Dal campo alla finanza: come il factor investing può applicarsi anche ai Mondiali

Lo studio di Gianluca De Nard si propone di costruire la nazionale campione del mondo applicando i principi del factor investing: dietro la tesi, una lezione su diversificazione e gestione del rischio che vale per le squadre come per i portafogli.

mbappé
(Photo by Kevin C. Cox/Getty Images)

Una squadra che vince un torneo non è un mucchio di fuoriclasse, ma un portafoglio ben costruito. L’idea è stata formulata da Gianluca De Nard, responsabile delle strategie d’investimento sistematiche di Swisscanto (Zürcher Kantonalbank), oltre che docente all’Università di Zurigo e in Liechtenstein, nell’ambito dello studio “The World Champion’s Portfolio“. 

La tesi dello studio, senza pretese di rigore accademico né di applicabilità agli investimenti: undici giocatori e un allenatore possono essere letti come un portafoglio multifattoriale, in cui ogni ruolo corrisponde a un preciso premio al rischio. E come in finanza, a decidere non è quasi mai il lampo del singolo, ma la coerenza del sistema. I Mondiali, del resto, raramente li vince la giocata isolata: li vince la struttura che continua a funzionare anche quando la partita si mette male.

La domanda dello studio è se in campo esistano fattori equivalenti ai principi che si affermano nei mercati, ovvero Value, Quality e Momentum. La risposta, ruolo per ruolo, è un piccolo trattato di asset allocation travestito da modulo tattico.

La difesa

Il reparto arretrato è la fondazione del sistema, e si lascia ricondurre al fattore Value, con una componente low risk. I titoli value sono società dalle valutazioni interessanti, fondamentali robusti, effetto stabilizzante sul portafoglio: stanno raramente al centro della scena, ma è da loro che dipende la tenuta dell’insieme. Esattamente come i difensori, che agiscono con disciplina, evitano rischi inutili e tengono in piedi la baracca quando aumenta la pressione.

Il prototipo è Paolo Maldini, leggibile come un classico value a basso multiplo: solido, affidabile, generatore di valore su orizzonti lunghi e, come spesso accade ai titoli – e ai giocatori – di questo tipo, sistematicamente sottovalutato finché tutto funziona. All’interno del reparto, però, i profili di rischio si differenziano. I centrali somigliano alle strategie low risk, dove l’obiettivo primario è la stabilità rispondono al profilo di Carles Puyol. I terzini, che partono da una posizione difensiva ma creano valore con le sovrapposizioni, ricordano più da vicino il value puro: pensiamo a Roberto Carlos, e a quel potenziale di rialzo che emerge solo col tempo. Nei mercati, l’equivalente dei laterali bassi è una Berkshire Hathaway: fondamentali solidi e valore che matura lentamente; mentre per il difensore roccioso da cash flow prevedibili e bassa variabilità il parallelo è un colosso come Nestlé.

Che la solidità arretrata possa diventare protagonista lo ha dimostrato Fabio Cannavaro: difensore, Pallone d’Oro nel 2006, l’anno del Mondiale vinto dall’Italia, in un’epoca dominata dagli attaccanti. È precisamente la promessa dei titoli difensivi: raramente sotto i riflettori, decisivi nelle fasi di incertezza.

Il centrocampo e l’attacco

Il centrocampo è il fattore Quality: alta redditività del capitale, uso efficiente delle risorse, utili stabili. In campo significa giocatori che danno ordine, controllano il ritmo e sono efficaci nelle due fasi, quelli senza i quali la squadra perde la sua geometria. Toni Kroos e Xavi ne sono l’esempio più nitido: precisione, visione, costanza, gli stessi attributi che in finanza si traducono in elevato return on equity e bassa volatilità degli utili. Sul mercato, l’incarnazione del fattore è Microsoft: rendimenti del capitale elevati, posizione dominante, struttura degli utili eccezionalmente stabile.

L’attacco corrisponde al Momentum, il fattore che scommette sulla persistenza dei trend di breve. Tradotto: giocatori in stato di grazia, che trasformano le occasioni e decidono le partite, con impatto immediatamente visibile. La forma, si sa, è volatile. Ronaldo il Fenomeno è il caso da manuale, un “indicatore di performance a dodici mesi”: straordinario nei picchi ma afflitto da infortuni che ne compromettono la performance a lungo termine. La versione contemporanea è Kylian Mbappé. L’equivalente azionario di questi anni è NVIDIA, trascinata da trend tecnologici fino a movimenti di prezzo dal carattere auto-rinforzante. Come per il bomber, il momentum vive di velocità, attenzione e capacità di prolungare una tendenza già in atto.

Il portiere e il regista

Due ruoli sfuggono alla logica dei fattori e rappresentano qualcosa di più sottile. Il portiere è il risk manager del sistema: non crea occasioni, limita le perdite. In termini finanziari, misura volatilità e correlazioni e copre gli eventi estremi. Idealmente resta inoperoso per lunghi tratti, salvo restare lucido per l’intervento che decide una vittoria: Gianluigi Buffon, qui, è il prototipo ideale.

Il regista, invece, è il pezzo più moderno dell’analogia: un modello decisionale adattivo, di fatto l’intelligenza artificiale della squadra. È il nodo che elabora le informazioni in tempo reale, legge i punti deboli dell’avversario, riconfigura la strategia e decide a quale compagno – o a quale fattore – affidare il pallone a seconda delle condizioni, cioè del contesto di mercato. Zinedine Zidane è l’archetipo, una sorta di rete neurale profonda con i piedi. Ma nemmeno il miglior modello è immune dall’errore quando incontra segnali difficili da prevedere: la finale del 2006, con la testata a Marco Materazzi – robusto rappresentante dei fattori conservativi, Low Risk e Value – è il caso quasi didascalico di overfitting emotivo, l’istante in cui anche il sistema più sofisticato sbaglia clamorosamente la classificazione.

I subentranti e l’allenatore

La panchina è il serbatoio dei fattori da attivare alla bisogna: strategie non ancora del tutto sviluppate, o già testate ma momentaneamente ridondanti, che ampliano lo spazio delle opzioni senza stravolgere la struttura. Mario Götze nel 2014 – entrato a gara in corso e autore del gol che decise la finale ai supplementari – apporta il contributo risolutivo che ci si aspetta da un fattore schierato al momento giusto.

L’allenatore, infine, è il gestore di portafoglio: definisce la direzione strategica, sceglie e combina i fattori, ricalibra l’allocazione nel tempo, sostenuto da uno staff che è il suo team di analisti. Vicente del Bosque, regista degli anni d’oro della Spagna culminati nel Mondiale 2010, è il modello: una generazione irripetibile integrata in un sistema coerente e stabile, dove possesso, controllo dello spazio e decisione collettiva erano tratti identitari. Non a caso il calcio d’élite somiglia sempre più alla gestione quantitativa: dal tracking dei giocatori all’analisi delle prestazioni fino alla prevenzione degli infortuni, lo staff moderno affianca intuizione ed esperienza con dati e analisi sistematica.

Stili di gioco, stili di portafoglio

Una volta accettata la grammatica, ogni grande nazionale diventa una strategia. L’Italia solida e coriacea del 2006 è l’investimento conservativo, votato al controllo del rischio e alla protezione dagli eventi estremi. La Francia di contropiede del 2018, l’approccio opportunistico e asimmetrico in cui poche posizioni mirate contribuiscono in modo sproporzionato al risultato. Il Brasile del 2002 è high beta puro: oscillazioni elevate accettate consapevolmente per rendimenti sopra la media. Il tiki-taka della Spagna 2010 è la strategia ampiamente diversificata e ottimizzata per il rischio, fatta di controllo e circolazione continua. La Germania del 2014, infine, è la strategia multifattoriale per eccellenza: disciplina strutturale e flessibilità tattica, fattori pesati e schierati dinamicamente secondo le condizioni. Nessuno stile è “quello giusto”: conta la coerenza dell’esecuzione e la capacità di adattarsi.

C’è poi la tentazione opposta alla diversificazione: lo stock picking, la concentrazione del capitale su un singolo titolo dal potenziale eccezionale. In campo è il fuoriclasse attorno a cui si costruisce tutto. Quando il sistema è disegnato sulle sue qualità, il valore aggiunto è enorme; ma lì si annida anche il rischio. L’esempio è Diego Maradona al Mondiale 1994: per anni non solo il miglior giocatore dell’Argentina, ma in molti sensi il sistema stesso, capace di mascherare le fragilità della squadra. Quando fu espulso dal torneo crollò l’identità collettiva costruita su di lui. Il classico rischio di concentrazione: implosa la posizione dominante, il resto del portafoglio resta senza struttura.