Flaminio, la Fondazione Nervi: «Il piano altera l'opera, pronti a fare ricorso»

Si tratta di una secca bocciatura del progetto di ristrutturazione della Lazio da parte della Fondazione che porta il nome dell’ingegnere che costruì l’impianto.

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Lo stadio Flaminio (Foto: David Rogers/Getty Images)

Nella giornata di ieri, nella sala conferenze di Formello, il patron e presidente della Lazio Claudio Lotito ha presentato alla stampa e ai tifosi il progetto di ristrutturazione dello stadio Flaminio, che il club biancoceleste ha intenzione di far diventare la sua casa a partire dal 2030.

Un progetto che però non convince, per usare un eufemismo, la Fondazione Pierluigi Nervi, che come si evince chiaramente porta il nome dell’ingegnere che, insieme al collega Giovanni Bartoli, portò alla costruzione del Flaminio su progetto di Antonio Nervi, figlio di Pier Luigi. L’impianto fu inaugurato nel 1959 in tempo per ospitare le Olimpiadi di Roma del 1960.

«La Fondazione e il suo presidente, Marco Nervi, nipote di Pier Luigi, si dichiarano totalmente estranei alla concezione della proposta oggi presentata e ne denunciano il grave pericolo che essa rappresenta per la salvaguardia dell’impianto, concepito e realizzato da Antonio e Pier Luigi Nervi in occasione delle Olimpiadi del 1960 – si legge nella nota –. Quanto è stato illustrato oggi va chiaramente contro il vincolo di tutela dello stadio e non solo non rispetta, ma altera irreversibilmente l’opera dei progettisti originari».

Nel suo comunicato la Fondazione specifica, inoltre, come «si riserva di procedere nelle sedi opportune contro quanto proposto oggi (ieri, ndr) e invita il Comune di Roma a considerare la gravità del rischio che l’intervento prospettato comporta per il proprio patrimonio monumentale», auspicando che «il ministro della Cultura e la soprintendente speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, nel rispetto della dignità istituzionale delle loro funzioni, levino la loro voce contro questa operazione commerciale di sfruttamento di un’opera del nostro patrimonio culturale, che si vorrebbe alterare irreversibilmente nel nome di logiche che con il restauro e la valorizzazione culturale non hanno nulla a che fare».