E’ possibile ipotizzare lo slittamento della stagione sportiva oltre il 30 giugno 2020, per consentire il completamento di campionati e coppe, nonostante in molti club giochino calciatori il cui contratto scade proprio il 30 giugno 2020? Che cosa succederebbe per i calciatori che sono in prestito fino al 30 giugno 2020? Quale organismo avrebbe il potere di stabilire una proroga temporanea dei contratti oltre il 30 giugno 2020 (Uefa, Figc, Lega, governo, ecc.)?

Alcuni club ci segnalano che, sia nell’ipotesi di un’eventuale sospensione definitiva di campionati e coppe, sia se venisse deciso lo slittamento della stagione sportiva oltre il 30 giugno 2020, molti prestiti con obbligo di riscatto legati a determinati obiettivi sportivi che erano considerati facilmente conseguibili (di fatto tali prestiti erano acquisti a titolo definitivo differiti) potrebbero non trasformarsi a fine stagione in acquisti a titolo definitivo. Quale potrebbe essere la soluzione per evitare questa eventualità?

Calcio e Finanza lo ha chiesto agli avvocati di Osborne Clarke, studio legale internazionale che, grazie anche all’ingresso tra i partner di Pier Filippo Capello e Andrea Bozza, è ormai da qualche anno uno degli studi più attivi nel campo dello sport business (tra le operazioni seguite di recente i passaggi di Lukaku e Moses all’Inter, l’accordo di testimonial di Bobo Vieri per Gillette).

Cosa succede ai contratti se la stagione slitta, l’opinione di Osborne Clarke

1. Il Consiglio Federale ha conferito una delega al Presidente Gravina per allineare le diverse normative federali, qualora non si riuscisse a concludere il campionato entro la fine della stagione in corso, e per valutare il differimento delle scadenze per l’iscrizione ai campionati della stagione sportiva 2020/2021 dal 22 al 30 giugno. 

Tuttavia, questo non risolverebbe la questione dei contratti in scadenza. Come sappiamo, la stagione sportiva è stabilita dalla Federazione in 12 mesi, con decorrenza dal 1 luglio al 30 giugno dell’anno successivo. Per coerenza, la maggior parte dei rapporti e degli adempimenti giuridici relativi a una società di calcio professionistica sono armonizzati a tale periodo: i contratti di lavoro dei calciatori, degli allenatori e dei collaboratori, nonché quelli dei dirigenti sportivi (direttore sportivo, scout, analisti etc.), quando hanno durata annuale, terminano il 30 giugno.

 Anche molti dei rapporti “extrasportivi”, come quelli con gli sponsor, i partner e i fornitori, hanno abitualmente una durata che si sovrappone a quella della stagione sportiva. Infine, anche per adempimenti quali la chiusura del bilancio, molte società sportive fanno riferimento alla data del 30 giugno, invece che a quella del 31 dicembre utilizzata dalla maggior parte delle società che operano in Italia.

 Qualora la FIGC deliberasse la prosecuzione dei campionati attualmente in corso fino ad una data successiva al 30 giugno, questa decisione avrebbe effetto solamente per le materie che cadono sotto la giurisdizione sportiva. Gli altri rapporti, tra i quali quelli di lavoro sportivo professionistico (cfr. L. 91/1981), quelli puramente civilistici come i contratti di sponsorizzazione, così come quelli regolati dalle leggi dello Stato, sarebbero “immuni” dalle decisioni federali, creando così una fatale discrasia tra i due ordinamenti.

 Per quanto attiene ai c.d. “prestiti”, la situazione è altrettanto complessa.

 Nel caso di prestito di un calciatore, l’atleta “sospende” l’efficacia del suo contratto (che resta valido e vincolante) con la società cedente, e ne sottoscrive uno con la nuova società. Inoltre, tra le due società si conclude un accordo che regola gli estremi del “prestito”. Questi accordi non hanno valenza solo dal punto di vista sportivo, ma anche da quello giuslavoristico e civilistico: ancora una volta, la sola Federazione non ha i poteri per poter autonomamente intervenire sul regime dei prestiti.

 E ancora, anche nel caso in cui Federazione e legislatore ordinario trovassero una soluzione comune, questa sarebbe di difficile applicabilità a tutti i rapporti che riguardano calciatori e/o società stranieri.

 La soluzione, anche se di incerta realizzabilità, sarebbe probabilmente quella di una decisione di rango superiore da parte della UEFA o, meglio ancora e più opportunamente, della FIFA, che venga recepita in maniera univoca dalle singole federazioni e, contestualmente, una decisione di analogo tenore presa a livello (quantomeno) europeo.

2. È prassi che alcuni club si accordino per dare il nomen iuris di “prestito” ad un accordo di trasferimento di un calciatore, anche se la volontà delle parti è quella di procedere ad un trasferimento a titolo definitivo: il motivo è che, dal punto di vista bilancistico e per quanto attiene al financial fair play, i costi del trasferimento sono allocati nell’esercizio successivo a quello nel quale il giocatore si sposta da una squadra all’altra.

 Nella situazione odierna, è possibile che alcuni club vogliano “restituire” giocatori che non hanno raggiunto gli obbiettivi che avrebbero comportato l’obbligo di acquisto alla fine della stagione, anche se il mancato raggiungimento di obbiettivi molto banali è dovuto alla sospensione dei campionati e non alle performance dell’atleta.

In tal caso, il club – o l’atleta stesso – interessato al trasferimento a titolo definitivo, potrebbero far valere anche in sede sportiva l’istituto della simulazione di cui all’art. 1414 del nostro codice civile, sostenendo che la volontà delle parti non fosse quella di un prestito, ma di un vero e proprio trasferimento a titolo definitivo (contratto dissimulato) al fine di ottenere dei vantaggi economici e fiscali (causa simulandi).

Il problema, come sempre in questi casi, sarà quello di dimostrare il fondamento delle proprie tesi.

***

[Alla riposte dello studio Osborne Clarke alle domande di Calcio e Finanza hanno contribuito gli avvocati Andrea Bozza, Pierfilippo Capello, Riccardo Roversi, Federico Banti, Federico Ferrara, Angelo Molinaro e Stefano Lava].

Che cosa succede a contratti e prestiti se la stagione slitta, la parola ai legali