“È importantissimo aver raggiunto un accordo su quella che è la valorizzazione del nostro calcio, un’intesa che vale 1,7 miliardi ma che ora va conclusa. Abbiamo accettato la proposta economico-finanziarie, ma non abbiamo ancora chiuso, non c’è ancora impegno vincolante di alcun tipo. Siamo ancora nel percorso ma quando si scalano le scale bisogna arrivare in cima”. Forse non è un caso se Paolo Dal Pino, che è presidente della Lega Serie A dallo scorso gennaio ma che ha già ben capito con chi ha a che fare tra i patron dei club, abbia un po’ tirato il freno a mano, dopo la notizia di ieri del via libera dall’assemblea all’offerta della cordata CVC-Advent-Fsi.

Un passo avanti importante, come importante era stato il voto per creare la media company (all’unanimità) e l’ok a proseguire le trattative con la cordata CVC-Advent-Fsi (15 a favore e 5 astenuti). Ma per arrivare fino in fondo, oltre agli aspetti tecnici e legali di un contratto da migliaia di pagine (in cui si dovrà parlare anche di business plan) su cui la commissione dei 5 dirigenti (Agnelli della Juventus, Fienga per la Roma, Fenucci per il Bologna, De Laurentiis del Napoli e Campoccia per l’ Udinese, oltre all’ad di Lega De Siervo) proseguirà gli incontri nelle prossime settimane, sono in particolare due le forche caudine da cui il progetto dovrà passare: la distribuzione di quanto i fondi verseranno per il 10% della media company e la governance della stessa.

L’obiettivo è di concludere tutto entro fine 2020, al massimo entro i primi giorni del 2021, anche per poter poi dedicarsi al tema dei diritti tv del triennio 2021/24.  Difficile, se non impossibile, che l’affare possa andare in porto prima di aver risolto soprattutto questi due aspetti, che riguardano l’aspetto interno della Lega più che la trattativa con i fondi.

Partiamo dalla distribuzione di quanto verserà la cordata, ovverosia 1,7 miliardi. Finora, infatti, l’aspetto è rimasto sullo sfondo con diverse ipotesi di utilizzo (da investimenti per gli stadi a quello per il canale di Lega), ma considerando le difficoltà economiche dei club ora l’ipotesi più ovvia è che la cifra venga in larghissima parte distribuita tra le società. In che modo sarà distribuita? È su questo che si concentreranno gli scontri nelle prossime settimane, con le piccole che vorrebbero la cifra venisse distribuita nell’immediato e la Lega che guarda più a lungo termine.

Uno scontro in cui dovrebbe entrare in gioco anche la Serie B, che negli ultimi mesi ha sempre voluto avvisare la Lega Serie A di voler essere tenuti in considerazione. D’altronde, distribuire soldi solo alle attuali 20 squadre della massima serie porterebbe ad uno squilibrio rispetto a chi sarà promosso dalla B nelle prossime stagioni.

Scontri che non mancheranno anche sul tema della governance della nuova media company. Il toto-nomi per il ruolo di amministratore delegato, che sarà scelto dai fondi (anche se un consiglio dalla Lega, che nominerà invece il presidente, ci sarà probabilmente), è già partito: in lizza anche Richard Scudamore, ex n.1 della Premier League, Tom Mockridge, ex ad di Sky Italia, e Javier Tebas, che però è impegnato alla guida della Liga.

 

Il tema poi però si allarga anche al Consiglio di Amministrazione, che dovrebbe essere composto da 8 consiglieri: di questi, il 50% dovrebbe essere in rappresentanza dei fondi (e nel board dovrrebbe entrare il numero uno di Cvc in Italia, Giampiero Mazza, oltre al manager Nick Clarry), mentre il restante 50% sarebbe espressione della Lega Serie A. Tre nomi, nel caso in cui venisse confermato il CdA in questi numeri, su cui i club torneranno a scontrarsi: oltre al presidente infatti, potrebbero entrare i tre attuali dirigenti nel Consiglio di Lega (Antonello, Scaroni e Luca Percassi) o, più probabilmente, i tre nomi dovranno essere scelti con una nuova votazione. E, visto il peso del nuovo ruolo, il confronto rischia di non essere morbido, anche perché il fronte contrario a tutta l’operazione si è ridotto ma non è del tutto scomparso.