Zach LaVine e Bojan Bogdanovic (Photo by Michael Reaves/Getty Images,)

Articolo a cura di Luca Filidei

Dopo l’excursus di ieri sera della nostra Serie A in Arabia Saudita, con la finale della Supercoppa italiana vinta dall’Inter anche la NBA compie una “trasferta” fuori dall’ordinario, organizzando una partita di regular season a Parigi. Questa sera, all’Accor Arena della capitale francese, si sfideranno infatti Bulls e Pistons, consentendo ai numerosi fan europei di assistere ad un match dal vivo.

In realtà non è il primo a disputarsi oltre i confini del Nord America quest’anno, con le partite di preseason tra Golden State Warriors e Washington Wizards giocate in Giappone e quelle tra Atlanta Hawks e Milwaukee Bucks organizzate a ottobre ad Abu Dhabi a confermare la tendenza, senza dimenticare il match tra Miami Heat e San Antonio Spurs giocato lo scorso dicembre alla Mexico City Arena di Città del Messico.

Perché la NBA, si sa, ha da tempo sposato la vision di creare un campionato capace di incrementare il proprio engagement attraverso una forte relazione con altri mercati (non solo quello europeo), utilizzando i giocatori, le franchigie, persino lo storytelling (anche del passato, vedi la serie Netflix The Last Dance) come brand ambassador della stessa lega.

Ora si tratta di una politica condivisa da molte associazioni. Le recenti esperienze di Liga e Serie A sono, per certi aspetti, una conferma di ciò; senza annoverare, sempre riferendosi al panorama calcistico, le numerose partite di prestagione giocate in giro per il mondo (basti pensare all’esperimento International Champions Cup), che includono o hanno incluso squadre come il Chelsea, il Valencia, il Benfica, ecc.

Una strategia che però non può essere considerata particolarmente moderna, almeno guardando i diversi tour organizzati dalle top league statunitensi a partire dagli anni Trenta. La National Hockey League (NHL), ad esempio, lanciò nel 1938 l’European Tour, con Detroit Red Wings e Montreal Canadiens impegnati in una serie di partite tra Regno Unito e Francia. Una novità replicata nel ’59 e poi, compiendo un salto temporale, anche in questa stagione, con match disputati a Berna, Berlino, Praga e Tampere.

Stesso discorso per la National Football League (NFL), impegnata in queste settimane nei playoff. Oltre alle prime esperienze in Canada (addirittura dal 1926), nel 1976 si registra il primo exhibition game a Tokyo, per poi avviare una tradizione che ha portato varie franchigie in Messico, Regno Unito, Svezia, Spagna, Irlanda, Cina e Germania, come testimoniato dal match dello scorso novembre tra i Seattle Seahawks e i Tampa Bay Buccaneers di Brady. Tornando alla NBA, e quindi alla partita di stasera, è però interessante sottolineare quanto il concetto di “Global Games” sia stato sapientemente estremizzato, tanto da diventare uno dei perni del successo internazionale di questa lega.

Se già nel 1978 i Washington Bullets (all’epoca i campioni in carica) affrontarono il Maccabi Tel Aviv a Isreaele, la prima partita di preseason giocata fuori dagli States risale al 1984, quando Suns e Nets si sfidarono al Palazzo dello Sport di San Siro. Tuttavia, da quella “prima” italiana (preceduta da un Seattle vs Treviso dell’agosto di quello stesso anno) l’universo NBA si è espanso costantemente, promuovendo la fondazione di nuove franchigie (i Toronto Raptors in Canada) e cogliendo la crescente popolarità di alcune stelle di quella generazione.

Un’opportunità certamente notata e promossa dall’allora commissioner David Stern, capace di perfezionare una lega che, nonostante il grande dualismo Magic-Bird, faticava a rivaleggiare con le più quotate NFL e Major League Baseball (MLB).

Tra gli Ottanta e (soprattutto) i Novanta, la NBA si è in fondo radicata nell’immaginario come il campionato della new generation, basato principalmente su un gioco frizzante, spiccatamente atletico, perfetto per lanciare nuove “pubblicità” come lo Slam Dunk Contest (che Stern rivitalizzò dopo l’idea originaria firmata ABA ma anche Dr. J, certo). Da lì in poi ci fu la dinastia che lanciò il Be Like Mike, i Lakers di Kobe e Shaq e poi, sì, i già citati Global Games che – coincidenza, almeno per quelli di preseason – cominciano proprio nel primo anno del mandato di Stern. Del resto, è lui uno dei protagonisti: l’uomo dietro agli Houston Rockets che nel 1992 volano a Città del Messico per opporsi ai Mavs, oppure dietro alla partita di regular season tra Magic e Nets al Tokyo Dome quattro anni più tardi.

Se ci riflettiamo, lo stesso match di stasera, Bulls vs Pistons, è tuttora collegato a quel periodo. I retroscena, o meglio la rivalità tra queste due franchigie parla da sola. I Bad Boys. Isiah Thomas e il 23. Bill Laimbeer. The Jordan Rules. Ovviamente, nessuno di questi protagonisti sarà presente all’Accor Arena, eppure, come sostenuto in una recente intervista dalla giornalista francese Liliane Trevisan, quel periodo, e la franchigia di Chicago in primis, sono fortemente impressi nella mente delle persone per quello che continuano a rappresentare.

Il successo dei Global Games in fondo è racchiuso qui: nel concretizzare i “sogni” dei fan più lontani, consolidando allo stesso tempo l’engagement di una lega che ha raggiunto risultati straordinari.

Secondo Statista tra i Paesi extra-USA che seguono maggiormente la NBA si annoverano infatti Cina (38%) e Messico (29%), entrambi oggetto di importanti “sessioni” di trasferte e, nel caso del secondo Paese, persino la casa di una squadra di NBA G League: i Capitanes de Ciudad de México.

Una novità che conferma quanto possano rivelarsi importanti questi Global Games, compresa la possibilità di incrementare la presenza di giocatori internazionali nella stessa NBA. Antetokounmpo, Doncic e Jokic sono un esempio, ma vista la partita bisogna senz’altro ricordare il croato Bojan Bogdanovic e Nikola Vucevic, cestista montenegrino che milita nei Bulls, autore tra l’altro di una super prestazione domenica scorsa contro i Warriors (43 punti, 13 rimbalzi e 4 assist). E poi, volendo, qui in Francia c’è anche il futuro della lega. Il suo nome? Un certo Victor Wembanyama.

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