Non è semplice spiegare per chi non conosce bene il Brasile cosa sia e che cosa rappresenti nel panorama del calcio mondiale il Clube de Regatas do Flamengo, o semplicemente il Flamengo, società storica del calcio verdeoro, che oltre a essere ad un solo punto di distanza dal matematico trionfo nel campionato nazionale (gli basterà un pareggio contro il Ceará giovedì prossimo), questa sera a Lima si giocherà la finale della Copa Libertadores contro i connazionali del Palmeiras.
Iniziando dai numeri, il Mengão, come viene soprannominato dai propri tifosi, è indiscutibilmente “o time mais querido do Brasil”, ovvero la squadra che ha più tifosi nel Paese sudamericano. Per quanto basata a Rio de Janeiro (dove trovano casa anche altri colossi del calcio verdeoro come Fluminense, Vasco da Gama e Botafogo), il club rubro negro, che gioca le partite in casa nel mitico Maracanã, vanta sostenitori su tutto il territorio nazionale e può capitare di vedere persone in Amazzonia (regione molto lontana dalla Cidade maravilhosa) che solcano il Rio delle Amazzoni con barche sulle quali appaiono bandiere o simboli del Flamengo.
Volendo, è simile a quanto avviene in Italia soprattutto per la Juventus o in Inghilterra per il Manchester United, con la differenza che il Brasile è tra le nazioni calcistiche evolute quella indiscutibilmente più popolosa e questo rende nei fatti il Flamengo la squadra che al mondo ha il maggior numero di tifosi in Patria. Un dato importante in sé, che però ha anche una conseguenza importante in termini economici, visto che i sostenitori domestici sono quelli sui quali per lo più si può contare per gli incassi da matchday e merchandising da stadio.
Sarebbe però riduttivo limitare l’importanza del Flamengo in Brasile solo a questi numeri visto che il club ha avuto un peso importante anche nella storia con la S maiuscola della nazione sudamericana. Il sodalizio carioca infatti nei decenni centrali del XX secolo è stato tra i club pionieri nel processo di piena integrazione dei calciatori neri nel calcio brasiliano. Tanto che ancora oggi la torcida rubro negra sventola con orgoglio stendardi con l’urubu, uccello nero tipico del Paese che non solo è tra le mascotte del club ma con il quale originariamente i tifosi del Flamengo venivano scherniti da quelli di altre società.
Non certo da ultimo, il club è a pieno titolo nella storia della musica mondiale in quanto canzoni ormai nella leggenda della musica mondiale come País Tropical e Fio Maravilha di Jorge Ben Jor nel testo alludono o parlano apertamente della squadra carioca o dei suoi giocatori.
In questo quadro, proprio alla vigilia della importantissima finale di Libertadores, Calcio e Finanza è onorata di intervistare José Boto, manager portoghese, che dopo una lunga esperienza prima al Benfica e poi allo Shakhtar Donetsk dal dicembre 2024 è il direttore sportivo del Flamengo. Incarico che oltre alle naturali decisioni di natura sportiva implica anche un importantissimo coté economico, in quanto, come si vedrà, il player trading è una delle componenti fondamentali del bilancio rubro negro.
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Nessun altro club è come il Flamengo
Domanda. Il Flamengo è il club con il maggior numero di tifosi in Brasile, una pressione paragonabile al Manchester United in Inghilterra o alla Juventus in Italia. Come si gestisce una responsabilità così grande?
Risposta. «Dopo un anno, posso dire che nulla ti prepara davvero a quello che rappresenta il Flamengo. Sono stato 12 anni al Benfica, che ha 6 milioni di tifosi in Portogallo, circa il 60% di tutta la popolazione, ma non è paragonabile. Si possono avere esperienze in altri club, in altri Paesi, in altre realtà calcistiche, ma il Flamengo è una dimensione completamente diversa. Qui ti rendi conto subito di quanto la gente sia coinvolta: non è soltanto tifo, è una forma di appartenenza emotiva molto profonda. Lo si vede nelle reazioni, nel modo in cui vivono ogni evento legato al club: ho visto piangere tifosi solo perché hanno ricevuto un premio dal club. È qualcosa che capisci solo stando dentro questa realtà ogni giorno».
D. Ha un esempio concreto di cosa significa vivere il Flamengo?
R. «Credo che un episodio lo racconti bene. Abbiamo giocato una partita di coppa a São Luís do Maranhão, nel nord del Brasile. Siamo arrivati all’una di notte pensando di trovare una situazione tranquilla, invece tutta la città sembrava in strada. Quando siamo arrivati vicino all’hotel, il pullman non riusciva neppure a passare perché c’erano così tante persone che siamo rimasti fermi circa 45 minuti. Era semplicemente impossibile avanzare. E questo per una normale partita di coppa, non per una finale: è un tipo di accoglienza e di passione che non ho mai visto altrove. Il Flamengo non è solo Rio de Janeiro, è tutto il Brasile».
D. Questa passione diventa anche pressione, soprattutto nelle sconfitte?
R. «Naturalmente. Quando si vince c’è un entusiasmo straordinario, ma quando arriva una sconfitta la pressione è fortissima. È qualcosa di completamente diverso rispetto ad altre esperienze che ho avuto».
D. Ora arriva il momento più importante: la finale di Libertadores e l’ultimo passo nel Brasileirão, dove vi manca solo un punto per conquistare il titolo.
R. «Il calendario è estremamente intenso, abbiamo giocato tante partite ravvicinate e dopo il pareggio con l’Atlético Mineiro siamo partiti subito per il Perù per la finale di Libertadores. È una sequenza che non ti dà alcun margine».
D. In Europa si parla delle troppe partite. Ma anche il vostro calendario sembra particolarmente complesso…
R. «Abbiamo già superato le 65 partite stagionali. E ai numeri vanno aggiunti i viaggi, che sono molto pesanti: trasferte lunghe, altitudine, tappe complicate come Fortaleza, Recife o Quito. Tutto questo rende la stagione ancora più impegnativa dal punto di vista fisico. Non c’è niente di paragonabile in Europa».
La rincorsa alla doppietta tra campionato e Libertadores
D. Se dovessero scegliere tra Libertadores e Brasileirão, cosa sceglierebbero i tifosi del Flamengo? E la società?
R. «I tifosi vogliono vincere tutto. È proprio nella mentalità del Flamengo. Ma se si facesse un sondaggio, penso che sceglierebbero la Libertadores. Per loro ha un valore enorme: sarebbe il quarto titolo, un traguardo che nessun club brasiliano ha raggiunto. Penso che per i tifosi sudamericani sia più importante la Libertadores di quanto la Champions sia per tifosi europei. E anche per noi come società è molto importante. A inizio stagione avevamo indicato la vittoria del campionato come priorità, ma arrivati fin qui vogliamo lottare per vincere tutto».
D. Sarebbe la quarta Libertadores della storia del Flamengo (1981, 2019, 2022), la terza nel giro di pochi anni. Cosa è cambiato nel club nelle ultime stagioni, dopo i problemi che ha avuto la società?
R. «Io sono arrivato a dicembre, ma conosco la storia del club. Il Flamengo ha affrontato problemi finanziari molto pesanti nei primi anni 2000. Poi è stato impostato un lavoro molto serio per risolverli, con un gruppo di persone esperte di finanza che ha preso in mano il club e ha iniziato a gestirlo come fosse una azienda. Questo ha permesso al Flamengo di diventare un club sano dal punto di vista economico e anche competitivo rispetto a molti club europei. E negli ultimi anni è stato introdotto un modello gestionale di chiara ispirazione europea, meno emotiva rispetto a quello classico del Sud America».
D. Anche a livello commerciale il Flamengo ha numeri importanti. E questo ha effetto anche sulla squadra in termini di competitività immagino.
R. «Il nome Flamengo ha una forza enorme in tutto il mondo e la società ha costruito una strategia coerente anche dal punto di vista sportivo, portando giocatori con grande visibilità. Questa combinazione ha reso il club molto attrattivo anche per gli sponsor, come dimostrato dall’accordo con Betano per la maglia (secondo indiscrezioni vale circa 50 milioni di euro annui, più di Juventus, Inter e Milan ma anche altre big europee come Tottenham e Atletico Madrid, ndr). E questo ha avuto un impatto anche sulla competitività: quando ero al Benfica, prendevamo molti giocatori dal Brasile perché qui gli stipendi erano bassissimi. Ora invece, anche perché l’intero movimento brasiliano sta crescendo, molti club hanno budget per pagare stipendi come squadre di seconda fascia europea».
D. A tal proposito, la scelta di portare al Flamengo calciatori che hanno giocato in grandi club europei è stata una strategia?
R. «È stata una scelta studiata. L’idea era quella di introdurre mentalità, professionalità, standard di lavoro che potessero elevare il livello quotidiano, anche nella cultura dell’allenamento. Questo aiuta anche i giovani a crescere con esempi forti».
D. Il Brasile, a livello di campionato, sta colmando il gap tattico con l’Europa?
R. «Credo proprio di sì. Lo si vede grazie agli allenatori stranieri arrivati negli ultimi anni, che hanno portato nuove idee, e all’emergere di una nuova generazione di tecnici brasiliani più aperti a questo tipo di approccio. Il talento è sempre stato lì, ora si affianca una dimensione tattica più moderna. Penso che questa nuova generazione di allenatori potrà colmare il gap».
D. Un tecnico del livello di De Zerbi, che lei ha avuto allo Shakhtar Donetsk, potrebbe lavorare in Brasile?
R. «Penso che ora il Brasile venga visto con occhi diversi. È un campionato interessante, una grande sfida e anche i club possono pagare stipendi importanti. Credo che per un allenatore europeo possa essere un mercato possibile».
Il nodo stadi e il peso del Maracanã
D. In Italia abbiamo un enorme problema legato agli stadi, che speriamo di poter risolvere con i grandi eventi. In Brasile invece qual è l’eredità del Mondiale 2014?
R. «Alcuni stadi costruiti allora oggi non vengono utilizzati come previsto. Succede in altri paesi, anche in Portogallo dopo gli Europei 2004. Ma ci sono club che stanno investendo in strutture moderne e questo è un segnale positivo. Il Flamengo gioca al Maracanã, che è uno stadio iconico, è un tempio, anche se non è nostro. Ma ne traiamo un grande vantaggio economico, visto che una parte corposa dei ricavi arriva dal matchday, avendo una media di 57.000 spettatori a partita. E stiamo iniziando a sfruttare il giorno della gara non solo per la biglietteria, ma anche per tutto il resto».
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D. Restando sul tema economico: quanto conta il player trading per il bilancio?
R. «Il 26,4% delle entrate deriva dalle cessioni dei calciatori, è la voce principale. Poi vengono sponsor che impattano per il 26%, i diritti televisivi per il 25% e i ricavi da matchday che sono il 12%. Da quando sono qui abbiamo venduto giocatori per 80,5 milioni e acquistato per 48 milioni. Il mercato è una parte fondamentale del modello. Nel 2025 il fatturato sarà pari a circa 350 milioni di euro per il Flamengo, mentre il budget per quanto riguarda solo la squadra di calcio, tra stipendi, viaggi e tutto, è pari a 150 milioni: significa che non arriva nemmeno alla metà dei ricavi».
D. Una voce impattante sul bilancio del 2025 è il nuovo Mondiale per Club, disputato la scorsa estate dal Flamengo: che opinione si è fatto del torneo?
R. «Se dipendesse dal Sudamerica, credo si giocherebbe ogni anno. I tifosi sono sempre curiosi di capire il livello delle proprie squadre rispetto a quelle europee. Ma siccome l’Europa è il continente dominante nel calcio, non credo che sarà così, perché per i club non è una data ideale. Quindi spingeranno per farlo magari ogni due, tre o quattro anni. Per noi quando abbiamo affrontato squadre come Chelsea o Bayern è stato straordinario, ma per l’Europa non è così semplice».
D. Dove può crescere ancora il campionato brasiliano?
R. «A livello organizzativo. Per gli europei è difficile seguire il campionato, perché si gioca molto tardi. Il torneo però è competitivo, gli stadi sono sempre pieni, è un bel prodotto che si può vendere bene. È difficile in Paesi che hanno i soldi, come USA e Canada, che, seppur avvantaggiati dal fuso orario, non hanno grande passione per il calcio. Dove possiamo vendere bene il nostro prodotto è in Europa, ma dobbiamo aggiustare gli orari. Il derby Fla-Flu, Flamengo-Fluminense, si è giocato a mezzanotte, ora italiana: se si giocasse allo stesso orario della finale di Libertadores, sarebbero le 22 in Italia e tutti potrebbero guardare la partita. Qui non c’è ancora la visione europea del “prodotto da vendere”, ma stanno iniziando a capirlo».
D. Crede che i club brasiliani avranno mai la forza di trattenere i propri talenti?
R. «Il Flamengo potrebbe permetterselo anche oggi dal punto di vista finanziario, così come credo anche il Palmeiras, per quanto riguarda gli stipendi. Ma il vero tema in Sud America non sono tanto i soldi: è l’ambizione del giocatore e della famiglia. Se dici di no, rischi di perderlo mentalmente. Con Wesley, ad esempio, con la Roma abbiamo fissato un prezzo — 25 milioni di euro — e abbiamo detto che sotto quella cifra non si sarebbe fatto nulla, perché noi non avevamo la necessità di venderlo da un punto di vista economico. Ma per noi succede così, tanti altri invece sono costretti ancora a cedere i giocatori».