Mancano meno di due settimane alle elezioni per la presidenza della FIGC in programma il prossimo 22 giugno. Una corsa in cui, almeno sul piano dei numeri, sembra favorito Giovanni Malagò rispetto a Giancarlo Abete.
L’ex presidente del CONI, infatti, dopo essere stato indicato dalla Lega Serie A, ha incassato anche il sostegno formale dell’Assocalciatori, dell’Assoallenatori e della Lega Serie B. Un blocco che vale complessivamente il 53% del peso elettorale federale.
A pochi giorni dal voto, tuttavia, sulla candidatura di Malagò continua a pesare una questione giuridica che potrebbe avere conseguenze ben oltre l’esito delle urne. Al centro del dibattito c’è il cosiddetto “pantouflage“, vale a dire il passaggio di un dirigente pubblico a incarichi presso soggetti privati con cui ha avuto rapporti nell’esercizio delle proprie funzioni istituzionali.
Cos’è il pantouflage – La norma che può sbarrare la strada alla candidatura di Malagò
La disciplina è contenuta nell’articolo 53, comma 16-ter, del Decreto Legislativo n. 165 del 2001, il Testo Unico sul Pubblico Impiego. La norma, introdotta dalla Legge n. 190 del 2012, la cosiddetta Legge Severino, stabilisce che i dipendenti pubblici che negli ultimi tre anni di servizio abbiano esercitato poteri autoritativi o negoziali non possano svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione dell’incarico, attività lavorative o professionali presso soggetti privati destinatari dell’attività amministrativa svolta attraverso gli stessi poteri. Il testo prevede inoltre che gli incarichi eventualmente conferiti in violazione della disposizione siano nulli, con ulteriori conseguenze sia per il soggetto interessato sia per l’ente che ha conferito l’incarico.
Si legge: «I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed è fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti».
Cos’è il pantouflage – Perché riguarda Malagò
La questione riguarda direttamente Malagò perché il CONI, del quale l’ex presidente ha lasciato la guida il 26 giugno 2025, esercita funzioni di vigilanza nei confronti della FIGC. Facendo la cronologia della candidatura alla presidenza della FIGC, questa è stata depositata il 13 maggio 2026, mentre l’assemblea elettiva si svolgerà il 22 giugno 2026.
Tra la cessazione dell’incarico pubblico e il voto federale trascorrerà quindi circa un anno. Un intervallo temporale significativamente inferiore ai 36 mesi previsti dalla disciplina sul pantouflage. Secondo questa interpretazione, l’eventuale periodo di inibizione imposto dalla legge terminerebbe il 26 giugno 2028, due anni e quattro giorni dopo il voto del 22 giugno. Le elezioni federali si troverebbero dunque a svolgersi in piena finestra.
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Cos’è il pantouflage – Il nodo da sciogliere
Il nodo era già emerso agli inizi di maggio, quando tra gli ambienti avversi alla candidatura di Malagò aveva cominciato a circolare l’ipotesi dell’ineleggibilità. Il 20 maggio il senatore leghista Roberto Marti ha formalizzato la questione con un’interrogazione parlamentare al ministro dello Sport Andrea Abodi, chiedendo un chiarimento preventivo presso le autorità competenti. La risposta è arrivata il 5 giugno: il ministro ha chiesto formalmente a CONI e ANAC di avviare una verifica.
Una mossa istituzionalmente corretta, ma arrivata oltre due settimane dopo l’interrogazione e a sole due settimane dal voto. Malagò, nelle ultime settimane, si è sempre detto tranquillo sul punto, anche sulla base delle valutazioni dei propri legali. Lo ha ribadito anche a margine dei WEmbrace Games 2026: «Sono sempre d’accordo quando ci sono intenti e dei fini che sono positivi o propositivi. Sono molto tranquillo. Sono due mesi che non solo io ho risposto ma anche persone che sanno bene la genesi di tutta questa storia».
Il problema è che quell’ipoteca giuridica, finché non viene rimossa, pesa sul voto indipendentemente dagli equilibri di forza. Se il parere di CONI e ANAC non dovesse arrivare entro il 15 giugno, data indicata come soglia minima utile, l’assemblea del 22 si svolgerebbe in un limbo normativo, con la concreta possibilità di impugnazioni successive in caso di elezione di Malagò. Un contenzioso a cascata che potrebbe paralizzare la Federazione, che però non se lo può permettere.