Al via la nuova stagione Champions League. Per la Serie A il pericolo è eguagliare un nuovo record negativo in Europa

Dagli anni ’80 degli Agnelli e dei Berlusconi all’era dei fondi americani: così sono cambiate le basi economiche del nostro calcio.

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FOOTBALL AFFAIRS
(Foto: Catherine Ivill/Getty Images)

La stagione delle coppe europee, che inizia martedì 16 settembre con la tre giorni dedicata alla Champions League, potrebbe eguagliare un record negativo per la Serie A a livello continentale: da quando è stata istituita la Coppa dei Campioni (1955) l’intervallo più lungo durante il quale una squadra del campionato italiano non si è laureata campione d’Europa è stato quello intercorrente tra il 1968/69 (seconda coppa dei campioni del Milan) e il 1984/85 quando la Juventus vinse il suo primo massimo alloro continentale nella maledetta e tragica notte dell’Heysel.

Passarono 16 stagioni in quello iato temporale, come sarebbero 16 le annate senza trionfi se nella primavera del 2026 nessuna tra Atalanta, Inter, Juventus e Napoli dovesse alzare la coppa dalle grandi orecchie nel cielo di Budapest. Visto che per scovare l’ultima squadra di Serie A sul più alto gradino d’Europa bisogna risalire al maggio 2010 e al trionfo a Madrid dell’Inter di José Mourinho.

E va anche notato che in questi anni non sono mancate le opportunità, visto che per quattro volte, due la Juventus (2015 e 2017) e due l’Inter (2023 e 2025), una squadra italiana è giunta in finale. Come d’altronde si ebbero chance anche nel periodo tra 1969 e il 1985 quando prima l’Inter (1972) poi la Juventus per due volte (1973 e 1983) e infine la Roma (1984) si inerpicarono sino all’atto conclusivo del torneo senza però vincerlo.

Le analogie però terminano qui e non solo perché tra i due intervalli sono trascorsi quasi 50 anni, mezzo secolo che nel calcio equivale a un’era geologica.

Negli anni ’70/80 si trattava della vecchia Coppa dei Campioni, una sola squadra per Paese era ammessa al torneo più prestigioso (due nel caso che il campione uscente non fosse anche il campione del campionato nazionale) e i sodalizi dei campionati maggiori utilizzavano un minor numero di giocatori stranieri. Quindi se da un lato non c’era la competizione degli altri club della stessa nazione, dall’altro le squadre campioni di alcuni Paesi che ora sono di secondo piano erano altamente competitive. Si pensi per esempio ai team balcanici che sotto la comune bandiera jugoslava potevano vantare i predecessori di quei campioni serbi, croati bosniaci che ora rimpolpano le rose dei club europei più importanti.

Oltre a questo, ci sono però anche differenze di natura prettamente tecnica. Stando ai bookmakers internazionali nelle finali degli ultimi 15 anni né InterJuventus sono giunte al match decisivo con i favori dichiarati del pronostico.

Invece nelle finali dei primi anni ottanta il discorso era diverso: la Juventus sfidò l’Amburgo da strafavorita (era nei fatti l’ossatura della Nazionale campione del mondo 1982 più Bettega, Boniek e Platini) e la Roma partì contro il Liverpool con altissime speranze anche perché il match si disputava tra le mura amiche dello Stadio Olimpico.

Entrambe le finali non andarono bene per i colori italiani però era evidente il segno di un movimento calcistico nazionale in netta crescita dopo che tra il 1976/77 e il 1983/84 le squadre inglesi avevano vinto sette Coppe dei Campioni su otto (unica eccezione proprio l’Amburgo nel 1983).

GLI ANNI DEL MECENATISMO E DELL’ASCESA INTERNAZIONALE

E proprio qui sta il punto. Dopo la riapertura ai calciatori stranieri nel 1980 e sulla spinta del trionfo della Nazionale nel Mondiale 1982 le finali dei primi anni ottanta erano il segnale di un movimento calcistico che stava per imboccare la strada di una crescita esponenziale che lo avrebbe portato a dominare la scena internazionale negli anni a venire.

Alle spalle c’erano imprenditori italiani, che dopo la stagione buia del terrorismo e dei sequestri di persona, non avevano più paura di esporsi e stavano capendo il potenziale di immagine ( e quindi anche di ritorno economico) che poteva garantire loro investire nello sport più popolare della nazione. Sono gli anni in cui Ernesto Pellegrini compra l’Inter nel gennaio 1984 e nella primavera annuncia l’acquisto dell’ex Pallone d’Oro Karl Heinz Rummenigge, nei quali a Napoli Corrado Ferlaino si assicura nientepopodimeno che Diego Armando Maradona, Dino Viola e Paolo Mantovani accelerano gli investimenti nella Roma e nella Sampdoria spingendo i rispettivi club a vette tuttora ineguagliate. Dal canto loro gli Agnelli acquistano per la Juventus Platini e Boniek e costruiscono una delle squadre più forti nella storia del calcio italiano e di lì a poco, comprando il Milan, entrerà nel calcio anche Silvio Berlusconi.

Come si diceva, dietro questa voglia di investire nel calcio vi era una imprenditoria italiana in salute con le grandi famiglie industriali che vedevano nel pallone un veicolo di immagine importante per i propri affari oltre alla voglia di sfidarsi nell’agone dello sport più popolare. Per la maggior parte delle volte però, e va detto a chiare lettere, non curandosi della sostenibilità economica dei club perché tanto dietro c’era un proprietario talmente dovizioso che era pronto a ripianare le perdite e a garantire i debiti.

Nella realtà attuale invece, per proseguire il parallelo tra i due intervalli di tempo, lo scenario è completamente diverso: come si accennava in un precedente appuntamento di questo spazio editoriale, sotto la spinta della globalizzazione il numero di famiglie industriali italiane talmente possenti da sostenere un club dalle grandi ambizioni europee sono ormai pochissime. E, a parte i sempre presenti Agnelli, quelle esistenti (i Delvecchio, i Ferrero, i Caltagirone per citarne qualcuno) non hanno mai manifestato l’intenzione di entrare nel calcio. Invece quelle che erano presenti, ad esempio i Moratti e i Berlusconi, ne sono usciti.

In questo quadro non ha torto il presidente dell’Inter Giuseppe Marotta quando dice che le proprietà americane, quelle legate ai fondi di investimento, sono una necessità per il calcio italiano. Senza di questi veicoli di investimento attenti al profitto, al ritorno sul capitale speso e alla sostenibilità economica del club (altrimenti sarebbe quasi impossibile uscire dall’investimento con lucro) e visto il disinteresse delle grandi dinastie industriali italiane lo scenario sarebbe ancora più opaco.

D’altronde a ben vedere il quadro attuale è la conseguenza, o se vogliamo l’epoca del pagamento del conto, di quell’epoca del mecenatismo sfrenato degli anni ’80, ’90 e del primo decennio del secolo (non a caso è del 2010 l’ultimo trionfo italiano in Champions League) durante il quale i conti dei club passavano in secondo se non in terz’ordine dinanzi alle ambizioni sportive.

E non a caso quando a fianco dei padri appassionati sono giunti nella stanza dei bottoni delle decisioni familiari anche i loro discendenti, la parabola del mecenatismo, con i suoi pregi e i non pochi difetti, è giunta al termine. È il caso dei Moratti e dei Berlusconi sulle due sponde del Naviglio ma anche quella a Roma dei Sensi.

Insomma, per chiudere il cerchio, se nei primi anni ottanta la sensazione tangibile era che il digiuno di vittorie nella massima competizione europea era sul punto di terminare vista la mole di investimenti profusi nel settore, adesso il presentimento è invece che questa assenza di trionfi possa proseguire ancora per un po’. Visto che, se all’estero si spende e spande (soprattutto in Inghilterra), in Italia nella maggior parte dei club di Serie A il piano di risanamento (e quindi dei sacrifici) è ancora ben lontano da essere completato. Aumentando quindi la possibilità che l’intervallo di mancati trionfi in campo europeo possa continuare andando a segnare un nuovo record negativo.

Il tutto nella speranza che se l’epoca trionfale del mecenatismo lasciò in eredità società che erano nei fatti giganti dai piedi d’argilla incapaci di sostenersi senza i soldi delle industrie dei proprietari, quella attuale attenta alla sostenibilità possa portare presto non solo a club in grado di camminare sulle loro gambe ma anche a società che tra non molto possano ottenere trionfi importantissimi anche al di fuori del campo nazionale.

NOTA A MARGINE: L’emergenza stadi in Italia e le opportunità economiche che scaturiscono da avere impianti moderni sono state denunciate un numero talmente elevato di volte da questa testata che il pericolo è quello di essere ripetitivi. In questa sede però si vuole solo notare che la UEFA ha ufficializzato che la finale di Champions League 2026/27 si giocherà a Madrid, al Riyadh Air Metropolitano. Lo stadio dell’Atletico Madrid prende così il posto di San Siro che sembrava inizialmente destinato a ospitare l’ultimo atto del torneo di quella stagione, salvo poi uscire di scena stante l’impossibilità di garantire l’assenza di lavori di restyling all’impianto al momento del big match.

L’amministratore delegato del club spagnolo, Miguel Angel Gil Marin ha poi aggiunto alcuni numeri che la finale di Champions League porta con sé: «Tutti gli occhi saranno puntati sulla nostra città e sul nostro stadio. Più di 400 milioni di persone vedranno la partita in tutto il mondo, la città riceverà circa 100.000 visitatori in tre giorni, con un impatto economico diretto per la città e la comunità di 60 milioni di euro. È una grande notizia per l’Atlético de Madrid, per la città e la Comunità di Madrid, per la Spagna e per il calcio spagnolo. In questa seconda finale il nostro stadio compirà dieci anni e aver potuto organizzare due eventi di tale portata in questo periodo è per noi un orgoglio. Stiamo costruendo il marchio Madrid e il marchio Spagna e dobbiamo esserne molto orgogliosi».

Visto che il costo della vita della capitale spagnola è simile (se non più basso) di quello di Milano, quello di 60 milioni di euro è un indotto che, tra hotel, ristoranti e altre voci, sarebbe stato facilmente ottenibile anche nel capoluogo ambrosiano. Invece sono milioni che non arriveranno in Italia per migrare verso lidi che sono stati più pronti nel capire quanto stadi all’avanguardia siano adesso più che mai infrastrutture quanto mai necessarie.