Il presidente della Figc Gabriele Gravina (Foto Andrea Staccioli / Insidefoto)

«Ho massimo rispetto per la scienza e per chi ha la responsabilità di applicarla, ma non posso ammainare bandiera. Lavoriamo sul come, non sul quando. Quando il Paese tornerà a vivere, quando ci saranno le condizioni per altri settori tornerà anche il calcio. Lo dico una volta per tutte: il campionato va portato a termine. C’è tempo». Esordisce così il presidente della Figc Gabriele Gravina, in una lunga intervista al quotidiano Repubblica.

«Chi deciderà? Tutti insieme, responsabilmente. Respingo al mittente le accuse di chi vede nel calcio un mondo governato da interessi lontani dal contesto sociale del Paese. Al contrario, della nostra ripartenza beneficerebbe tutto il sistema. Penso allo sport di base, all’indotto e al valore sociale del nostro movimento».

«Perché escludo lo stop definitivo? Darebbe inizio a una serie di contenziosi. Sul mio tavolo ci sono già le diffide di alcune società. E chi mi chiede di non ripartire non ha poi idea di come risolvere queste criticità. La Fifa ha tracciato la via: non comincerà la nuova stagione senza aver concluso prima questa».

«Deadline? No, non c’è. Andremo di pari passo con gli altri campionati europei. Se ci faranno giocare a inizio giugno, abbiamo le date utili per terminare a fine luglio. A seguire, le coppe. Se invece dovremo ripartire a settembre, chiuderemo questo campionato a novembre. Per ritornare in campo a gennaio».

«Sicuramente si poteva, e si può fare, di più. Non possiamo abbandonarci all’idea di perseguire convenienze di parte e mi dispiace ripetermi ancora una volta: dovremmo evitare di inseguire posizioni animate solo dalla tutela della propria convenienza».

«Senza finire i campionati già iniziati non si può ipotizzare nemmeno di terminare le coppe europee. Su questa linea abbiamo trovato piena condivisione da parte dell’ Uefa. La tutela della salute è prioritaria, ma non si può pensare di bloccare sine die un intero continente».

«Elezioni? Sono concentrato su questioni più urgenti, in primis la sopravvivenza del sistema. E al completamento del processo di riforma interrotto dall’emergenza epidemiologica, per fare sintesi tra i diversi interessi di parte».