prima nominati era stato rieletto, quindi ogni volta la società è stata costretta a ricominciare l’iter: in nessun caso si è arrivati alla gru per iniziare i lavori., Forse però stavolta ce la farà. Sono ottimista.

D. Tuttavia cambia radicalmente se chi gestisce e porta avanti il progetto è un soggetto pubblico o privato, però anche nel secondo caso non è che la città se ne disinteressi, si tratta comunque di un asset della città e ci vuole sempre un dialogo con le istituzioni.

R. Il nostro approccio ad Arezzo è stato indirizzato all’ascolto. Abbiamo incontrato i commercianti, gli imprenditori, i tifosi, abbiamo incontrato i gruppi organizzati e anche quelli di tribuna. Abbiamo ascoltato tutti, perché chi è l’utente dello stadio? Il tifoso vero e proprio, e chi è l’utente di una rigenerazione così importante? L’imprenditore, che ha magari il centro commerciale accanto. Il tessuto cittadino ti dà delle notizie, non è possibile costruire uno stadio calato dall’alto come avviene negli Stati Uniti, ad esempio, perché noi siamo davvero dentro la città.
Penso che uno degli asset più importanti che noi abbiamo introdotto sia stato proprio la campagna di ascolto che abbiamo fatto e che ha fatto sì che si arrivasse a una discussione più serena poi nella costruzione e nello sviluppo del progetto.

D. Lei ha lavorato ad Arezzo, che ovviamente, essendo una cittadina di provincia vuol dire una squadra per una città. Però lei è romano, quindi conosce benissimo le dinamiche delle città che esprimono due squadre ai massimi livelli. A Milano, Inter e Milan sembra intendano andare sullo stesso discorso, nella Capitale invece Roma e Lazio si muovono su percorsi diversi. A livello di istituzioni cosa è più complicato?

R. Questa è una domanda a cui non ho mai pensato, è una bella riflessione che lei mi fa fare. in Italia c’è una città che ha due stadi, che è di nuovo Torino, e la cosa singolare è che uno è privato e uno è pubblico. E sono stati costruiti uno con i soldi di Italia ‘90 e l’altro con i soldi dell’Olimpiade invernale del 2006, (poi il Delle Alpi, realizzato per Italia 90 è stato demolito dalla Juventus costruire lo Stadium n.d.R.). È un qualcosa che esiste, basti pensare all’esempio che facciamo tutti sempre, ossia Londra che ha 7 squadre e 14 stadi. Per cui io a Roma vedo anche tre stadi, non due: quello della Roma da una parte, della Lazio da un’altra e l’Olimpico, ovvero l’impianto della Nazionale, dove si fa l’atletica e tanto altro. Sarebbero risorsa per la città.

D. Al di fuori dell’Italia, la tendenza europea e mondiale sull’impiantistica sportiva dove la vede andare?

R. La differenza tra le grandi e piccole città c’è sempre, ma con un “ma”. Penso alla Serie B tedesca che ha degli stadi pazzeschi, dei gioiellini dove tutto funziona perfettamente. Andiamo a guardare gli impianti della nostra Serie B e ci mettiamo le mani nei capelli.
Poi c’è l’evoluzione americana, in cui loro spendono un miliardo, un miliardo e mezzo per lo stadio, però quella è chiaramente un’operazione di finanza, altra materia, altra concezione.
Uno spazio identitario può essere anche commerciale, ma non è vero il contrario, uno spazio commerciale non può essere identitario. Un aspetto di cui abbiamo sempre tenuto conto in tutti gli studi che abbiamo fatto perché l’identità va tutelata, mai nascosta o peggio cancellata.

La mia paura – siamo in un campo filosofico diciamo – è che l’Inter e il Milan, che hanno due proprietà, possiamo dire, chiamiamole tra virgolette lontane, cioè i fondi, che per la loro caratteristiche, pensino più al cliente che al tifoso. Spero di sbagliarmi.

Noi riteniamo, come gruppo di lavoro, come realtà che vive il calcio, che invece ci debba essere un’attenzione fondamentale al tifoso, cioè devi offrire dei servizi che sono collegati allo stadio, che sono compatibili con lo stadio, che non possono “mangiarsi” la vera funzione, la sua leva caratteristica.

D. Tornando ad Arezzo, lo stadio ha visto porre la prima pietra. Quando sarà pronto e, come M28 Studio, esce da questo progetto? Vi sta fornendo un volano per altre città?

R. Noi abbiamo studiato e stiamo studiando altre soluzioni. Se mi posso permettere di fare, insieme a lei, un altro ragionamento, quello che abbiamo detto, riprendendo la fotografia di prima, ovvero che abbiamo stadi pubblici comunali e invece le società sportive sono private, ecco, noi pensiamo che debba essere sperimentato un altro motore, ovvero il Sindaco, a farsi promotore della rigenerazione urbana e della riqualificazione dello stadio.
Prendiamo ad esempio l’Istituto per il Credito Sportivo, che è in grado di prestare soldi a una società sportiva a fronte di un progetto per il 60-70% del suo valore un credito agevolato, certo, ma comunque per una parte del valore. A un sindaco potrebbe dare il 100%, non a fondo perduto ovviamente, ma se il primo cittadino si impegnasse in questa operazione si ritroverebbe ad aver riqualificato un quartiere, riqualificare lo stadio con funzioni che generano introiti e che, una volta dato in affitto a una società capace, garantirebbe all’amministrazione il delta tra quanto costa l’affitto e i ricavi effettivi. Patrimonializzerebbe così la società sportiva interessata, rendendola più solida, ma darebbe alla città un nuovo quadrante rigenerato, un centro polifunzionale e un nuovo luogo da vivere per tutti i cittadini.