L’evento Private Equity Days 2026, organizzato dal Sole 24 Ore, è giunto alla sua ultima tappa in quel di Monza dove è intervenuto anche l’amministratore delegato del club biancorosso, attualmente in Serie B, Mauro Baldissoni. L’AD della società brianzola ha parlato del ruolo delle società di private equity nel mondo dello sport, e in particolare nel calcio.
«Se guardiamo al private equity negli ultimi 25 anni, le statistiche ci dicono che l’asset class che ha mostrato una crescita costante, con performance superiori alla media, è proprio quella delle franchigie sportive – ha esordito l’AD del Monza –. Invece, per fare un esempio fuori dal calcio, quando James Pallotta, che era proprietario della Roma, deteneva anche una quota dei Boston Celtics, la sua partecipazione era valutata circa 2 miliardi di dollari nel 2020. Tre anni dopo, Stephen Pagliuca — oggi anche socio di maggioranza dell’Atalanta — ha acquistato le quote degli altri investitori portando la valutazione a 6 miliardi. Nell’estate del 2025, i Los Angeles Lakers sono stati valutati circa 10 miliardi di dollari. Questo dà l’idea di una crescita esponenziale del settore delle franchigie sportive negli ultimi 25 anni».
«La logica è abbastanza semplice: si tratta di asset limitati, non espandibili. Le società sportive, per loro natura, sono poche e non replicabili – ha continuato Baldissoni –. Inoltre, sono asset resilienti ai cicli economici: il segmento media e entertainment mantiene una capacità di spesa relativamente stabile. E le società sportive sono piattaforme su cui si possono sviluppare molteplici fonti di ricavo, con il grande vantaggio di avere un rapporto diretto con il pubblico».
I fondi di private equity che ormai si sono stabiliti in Europa dopo aver attraversato l’Atlantico: «Proprio perché negli Stati Uniti l’offerta è limitata e i valori sono già molto elevati, il private equity si è progressivamente spostato sul calcio, che è lo sport più diffuso al mondo. Da lì l’espansione in Europa: prima l’Inghilterra, poi l’Italia. Qui abbiamo visto prima una fase di investitori cinesi e oggi una presenza sempre più significativa di fondi americani. Ormai la maggioranza dei club è a proprietà straniera. La logica è quella tipica del private equity: acquistare a valori relativamente bassi, migliorare l’asset e rivenderlo a un valore superiore».
Uno speciale occhio di riguardo sembra averlo l’Italia, come dimostra lo stesso Monza, passato da Fininvest a al fondo d’investimento statunitense Beckett Layne Ventures: «In questo senso, l’Italia rappresenta un mercato interessante perché i club sono spesso sottovalutati rispetto alla Premier League e perché esistono ampi margini di crescita, soprattutto sul piano infrastrutturale e commerciale».
Da non dimenticare però il lato sportivo, la principale forma per creare valore: «Venendo al Monza, io definisco le società calcistiche come delle vere e proprie media & entertainment company, ma anche piattaforme sociali. Tuttavia, il cuore resta la performance sportiva. Il primo fattore per aumentare il valore del club è migliorare i risultati sul campo: questo significa, in concreto, tornare in Serie A il prima possibile e consolidare la categoria, aumentando progressivamente competitività e visibilità».
«Sul piano infrastrutturale, il Monza parte da una base molto buona grazie agli investimenti del gruppo Fininvest, ma ci sono ulteriori margini di sviluppo, ad esempio sullo stadio, per aumentare i ricavi. Ancora più ampio è il potenziale sul fronte commerciale – continua Baldissoni –. Abbiamo scelto il Monza proprio per queste ragioni: qualità delle infrastrutture, posizione geografica strategica e forte riconoscibilità internazionale del territorio. Per quanto riguarda la sostenibilità economica, è chiaro che la gestione precedente aveva logiche diverse e non era focalizzata sull’equilibrio di bilancio. Tuttavia, anche nel calcio — dove spesso si perdono soldi — non è inevitabile operare in perdita. Una delle leve è sicuramente la valorizzazione dei calciatori. A differenza di altri settori, nel calcio vendere un asset non significa smantellare l’azienda: significa valorizzarlo, cederlo e reinvestire mantenendo competitività. Naturalmente, il tema centrale resta la gestione dei costi, in particolare quelli legati ai salari dei calciatori».
«Come diceva sempre un grande direttore sportivo come Walter Sabatini, nel calcio l’unica cosa che non manca sono i calciatori. Questo significa che bisogna essere estremamente attenti nel modo in cui li si identifica e, soprattutto, nel modo in cui li si remunera. Bisogna investire in competenze, in innovazione, nei dati. Però attenzione: l’utilizzo dei dati deve essere scientifico. Le società di calcio non devono limitarsi a formare calciatori. Devono formare allenatori e devono formare dirigenti. In sintesi, sì: una società di calcio può essere gestita in modo più professionale, con logiche aziendali solide, evitando perdite strutturali e creando crescita nel tempo. È una questione di competenze, di metodo e di visione», ha concluso Baldissoni.