Il Decreto Sport, con al suo interno l’emendamento Mulè, ha cominciato il suo iter verso la conversione in legge che deve avvenire prima della fine del mese e che ha bisogno perciò prima il via libera della Camera e poi quello del Senato.
Un primo passo, effettuato dal governo, verso quella riforma del calcio italiano che è richiesta da varie componenti federali da diverso tempo ma che non è mai stato affrontato. Ma inizia a serpeggiare nelle menti dei legislatori la possibilità che nonostante questo primo intervento il mondo del pallone italiano continui con le sue regole.
A confessarlo è lo stesso onorevole Giogio Mulè a La Gazzetta dello Sport: «Nonostante ci siano le nuove regole si riesce a trovare sempre la modalità o di aggirarle o di non applicarle. Per cui non vorrei che al vecchio adagio “Fatta la legge, trovato l’inganno” si sostituisse un “Fatta la legge, si va avanti con l’inganno”. Questo non è accettabile, perché c’è un problema di rispetto di relativi ruoli, in primis per il Parlamento. È una norma che va applicata, non è programmatica come ho sentito dire. Non si può disconoscere una legge dello Stato, non è possibile che questa legge abbia una valenza che si può far equiparare a un pensierino o un “vorrei”. La legge è legge e quindi si applica. Il decreto legge già è un atto che ha valore di legge, questo dl modificato sarà legge entro il 30 luglio».
Il riferimento è chiaro e punta dritto verso la FIGC che ha approvato, senza il voto favorevole di Serie A e B, il regolamento elettorale in vista delle elezioni del prossimo 4 novembre. Un regolamento che ricalca quello precedente, non tenendo conto del Dl Sport, motivo per cui i primi due campionati italiani si sono detti contrari. «L’inganno risiede nel non avere mai riconosciuto quel principio di equa rappresentanza che è all’esterno del perimetro della federazione e vale in tutti gli ambiti del vivere civile», ha commentato Mulè.
«Qualche tentativo negli anni scorsi è stato fatto, ma si è sempre rinviato, che è un vizio comune per chi vuole conservare, che poi significa conservazione del potere – continua il deputato di Forza Italia –. Ma poi arriva quel matto di Mulè che fa l’emendamento. Detto che l’emendamento è chiaro nella sua formulazione, nel rispetto degli statuti delle federazioni si parla di adeguata rappresentanza. Mi chiede quanto è? L’equa negli organi direttivi, che deve tenere conto anche del contributo economico, non può essere del 12% a fronte di un versamento di 1,3 miliardi di euro di tasse. Non è pensabile una rappresentanza della A al 40%, ma dal 12% la si dovrà portare almeno al 23-24% che è una quota di minoranza, mentre quella attuale è di irrilevanza».
Mulè ha ricevuto poi anche delle minacce per essere il primo firmatario dell’emendamento: «L’esagerazione in politica ti porta poi a deviare alcune menti fragili. Sono stato trasformato in un bersaglio, identificato come la causa dell’eventuale mancata partecipazione delle squadre italiane alle coppe europee. Ma se ci fosse stato quest’allarme democratico sul calcio, perché FIFA e UEFA non hanno chiesto di essere sentiti dal Parlamento? Mah. Gravina? Mai sentito direttamente».
«Il calcio italiano va malissimo – conclude Mulè –. Non c’è più tempo da perdere, bisogna agire. E far sì che la Nazionale torni a far sorridere i bambini. Qui invece ogni volta è una tragedia».