Marchionne documentario Rai
(Foto: Mark Thompson/Getty Images)

Tra Landini, Biden, la politica e Giuseppe Conte, sono tanti i temi toccati nelle memorie che Sergio Marchionne non ha potuto scrivere e che Massimo Gramellini, sul Corriere della Sera, riporta in un articolo pubblicato sul quotidiano.

Un “Marchionne che ci siamo persi”, che parte da una battuta su Landini («Mi volete spiegare perché Landini ha un consenso pazzesco, mentre io sto sulle palle a tutti?») per raccontare quello che aveva in mente di diventare dopo aver lasciato tutti gli incarichi tranne la Ferrari: si sarebbe rifugiato in una casa tra le montagne svizzere e lì avrebbe dettato le sue memorie a un giornalista, raccontanto la sua infanzia e adolescenza, poi le lauree.

Nella seconda parte del libro, prosegue Gramellini, avrebbe ripercorso la sua chiamata in Fiat nel 2004. E, in particolare, il bluff da pokerista con cui aveva messo sotto scacco il manager della General Motors, Richard Wagoner, arrivato a Torino per esercitare il diritto di acquisto delle azioni Fiat: «Gli dissi che avevo controllato il bilancio e che faceva schifo. Lui rispose: “So bene che il vostro bilancio fa schifo.” E io: “Non hai capito, io sto parlando del vostro… Siete nella merda, Dick. Anziché comprarmi, ti conviene pagarmi perché io mi riprenda indietro tutto». Era un bluff da pokerista, vero? «Diciamo che Dick aveva sottovalutato il mio Dna italiano…».

Nel libro sarebbe passato, poi, a raccontare la sua luna di miele con i sindacati («ma anche adesso che Landini mi odia, io continuo a pensare che le tute blu paghino per gli errori dei colletti bianchi»), seguita poi dalla crisi finanziaria del 2008, con l’uscita dalla Confindustria, la fine della concertazione e la conseguente perdita di immagine presso le classi popolari, da cui ambiva a essere amato. «Ma ho in mente un capitolo finale che sorprenderà tutti. Già immagino il titolo che ne faranno i giornali: Marchionne è diventato comunista…».

Marchionne che però non era comunista e tantomeno populista tanto che, racconta Gramellini, l’ultimo WhatsApp che il manager gli mandò poco prima di morire conteneva un appezzamento non particolarmente lusinghiero sulla carriera universitaria dell’avvocato d’affari e neopresidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

L’ultimo capitolo sarebbe stato dedicato, invece, al capitalismo finanziario, verso cui nutriva un atteggiamento ambiguo di fascinazione e di fastidio. «Qualche tempo fa sono stato invitato a un convegno in America. C’erano tutti gli uomini più influenti della Terra, quelli che siedono nei consigli di amministrazione che contano. Mentre parlavo dal palco, guardavo le loro facce in prima fila. Facce tronfie, piene di… com’ è già che si dice “greed” in italiano?». Avidità, credo. «Ecco, sì, facce avide, di gente che ha completamente perso il senso della realtà e che per sgraffignare un punto in più di dividendi sarebbe disposta a far morire di fame l’umanità intera. Pensano di essere soli al mondo, questi imbecilli… Non capiscono che uno sceicco che mi compra una Ferrari si troverà sempre, ma se mandiamo in miseria il ceto medio, chi comprerà ancora le Panda?».

Un libro che avrebbe messo le basi per uno sbarco in politica? Tutt’altro. «Quando andai a trovare quel gran signore di Monti a Palazzo Chigi, mi disse che stava tenendo in caldo la poltrona per me… Scherzava, spero. La politica in Italia è troppo complicata e al tempo spesso troppo poco seria. Ricordo la volta in cui Berlusconi, allora premier, convocò noi imprenditori e cominciò l’incontro con un paio di barzellette. Ho resistito alla prima, sulla moglie di un vecchio che non mi ricordo più che cosa facesse. Ma alla seconda sul bunga-bunga mi sono alzato di scatto e sono andato alla porta: “Chiedo scusa, ma i programmi comici li guardo in tv la sera. Adesso è ancora giorno e avrei da lavorare…”. Erano i tempi in cui giravo con l’altro mio passaporto, quello canadese, perché mi vergognavo di essere italiano…».

«C’è un solo caso in cui potrei fare eccezione, ma non è in Italia. Riguarda uno dei miei più cari amici, Joe Biden. Non so se prima o poi si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti, anche se suo figlio, in punto di morte, gli ha fatto promettere che lo farà… Una volta mi ha chiesto se sarei stato disposto a fargli da ministro o da consulente per le attività industriali. Ecco, a Joe non sarei proprio capace di dire di no. A una condizione, naturalmente, quella che ho preteso dagli altri e da me stesso ovunque sono stato: poter migliorare il posto in cui vivo. Altrimenti, non servirei a niente».

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