Pellegrini: «Pensai di ricomprare l’Inter dopo il Triplete, ma non se ne fece nulla»

L’ex patron nerazzurro: «Inzaghi mi è sempre piaciuto, così come Zhang che è veramente innamorato del club».

Morto Ernesto Pellegrini
Ernesto Pellegrini a San Siro (Insidefoto.com)

A poche ore dal derby di Milano che potrebbe consegnare matematicamente il 20esimo scudetto all’Inter, l’attesa cresce ogni momento sempre di più in casa nerazzurra. Non fa eccezione nemmeno uno degli ultimi presidenti della storia interista come Ernesto Pellegrini.

«Sono due mesi che manco dal mio posto in tribuna, per guai di salute vari – ha confessato l’ex patron dell’Inter a La Repubblica –. Mi manca da matti. Conto di tornarci per Inter-Lazio. Alla mia età il corpo va gestito, come fanno i calciatori dopo gli infortuni». Sotto la sua presidenza, dal 1984 al 1995, arrivarono uno scudetto, due Coppe UEFA e una Supercoppa italiana.

E anche se il traguardo è a un passo, la scaramanzia obbliga alla prudenza, soprattutto con un derby alle porte. Seguendo così una massima di Giovanni Trapattoni, uno dei tecnici più importanti della storia interista, e che Pellegrini ricorda e cita: «Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Ha ragione Trapattoni, sempre meglio stare abbottonati. Sarà un derby vero. Il Milan ce la metterà tutta per farci sudare la seconda stella. Arrivarci prima di loro è un sogno, e non esistono sogni facili da realizzare».

Su Inzaghi: «Il Trap è unico, ma Inzaghi sta dimostrando di non essere da meno, in quanto a carattere. È un combattente, anche se educato e gentile. E sa motivare i giocatori. Ho sempre creduto in lui, anche nei momenti più difficili. Gliel’ho detto quando sono andato in visita alla Pinetina, qualche mese fa».

Un rapporto con l’Inter e i suoi giocatori che va avanti ancora oggi, anche nei momenti più tristi come la scomparsa recente di Andy Brehme: «Ho organizzato un volo privato, di modo che i miei giocatori andassero a Monaco insieme per ricordarlo. Io stavo poco bene, ma sono andato a Linate a salutarli. All’ultimo piano di casa ho un ristorante dove ricevo gli amici. Klinsmann, Berti, Bergomi, Serena. Un grande calciatore e una persona speciale. Per ringraziarmi del viaggio a Monaco, Aldo mi ha regalato un vaso di cristallo, opera dello scultore che ha realizzato il trofeo alzato da Sinner a Miami».

La possibilità di tornare proprietario dell’Inter fa parte del passato: «C’è stato un momento in cui sembrava potesse succedere, dopo gli anni del Triplete. Ne parlai con Moratti e Tronchetti, ma alla fine non se ne fece nulla. Con Moratti siamo amici. Vorremmo vederci di più, ma ognuno ha i suoi acciacchi. Ci sentiamo. Parliamo di Inter, di vita, di lavoro. Ha deciso di vendere la Saras, e ho capito che per lui è stata la scelta giusta».

Su Zhang: «Mi piace. Educato, rispettoso. Eravamo seduti vicini a San Siro, poi lui ha smesso di venirci. L’importante è che chi lo guida sia innamorato dell’Inter e Zhang lo è. Poco cambia se sia indiano, cinese, bulgaro o italiano. Ecco, fosse milanese sarebbe bello, quello sì. Rimpianti della sua gestione?  Non siamo stati fortunati. Avremmo potuto vincere di più. Ci fu negato uno scudetto. L’anno in cui lo vinse la Sampdoria subimmo arbitraggi da incubo. Fiorentina-Inter e Inter-Samp gridano vendetta ancora oggi. La più grande gioia? La punizione di Matthäus al Napoli che ci regalò il Tricolore».