«Milan, potevi svoltare. Poco senso puntare su Ibra»

Ralf Rangick torna a parlare della trattativa con il Milan, in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, in cui parte dai primi contatti con la società rossonera.

«Primi contatti? a…

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Ralf Rangick torna a parlare della trattativa con il Milan, in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, in cui parte dai primi contatti con la società rossonera.

«Primi contatti? a Fine ottobre, quando la squadra era in una situazione complicata: a tre punti dalla zona retrocessione», le parole del dirigente tedesco.

«Giusto confermare Pioli? La squadra è stata la migliore post Coronavirus. Cambiare non sarebbe stato saggio né rispettoso. Pioli ha meritato la conferma, anche per la persona che è: l’ho apprezzato nelle interviste, sempre concentrato sugli obiettivi. Se poi è la scelta giusta nel medio e lungo termine è un’altra questione».

«Perché il Milan si era rivolto a me? Cosa mi volevano far fare? Se lo ha fatto è perché, magari, cercava una svolta. Lavoro alla crescita, e i giovani imparano molto più in fretta. Non è nel mio stile insistere su giocatori di 38 anni, non perché non siano abbastanza bravi, e Ibra certamente lo è, ma perché preferisco creare valore, sviluppare il talento. Per me ha poco senso puntare su Ibra o Kjaer, ma è la mia idea, né giusta né sbagliata, semplicemente diversa. Quando Ibra ha detto di non conoscermi non aveva torto, perché anch’io non lo conosco personalmente, non avendoci mai parlato».

«Se si vuole avere successo, una società deve sapere quali sono i suoi valori. Alla Red Bull l’idea di gioco è sempre stata un calcio ad alta velocità con pressing e contro pressing, in America ora lo chiamano “Ralfball”. Ogni giovane giocatore è stato formato così», aggiunge Rangick.

Un modello sviluppato in tutta la galassia Red Bull nel calcio. «A giugno 2012 Mateschitz mi chiamò per allenare il Salisburgo. Ha insistito tanto da arrivare in elicottero a casa mia, Backnang. Mi chiese come poter avere nel calcio lo stesso successo che aveva con Vettel in Formula 1. La mia risposta fu di puntare sui ragazzi al primo o secondo contratto da professionista, non all’ultimo. Poi suggerii che tutte le squadre del gruppo avessero lo stesso stile di gioco e scouting comune. Mi convinse a fare il d.s. delle sue squadre. Abbiamo preso il Lipsia in quarta serie, siamo arrivati dove sappiamo con giocatori che sono o erano con noi da anni: Klostermann, Demme, Poulsen, Halstenberg, Gulacsi, Sabitzer, Forsberg, Werner, Upamecano. Al Lipsia non abbiamo avuto mai una crisi: nei prossimi cento anni sarà difficile ripetere quanto fatto. Oggi il club vale 800 milioni. A Mateschitz ho sempre detto: “Spendo i tuoi soldi come fossero miei”. Su investimenti sicuri, come Haaland, che vidi tre anni fa per la prima volta al Molde. Tra Hoffenheim, Lipsia e Salisburgo la crescita di valore dei giocatori da noi acquisiti è passata da 120 a 1.200 milioni, 10 volte di più».