Il calcio al summit economico mondiale più importante. Infantino: «Dai Mondiali impatto da 80 miliardi di dollari»

Il numero uno della FIFA è intervenuto al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Con lui anche Arsene Wenger e Alessandro Del Piero.

Calcio World Economic Forum Davos
Gianni Infantino (Foto: Carl Recine/Getty Images)

Il calcio è ancora una volta protagonista sulla scena economica mondiale. Il presidente della FIFA Gianni Infantino, l’ex capitano della Juventus Alessandro Del Piero e Arsene Wenger (responsabile dello sviluppo globale del calcio per il massimo organo mondiale) sono intervenuti al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. 

Si tratta di un evento che si tiene annualmente nella cittadina elvetica e nel quale i grandi del mondo politico ed economico (per intenderci, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è intervenuto dal vivo nella giornata di ieri) si trovano per discutere delle macro tendenze della geopolitica internazionale.  

 

«Benvenuti a tutti qui a Davos. Un benvenuto speciale a questo incontro, che segna di fatto il calcio d’inizio del cammino verso la Coppa del Mondo FIFA 2026. Questo è naturalmente il pallone ufficiale della Coppa del Mondo FIFA: dovremo portarlo l’11 giugno a Città del Messico per dare il via a una serie di 104 partite che ci condurranno, il 19 luglio a New York–New Jersey, a scoprire chi sarà il Campione del Mondo», ha esordito Infantino nel suo discorso di apertura del panel dedicato ai Mondiali 2026.

Il presidente della FIFA ha richiamato l’attenzione sul valore simbolico del contesto e sui protagonisti presenti sul palco, sottolineando il carattere speciale dell’incontro: «Oggi dobbiamo ovviamente parlare di calcio. Mi è stato chiesto di fare alcune considerazioni introduttive e cercherò di non esagerare, anche perché qui con noi ci sono due leggende incredibili che vorrete ascoltare più di me: abbiamo un Campione del Mondo e abbiamo un Invincibile. Onestamente, non potrebbe esserci di meglio. E a tutti gli altri presenti qui oggi permettetemi di dire: congratulazioni, perché state partecipando a quello che è il miglior incontro dell’anno al World Economic Forum. È un riconoscimento speciale, perché in questa riunione c’è molta magia».

Il valore sociale del calcio secondo Infantino

Infantino si è quindi soffermato sul trofeo della Coppa del Mondo, raccontandone il valore simbolico e condividendo anche un aneddoto personale: «Qui vediamo questo trofeo. È naturalmente il Trofeo della Coppa del Mondo FIFA, il trofeo dei vincitori. Questo trofeo sarà consegnato il 19 luglio al capitano della squadra che vincerà la Coppa del Mondo, insieme al Presidente degli Stati Uniti, il Paese che ospiterà la finale. Nessuno può toccare questo trofeo, giusto? Solo chi lo vince… oppure il Presidente FIFA, perché deve consegnarlo al vincitore. Quando ero più giovane di oggi, ho capito piuttosto rapidamente che le mie qualità calcistiche non mi avrebbero mai permesso di toccare questo trofeo come vincitore della Coppa del Mondo. Così ho dovuto trovare un altro modo per poterlo toccare, e ho deciso di diventare Presidente della FIFA. Così ho potuto finalmente avere anche io il privilegio e l’onore di toccare questo trofeo magico, il più iconico dello sport mondiale (ha detto ridendo, ndr)».

Infantino ha allargato il discorso al valore sociale e umano del calcio, definendolo uno strumento capace di generare felicità: «Solo una squadra può diventare Campione del Mondo, ma tutti gli altri possono diventare campioni in un altro modo. Questo non è solo un pallone: è uno strumento che trasforma le persone, che trasforma persone tristi in persone felici. Quando un bambino o una bambina calcia un pallone, non pensa ai problemi della vita. I volti dei bambini si illuminano, gli adulti tornano bambini, iniziano a giocare, a sorridere. È qualcosa di straordinario e dobbiamo sempre ricordarcelo».

Il numero uno dell’organo di governo del calcio mondiale ha quindi collegato questo messaggio al momento storico attuale, sottolineando il ruolo del calcio in un mondo segnato da divisioni e tensioni: «In tempi come questi rischiamo di dimenticare la capacità di essere felici e di provare gioia. Tutti abbiamo problemi, difficoltà, questioni nella vita, ma il calcio offre alle comunità di tutto il mondo, ai 211 Paesi membri della FIFA, un momento di gioia e felicità. Il calcio è lo sport più democratico che esista e riunisce il mondo».

L’impatto economico della Coppa del Mondo

Spazio anche a qualche numero, con l’impatto economico del Mondiale, per una competizione senza precedenti: «L’impatto economico della Coppa del Mondo è di circa 80 miliardi di dollari. Non lo dice la FIFA, lo dice l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Parliamo di 825.000 posti di lavoro a tempo pieno e di oltre 20 miliardi di dollari in salari, con un impatto enorme nei tre Paesi ospitanti: Stati Uniti, Canada e Messico. Tre Paesi che hanno presentato una candidatura comune in un periodo in cui si parlava di costruire muri tra Messico e Stati Uniti. E invece, in quel momento, questi Paesi lavoravano insieme per ospitare la Coppa del Mondo. Questo dice tutto sulla magia di questo pallone e di questo trofeo».

Guardando alla struttura del torneo, il presidente della FIFA ha evidenziato i numeri record dell’edizione 2026: «Sarà la prima Coppa del Mondo con 48 squadre, quasi un quarto del mondo. Si giocheranno 104 partite in 16 stadi straordinari, in tre Paesi. Avremo circa 7 milioni di spettatori negli stadi e circa 6 miliardi di persone davanti alla televisione in tutto il mondo. Per gli americani presenti in sala, è come avere 104 Super Bowl in un solo mese. Abbiamo aperto la prima fase di vendita dei biglietti quattro settimane fa e abbiamo ricevuto oltre 500 milioni di richieste. In quasi 100 anni di storia della Coppa del Mondo la FIFA ha venduto circa 50 milioni di biglietti in totale: qui, in quattro settimane, abbiamo ricevuto richieste equivalenti a mille anni di Coppa del Mondo. Questo dimostra che le persone vogliono esserci, vogliono viaggiare e vogliono stare insieme».

In chiusura, il presidente della FIFA ha ribadito il significato universale della Coppa del Mondo, definendola un’occasione unica di unione globale: «Viviamo in un mondo diviso, ma abbiamo bisogno di occasioni che uniscano le persone. La Coppa del Mondo è una di queste. Sarà la più grande celebrazione dell’umanità. Il nostro compito è preparare il palcoscenico: i veri protagonisti saranno i giocatori, che diventeranno leggende».

Alessandro Del Piero e la Coppa del Mondo

Campione del Mondo con l’Italia nel 2006, Alessandro Del Piero ha raccontato cosa rappresenta, per un calciatore e per una persona, il momento di sollevare il trofeo più ambito: «Vincere la Coppa del Mondo significa sentirsi completi. Completi come calciatori, ma anche come esseri umani. Si inizia a giocare per passione, senza pensare a nulla se non al pallone, poi crescendo si capisce che il percorso è molto più ampio: diventare professionisti vuol dire crescere anche come persone, fare sacrifici, rinunciare a qualcosa, accettare che la tua vita, le tue amicizie e persino il tuo carattere vengano messi alla prova. Arrivare al punto più alto, sollevare il trofeo più iconico che un calciatore possa vincere, è un’esplosione di tutto ciò che hai vissuto: gioia, fatica, sconfitte, successi. È la bellezza di quel momento».

L’ex capitano della Juventus ha poi condiviso il suo primo ricordo da tifoso della Coppa del Mondo, tornando con la memoria all’edizione del 1982: «All’epoca non c’erano tutti i media di oggi. Io avevo otto anni e quella fu la mia prima Coppa del Mondo. Ricordo le partite viste con la famiglia e con gli amici, in una stanza piena di persone. All’inizio non capivo tutto, ma sentivo che era qualcosa di importante. Poi, partita dopo partita, quarti, semifinali, finale, capii sempre di più. Quando vincemmo scendemmo in strada a festeggiare, con le bandiere. Mia madre mi aiutò a costruirne una fatta in casa, verde, bianca e rossa. Vivevamo in campagna e andai persino a cercare il bambù per fare l’asta. È un ricordo meraviglioso: non c’è miglior modo di iniziare il rapporto con la Coppa del Mondo che vedere il tuo Paese vincerla».

Del Piero si è soffermato anche sul lungo percorso che porta un calciatore ad arrivare preparato a un Mondiale: «La preparazione per una Coppa del Mondo inizia anni prima, già dalle qualificazioni. È un processo lungo, in cui cresci come giocatore e come uomo. Ognuno ha esigenze diverse: c’è chi ha bisogno della famiglia vicina, chi di più spazio per sé stesso. La parola chiave è equilibrio. In uno sport di squadra devi bilanciare l’ego, che è necessario per pretendere di più da te stesso, con il bisogno del gruppo. Serve equilibrio nella chimica della squadra, nei momenti difficili, nei rigori, nello spogliatoio, quando qualcuno deve prendersi responsabilità e qualcun altro deve fare un passo indietro».

L’ex campione del mondo ha poi ampliato il discorso parlando del valore culturale e umano dello spogliatoio, citando un’esperienza vissuta negli ultimi anni della sua carriera: «Ho vissuto un’esperienza in India in una squadra con giocatori provenienti da dodici Paesi diversi e con religioni differenti. Prima delle partite ognuno si preparava a modo suo: c’era chi pregava, chi si concentrava in silenzio, chi seguiva rituali personali. In quel momento ho capito quanto fosse bello vedere persone diverse, con culture diverse, trovare un equilibrio e diventare una squadra. È fondamentale avere la mente aperta, essere pronti ad ascoltare e a capire gli altri».

Del Piero ha poi concluso rivolgendo un messaggio diretto ai più giovani, sottolineando l’importanza dell’errore nel percorso di crescita: «Oggi i giovani sono molto preoccupati di sbagliare, di come appaiono, anche per colpa dei social media. Ma sbagliare è fondamentale. Devi perdere partite per crescere, devi commettere errori per imparare. Spesso si impara molto di più da una sconfitta che da una vittoria. Per questo servono allenatori e organizzazioni capaci di accompagnare i giovani in un percorso così impegnativo. Cosa vorrei vedere ai Mondiali 2026? Viviamo un momento pieno di problemi e cattive notizie. Il calcio può portare gioia. La Coppa del Mondo è il momento più bello perché all’inizio tutti sono felici di esserci: i bambini sognano, i giocatori realizzano un sogno, le culture si incontrano. È una celebrazione dello stare insieme. Questo è il vero significato della Coppa del Mondo».

Il discorso di Arsene Wenger

Sul palco è intervenuto anche Arsène Wenger, responsabile dello sviluppo globale del calcio FIFA, che ha raccolto il filo del discorso, soffermandosi sul peso emotivo che comporta rappresentare il proprio Paese a una Coppa del Mondo: «Giocare per la nazionale è qualcosa di speciale. Da un lato rappresenti l’orgoglio del tuo Paese, dall’altro vivi una pressione enorme: la paura di perdere, di deludere, di non essere all’altezza. Serve una grande forza mentale per portare sulle spalle la responsabilità di un’intera nazione. Le grandi squadre nazionali hanno bisogno di giocatori capaci di assorbire questa pressione e di rappresentare una generazione».

Wenger ha poi spiegato perché l’allargamento del Mondiale a 48 squadre rappresenta, a suo avviso, un passaggio fondamentale: «Per molto tempo la Coppa del Mondo è stata una competizione concentrata soprattutto in Europa e Sud America. Aprirla a più Paesi, in particolare africani e asiatici, era necessario. Il calcio è diventato globale: ovunque vada, la gente parla di calcio. Se guardiamo al futuro, tra cento anni, tutti dovrebbero avere almeno la possibilità di sognare di vincere una Coppa del Mondo. Passare da 32 a 48 squadre è stato un passo importante in questa direzione».

L’ex tecnico dell’Arsenal ha sottolineato il fascino unico delle prime settimane del torneo: «Le prime due settimane del Mondiale sono sempre le più belle: tutto il mondo è lì, tutti sono orgogliosi di rappresentare il proprio Paese e allo stesso tempo c’è la sensazione di essere uniti. È una celebrazione collettiva. Con 104 partite e un percorso più lungo, questa Coppa del Mondo sarà una vera prova mentale. Per vincere servirà una grande preparazione psicologica: lo staff e gli allenatori dovranno tenere il gruppo unito e motivato per molte settimane. Nei turni a eliminazione diretta, i rigori diventeranno quasi inevitabili, e anche questo sarà un fattore mentale decisivo».

Infine, Wenger ha insistito sul ruolo educativo del calcio e sulla necessità di aiutare i giovani a crescere senza paura: «Nel calcio giovanile la paura è la madre di molti problemi. Bisogna insegnare ai ragazzi che sbagliare fa parte dell’apprendimento. L’educazione di un calciatore passa dalla capacità di prendere decisioni. I grandi giocatori sono quelli che imparano dalle situazioni vissute e, quando si ritrovano davanti allo stesso problema, sanno dare la risposta giusta».