Football Affairs, l'opinione di Luciano Mondellini

Il Chelsea, appena venduto per 2,9 miliardi di euro al magnate statunitense Todd Boehly, ha battuto il record mondiale per il club calcistico che è costato di più al mondo. Il Milan, appena passato di mano con una valutazione di 1,2 miliardi, ha fatto lo stesso per quanto riguarda il campionato italiano.

Ma forse quello che più conta è che in settimana è stata finalizzata l’acquisizione più costosa di tutto lo sport mondiale: i Denver Broncos, franchigia della NFL di football americano hanno rotto tutti i record raggiungendo la valutazione di 4,65 miliardi di dollari (circa 4,3 miliardi di euro) pagati dal gruppo Walton-Penner guidato da Rob Walton, erede della famiglia che controlla il gigante dei supermercati USA Walmart. Una valutazione superiore di quasi 1 miliardo di dollari rispetto alla valutazione teorica che ne faceva Forbes non più tardi di un anno fa, pari a 3,7 miliardi. Quasi a dire che le valutazioni della rivista americana sono arrotondate per difetto e non per eccesso.

Infine anche la NBA, al lega del basket a stelle strisce, sta per piazzare un colpo importante in questo senso. Il fondatore della Nike Phil Knight sta per acquistare i Portland Trail Blazers, la squadra di pallacanestro della città del gigante dello sportswear, per 2 miliardi di dollari.

D’altronde basta vedere lo storico delle operazioni di vendita nello sport mondiale per accorgersi che ai primi cinque posti delle transazioni più costose ci sono tutte operazioni degli ultimi cinque anni:

  • Denver Broncos (NFL): 4,33 miliardi di euro;
  • Brooklyn Nets (NBA): 3,08 miliardi di euro;
  • Chelsea (Premier League): 2,92 miliardi di euro;
  • New York Mets (MLB): 2,24 miliardi di euro;
  • Carolina Panthers (NFL): 2,12 miliardi di euro;
  • Houston Rockets (NBA): 2,05 miliardi di euro.

Insomma una tendenza monotona che almeno a livello mondiale lascia pochi dubbi sull’incremento del valore del società sportive.

L’aspetto interessante però è che tutto questo capita mentre da inizio anno l’indice S&P 500, considerato l’indice che misura l’economia statunitense, ha perso il 18% tra le tensioni geopolitiche e la crisi dei prezzi energetici.

È lecito in questo quadro interrogarsi se lo sport mondiale stia diventando un bene rifugio (ovvero all’anglosassone safe haven, porto sicuro), ovvero quei beni nei quali si investe durante i momenti bui dell’economia?

Anche alla luce di quanto emerso in settimana sulla stampa USA: ovvero che nel 1998 alla leggenda dei Denver Broncos John Elway (ex quarterback e poi dirigente del team) venne offerta l’opportunità di acquistare il 20% dei Broncos per 36 milioni di dollari, ma rifiutò la proposta. Ora il team è stato valutato 4,65 miliardi e quel 20% varrebbe adesso 930 milioni. Un rendimento del 2480% in 20 anni.

Oppure se invece si tratta di una bolla speculativa destinata a fare pentire chi vi ha investito.

In settimana un articolo di Forbes ha spiegato che almeno negli Stati Uniti l’interesse per gli asset sportivi è più caldo che mai, in parte perché questi beni non sono legati alla performance di un’azione o dell’economia. In pratica la logica sottostante è questa: siccome lo sport è legato alla passione della gente questo non subirà una flessione in tempi di crisi perché ci sono abbastanza fan che non rinunceranno a vedere la propria squadra.

Non a caso i fondi di private equity hanno investito circa 2 miliardi dollari in asset sportivi solo nel 2021 e quest’anno la cifra è destinata ad aumentare. Secondo un banchiere di investimento citato dalla prestigiosa rivista statunitense: «Non importa che una società guadagni o perda soldi. I miei clienti hanno soldi e pensano che possedere un asset sportivo sia un investimento più sicuro che ogni altro investimento al momento».

Pier Filippo Capello, Special counsel presso Withers ed esperto di diritto sportivo, ha spiegato a Calcio e Finanza: «Gli asset sportivi sono limitati come numero, rispetto alle migliaia di strumenti finanziari, quindi è più semplice avere informazioni e farsi un’idea di come stia andando il mercato. Inoltre anche un investitore che li guarda semplicemente da fuori ha accesso a informazioni relative alle dinamiche finanziarie e industriali molto più approfondite e dettagliate rispetto a un investimento di analogo valore in altri campi. Per esempio si pensi a un fondo che investa in una azienda di sviluppo biomedicale o hi-tech: è difficile per un investitore del fondo avere un’idea precisa e aggiornata di come vadano le cose realmente, e anche se studiasse in dettaglio i risultati trimestrali avrebbe un’idea molto vaga, e informazioni generate e filtrate solo dall’azienda. Molto diverso è se ha investito in uno sport team che è sempre e quotidianamente agli onori della stampa».

E in effetti le statistiche segnalano che anche in momenti di recessione il valore degli sport teams sia aumentato, in controtendenza rispetto a molti altri asset. Nel 2009 per esempio negli anni post crisi 2008 la famiglia Ricketts pagò la somma record di 700 milioni di dollari per acquistare i Chicago Cubs di baseball. Ora i Cubs secondo Forbes valgono 3,8 miliardi, ovvero un rendimento di quasi il 450% in 13 anni.

Infine non da ultimo va anche detto che il numero di paperoni è aumentato significativamente negli scorsi cinque anni: nel 2017 nella classifica di Forbes ne figuravano 2.043 con un patrimonio medio di 3,75 miliardi, nell’aprile 2022 il numero è salito a 2.668 con un patrimonio medio di 4,76 miliardi. Questo evidentemente crea liquidità tra i grandi paperoni e possibilità di investire. E se la borsa dà poco soddisfazione allora meglio virare sullo sport.

LA SITUAZIONE IN ITALIA? TRA RISCHIO PAESE E INVESTIMENTI 

Ma se questa è la situazione negli Stati Uniti, il quadro è simile anche in Italia? Non proprio. Innanzitutto lo sport europeo prevede il meccanismo di retrocessioni e promozioni e questo può inficiare molto sul rendimento di un investimento. Si pensi a Parma e Genoa le cui nuove proprietà statunitensi hanno dovuto fare i conto con retrocessioni immediate. È evidente che non solo si perde un anno sulla tabella di marcia ma non c’è neppure la certezza che dopo una retrocessione si risalga subito nella massima serie, dilatando ancora di più i tempi per arrivare a una redditività dell’investimento.

Inoltre è inutile nascondere che c’è un rischio Paese chiamato Italia negli investimenti sportivi. In qualunque altra nazione europea si possono costruite stadi in tempi abbastanza ragionevole. In Italia no e il rischio di impantanarsi nella burocrazia è notevole. Basta chiedere a Pallotta per esempio.

Nonostante questo però le proprietà nordamericane, forse spinte dal clima favorevole esistente in patria per questo tipo di operazioni, hanno investito in maniera massiccia nel nostro calcio. Calcio e Finanza ha infatti calcolato che gli attuali azionisti provenienti dal Nord America hanno speso oltre 2,4 miliardi di euro nei club italiani negli ultimi anni, tra costo di acquisto delle società e risorse versate nelle casse delle squadre.

Ma il punto è: questi investimenti possono ragionevolmente essere redditizi nel medio termine? Questa testata in settimana ha sentito su questo tema i principali banker operanti nel settore. Ovviamente non hanno voluto essere citati anche perché alcuni di loro stanno lavorando a delle operazioni finanziarie legate al mondo del calcio e quindi per motivi di opportunità hanno preferito non palesarsi. Ma quello che è emerso è un certo scetticismo sulla possibilità di fare soldi. In particolare un banchiere che va per la maggiore ha spiegato: «Io continuo a non capire come i fondi possano fare ritorni con il calcio. Se uno analizza razionalmente i bilanci è davvero difficile. A meno che come Elliott nel caso del Milan trovi un acquirente disposto a pagare un prezzo notevole. Ad oggi l’unico che ha comprato e venduto facendo un po’ di soldi è stato Erick Thohir quando ha venduto l’Inter a Suning».

Uno scenario inquietante se si pensa che in settimana Vincent Mortier, Chief Investment Officer di Amundi Asset Management (uno dei fondi più grandi al mondo), ha spiegato che l’industria del private equity si è trasformata in uno schema piramidale che creerà delle vittime in circa tre-cinque anni. Secondo il manager infatti molte operazioni sono state fatte a valutazioni esorbitanti e che le società di private equity erano su entrambi i lati delle transazioni. «In alcune parti il mercato del private equity potrebbe essere come uno schema Ponzi», ha detto Mortier. «Quello che si vede è che la stragrande maggioranza delle transazioni attualmente viene effettuata tra società di private equity. Una società di private equity venderà ad un’altra che sarà felice di pagare un prezzo elevato, poiché ha attirato molti investitori. l private equity negli ultimi anni ha conosciuto un periodo di grande splendore, perché la liquidità è abbondata grazie alla possibilità di prendere a prestito a tassi molto bassi. Inoltre molti investitori delusi dai rendimenti sia dai mercati azionari e da quelli obbligazionario che ha offerto rendimenti reali esigui».

Il suo era un ragionamento generale, ma se le sue previsioni si avvereranno anche nel calcio ci sarà chi si farà molto male.

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