Tra il no a Tether e possibili interessamenti sauditi, Elkann ha bisogno di un suo Boniperti (e probabilmente non solo) per la Juventus

L’offerta del colosso delle stablecoin Tether e la risposta negativa del numero uno di Exor riportano al centro il tema della governance del club bianconero e gli scenari sul suo futuro proprietario.

Elkann
FOOTBALL AFFAIRS
John Elkann (Foto: GIUSEPPE CACACE/AFP via Getty Images)

L’anticipazione di Calcio e Finanza circa il lancio dell’offerta di acquisto sulla Juventus da parte di Tether (poi puntualmente confermata nella stessa serata di venerdì 12 dicembre dalla nota ufficiale della società di stablecoin), ha svelato un’operazione che, per quanto non sia andata a buon fine, ha in sé un valore epocale.

E questo non solo nel mondo del calcio ma in quello molto più ampio dell’economia italiana: sinora infatti non era mai avvenuto (almeno sino a venerdì scorso) che qualcuno lanciasse un’opa se non ostile, quantomeno non concordata, su una società controllata dalla dinastia più potente del Paese, ovvero quella degli Agnelli-Elkann (l’opa di Roberto Colaninno e soci su Telecom Italia di fine secolo scorso fu ostile e Ifil, l’attuale Exor, era uno dei soci del nocciolino che esprimeva il management di Telecom. Che però non era controllata dagli Agnelli)

Se poi si aggiunge il particolare, non certo secondario, che l’oggetto dell’operazione è la Juventus, ovvero la società di calcio più amata d’Italia e più vincente in ambito nazionale, allora questo non può che ingrandire la magnitudo della vicenda, che intreccia calcio, potentati economici emergenti e dinastie che, tra luci e ombre, hanno costruito la storia di questa nazione.

In questo quadro Calcio e Finanza è in grado di aggiungere un altro tassello du cui bisogna necessariamente dare cronaca: nella Torino importante in termini di business, quella per intenderci non lontana dai vertici di Exor, circola una voce secondo la quale emissari sauditi abbiano ventilato un possibile interessamento verso l’asset Juventus  con una valutazione della società bianconera di circa 2 miliardi, ovverosia il valore che da sempre Exor considera adeguato per il club nonostante l’effettiva capitalizzazione di borsa. Il tutto tenendo presente due elementi:

  • Il rumor effettivamente circola negli ambienti di business molto alti;
  • Elkann, che ha buoni rapporti diretti con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, sta negoziando la cessione di Gedi con il businessman greco Theodore Kyriakou, che a sua volta vanta legami con lo stesso bin Salman. Una società del fondo saudita PIF, circa tre anni fa ha investito 225 milioni in Antenna Greece Bv, società che fa parte della galassia dell’imprenditore ellenico.

Detto questo, quand’anche la voce avesse fondamento, bisognerà poi vedere quale possa essere la decisione e le volontà di Elkann anche alla luce delle recenti dichiarazioni sulla Juventus «che non è in vendita».

L’AFFONDO DI TETHER E IL “NO” DI JOHN ELKANN

Entrando invece nello specifico dell’offerta di Tether, come è ora noto a tutti, l’operazione prevedeva una valutazione complessiva del club bianconero di 1,1 miliardi (la società con sede a El Salvador detiene già l’11,5% del capitale della società) e un successivo investimento del colosso delle stablecoin di un ulteriore miliardo per rinforzare la Juventus a tutti livelli. Però alle avances di Devasini e Ardoino l’azionista di maggioranza di Exor John Elkann ha risposto con un no risoluto, subitaneo e molto mediatico con tanto di nota ufficiale e video sul sito bianconero con felpa della Juventus.

«La Juve fa parte della mia famiglia da 102 anni. Fa parte nel vero senso della parola, perché nel corso di un secolo quattro generazioni l’hanno ingrandita, resa forte, accudita nei momenti difficili, festeggiata in quelli felici», ha commentato l’AD di Exor.

«Ma non solo: la Juve fa parte di una famiglia molto più grande, la famiglia bianconera, fatta di milioni di tifosi che amano la Juve come si amano le persone care. Proprio pensando a questa passione, a questa storia d’amore che ci unisce da oltre un secolo, come famiglia continuiamo a sostenere la squadra e a guardare al futuro, per costruire una Juve vincente. La Juventus, la nostra storia, i nostri valori non sono in vendita», ha concluso John Elkann.

E questo lascia spazio ad almeno due considerazioni:

  • La prima è che quand’anche Tether non dovesse mollare, la nuova offerta dovrà essere notevolmente superiore agli 1,1 miliardi (2,66 euro per azione) della prima proposta. Questo perché il niet di Elkann è stato troppo mediatico e teatrale perché si possa pensare che Exor torni sui suoi passi se non davanti a una offerta indecente;
  • La seconda è legata alla gestione del club. Ipotizzando che non vi sarà alcun cambio di proprietà, è impossibile non notare come Elkann al momento non goda di alcuno schermo dinnanzi alle critiche dei tifosi (a questo punto quasi tanto vale che si assuma la presidenza in prima persona). Ora se è stato naturale, se non doveroso, il suo intervento in prima persona dinnanzi all’offerta di Theter perché questa tirava in ballo direttamente Exor e la proprietà, non lo è per le svariate vicende di quasi normale amministrazione del club di cui Elkann si è dovuto occupare nei tempi recenti (con addirittura diverse discese negli spogliatoi). Questo non solo perché il nipote dell’Avvocato Giovanni Agnelli è una persona impegnata su mille fronti (da quello giudiziario per le vicende della propria famiglia, a quello industriale con Stellantis e Ferrari sino a quello più prettamente finanziario con la stessa Exor), ma perché la Juventus necessita più che mai di un manager che quotidianamente possa rappresentarne l’essenza e la juventinità. E questo compito non lo possono svolgere né il nuovo amministratore delegato Damien Comolli, sbarcato a Torino in giugno, e nemmeno il presidente Gianluca Ferrero, che è uomo di legge ma non sembra avere le stigmate del punto di riferimento per le masse. Per essere chiari, ai tempi di Gianni Agnelli nessuno imputava alcunché all’Avvocato quando le cose andavano male (poche volte a dire il vero), perché a proteggere l’immagine del patron c’era lo schermo di un totem bianconero quale Giampiero Boniperti, juventino al punto tale che poteva permettersi di dire tranquillamente che la squadra più forte che avesse mai visto giocare fosse il Grande Torino senza che nessuno obiettasse alcunché.

IL NODO DEL PREZZO E L’IPOTESI DI UN RILANCIO

Nei dettagli del primo punto, in tempi non sospetti questa testata ha sempre ricordato come la valutazione che si dà della Juventus all’interno di Exor, al di là di quanto le viene riconosciuto in termini di capitalizzazione di borsa, si aggiri sui 2 miliardi. Questo perché si ritiene una valutazione congrua quella di quattro volte i ricavi (oltre 500 milioni di euro) e inoltre perché si pensa da un lato che il club sia sottovalutato sul listino di Piazza Affari in quanto non contendibile e dall’altro che questa valutazione è basata anche sullo storico di recenti operazioni di acquisizioni nel calcio.

Il Milan, per esempio, è passato di mano nel 2022 per una valutazione di 1,2 miliardi di euro, però i bianconeri possono contare su uno stadio di proprietà esistente (quindi non in fieri o addirittura impantanato nei meandri burocratici come era a quell’epoca il nuovo impianto di San Siro). Inoltre, stando ai sondaggi, la Juventus ha un numero di tifosi molto superiore a quello del Milan in Italia. E il numero di tifosi, soprattutto quelli italiani perché più vicini al luogo dove la squadra gioca, è un elemento importante nella valutazione di un club perché non rappresenta altro che il portafoglio clienti cui si possono vendere i proprio prodotti di merchandising o di ticketing. In senso strettamente commerciale (e si sottolinea strettamente commerciale, perché la cosa poi ha un valore enorme in quanto si sta parlando della storia e dell’identità di un club) il palmares internazionale (per esempio le sette Coppe dei Campioni del Milan contro le due della Juventus) ha soprattutto valore nella misura in cui si ripercuote nei ricavi. Altrimenti, per quanto importantissimo, resta nei discorsi degli appassionati.

Tutto questo ragionamento sulla valutazione della Juventus però valeva in tempo di “pace”. Invece adesso con la “guerra” lanciata da Tether bisognerà capire se l’offerta non concordata di Devasini e Ardoino abbia acceso gli animi di Exor al punto tale da alzare l’asticella. Soprattutto dopo il niet perentorio e mediatico di Elkann, e sempre ammesso e non concesso Exor decida di vendere.

In questo senso la rapidità, la nettezza e soprattutto le parole di ElkannLa Juventus, la nostra storia, i nostri valori non sono in vendita») con la quale il CdA di Exor ha dato picche alla proposta di Tether senza passare da un eventuale ascolto del parere dagli azionisti di minoranza (cosa non necessaria in senso stretto) sembrano indicare che i modi e i tempi di Ardoino e Devasini non siano piaciuti ai vertici di Exor. Poi come sempre pecunia non olet, e quindi bisognerà vedere quale potrebbe essere la nuova risposta di Exor se eventualmente Tether rilanciasse con un’offerta notevolmente superiore a quella del primo tentativo.

EXOR E LA JUVENTUS: IL PESO DI STATUS E TIFOSI

Per quanto concerne il secondo punto invece, va notato come in una recente email a Dagospia (poi pubblicata dallo stesso sito di Roberto D’Agostino) Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli (sorella di Gianni) ha voluto difendere Elkann delle feroci critiche di Carlo De Benedetti, il quale partendo dalle negoziazioni per la vendita di Gedi (oltre che di Comau e quella di Iveco) aveva messo alla berlina l’operato del nipote dell’Avvocato. Nello specifico Rattazzi, che è stato membro del consiglio di amministrazione di Exor, nonché amico storico di Luca Cordero di Montezemolo e dell’ex presidente del CONI Giovanni Malagò, ha voluto puntualizzare che:

  • Exor è il primo azionista di Stellantis, tanto che in Francia i giornali continuano a lamentare il ruolo di secondo piano nella casa automobilistica dei Peugeot rispetto agli Agnelli. Non a caso sarebbe in corso una guerra aperta tra Robert e Xavier Peugeot per il ruolo di leader della dinastia della Franca Contea all’interno di Stellantis, con il primo confermato nel board del colosso dell’automotive fino al 2028.
  • In seconda istanza Rattazzi ha fatto notare come Exor continui a essere l’azionista di riferimento anche di CNH e di Ferrari, un complesso di realtà che fa della holding degli Agnelli-Elkann il primo gruppo industriale privato in Italia come numero di dipendenti.

Adesso, al di là di chi abbia ragione, quello che è sicuro è che Elkann sia impegnato in moltissime partite di business, dalle quali dipende anche un numero di posti di lavoro notevolmente più cospicuo di quello concernente la Juventus.

Però qui sta il punto: la Juventus non sarà la controllata più importante di Exor in termini economici, però il suo status, il suo enorme numero di tifosi e la sua importanza mediatica ne fanno un metro importante della capacità manageriale di Elkann ben oltre i meri numeri di bilancio. Per questo sarebbe quanto mai opportuno che il nipote dell’avvocato Agnelli si separi il più possibile dalla gestione del club, se possibile in misura ancora maggiore di quanto non avvenga già ora. Per esempio, suo nonno la domenica scendeva da Villa Frescot al Comunale per godersi le giocate di Bettega, Paolo Rossi o dell’adorato Michel Platini, senza che nessuno potesse anche solo pensare di mugugnare nei confronti dell’Avvocato se le cose non andavano bene. Il club era in tutto e per tutto, nel bene e nel male, sotto la guida operativa di Giampiero Boniperti. Ora questa aura di intoccabilità non esiste.

Si dirà: ma come? Non c’è Comolli? Non è il francese l’uomo designato da Elkann perché egli stesso non sia coinvolto più di tanto? Verissimo.

Però il manager transalpino, come si diceva, è sbarcato a Torino non prima di giugno e certamente non può trasmettere quella juventinità di cui hanno bisogno i tifosi e della quale era pervasa ogni parola di Boniperti, uomo che in bianconero aveva passato una vita intera, anche prima di essere nominato presidente nel 1971.

Per questo andrebbe cercata un profilo manageriale che in tutto e per tutto conduca alla storia del club ed è evidente che il riferimento più semplice cui pensare è quello di Giorgio Chiellini, attualmente Director of Football Strategy (e quindi sotto riporto diretto di Comolli) che sta rapidamente scalando le gerarchie manageriali interne.

Però, per quanto bravo e promettente anche da manager, è evidente che l’ex capitano della Nazionale è ancora inesperto nel ruolo di dirigente, ed essendo persona intelligente, egli stesso è il primo a sapere che deve ancora imparare molto. Non a caso un giornalista da sempre molto addentro alle cose bianconere come Tony Damascelli in una intervista a Platini su Il Giornale ha domandato all’ex numero 10 se non avesse voglia di diventare presidente del club. Il francese ha declinato dicendo di dover pensare alla propria famiglia quale priorità.

Attenzione però: Boniperti da dirigente non iniziò imparato. Quando Agnelli nel 1971 lo nominò quale massimo dirigente operativo bianconero, nell’ufficio di fianco, in qualità di general manager, sedeva dall’anno prima un certo Italo Allodi, che negli anni sessanta era stato il demiurgo della Grande Inter di Helenio Herrera e che poi, lasciata la Juventus nel 1973, sarebbe divenuto il costruttore del Napoli che ottenne lo Scudetto nel 1987, non prima di avere lavorato anche per la Fiorentina. Allodi era in tutto e per tutto il miglior dirigente calcistico sul piano nazionale e il vero dominus del mercato in Italia. E Boniperti quindi entrò nella stanza dei bottoni con collaboratori di primissimo ordine prima di continuare a vincere anche quando Allodi lasciò Torino. Su questo solco ci si può domandare: Comolli è al momento il miglior dirigente calcistico sul piano nazionale e il dominus del mercato in Italia? Non appare difficile dire di no.