Urbano Cairo (Foto Image Sport / Insidefoto)
In una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport, Urbano Cairo, presidente del Torino e di Rcs (che edita lo stesso quotidiano sportivo milanese), ha fatto il punto sulla situazione attuale del calcio italiano, lanciando messaggi al settore, consigli alla gente comune e analizzando la situazione internazionale. Partendo dai temi calcistici condizionati dal coronavirus, iniziando dai calendari.

«Quando si vive un momento come questo non si può parlare di sport, calcio, calendari, staccandolo da ciò che sta passando il Paese. Bisogna essere realisti, capire cosa si potrà fare e a cosa invece si dovrà rinunciare. Dovremo ripartire, certo, e il calcio dovrà essere un motore di questa ripresa ma tenendo presente prima la salute, poi il futuro. Perché una stagione purtroppo è stata rovinata, ma dobbiamo stare attenti a non rovinare anche la prossima» ha spiegato Cairo alla Rosea.

«Il calendario purtroppo non lo decidiamo noi ma l’evolversi della situazione, la propagazione, stabilizzazione, diminuzione del virus. Oggi tutte le ipotesi rischiano di essere fittizie. In ogni caso è giusto provare a stabilire degli scenari ma la voglia di concludere la stagione non può in ogni caso spingerci troppo oltre con le date».

«Ritengo che il 30 giugno sia un limite invalicabile oltre il quale giocare sarebbe sbagliato. Stiamo vivendo sulla nostra pelle e senza colpa la rovina di questa stagione, ma non rischiamo di rovinare anche la prossima, perché quella si, sarebbe una responsabilità nostra. Abbiamo spostato gli Europei, ci sarà una stagione congestionata dai calendari, dobbiamo stare attenti. Dovrà essere una stagione di ripartenza sotto tanti punti di vista e non dobbiamo rischiare di rovinarla».

«Luglio? Mi sembra una ipotesi che rischia di complicare le cose. Stiamo parlando di riprendere a giocare senza conoscere pienamente i rischi a cui potrebbero essere sottoposti tutti i componenti che girano intorno a una squadra. E giocando sempre a porte chiuse».

«Allenamenti? Siamo chiari: finché non ci si può allenare tutti, non ci si allena. Inutile fare previsioni e corse in avanti sostituendoci ai virologi. Che senso ha porre delle date adesso con alcune zone del Paese in piena lotta contro il virus? Una cosa deve essere certa: ci si ricomincia ad allenare tutti insieme. Non sono ammessi interessi di bottega».

«Tagli agli stipendi? Sono d’accordo. Prima ancora di prendere la calcolatrice ai giocatori va chiesta un’ analisi intelligente e lungimirante della situazione. Se il sistema va in crisi ne pagano le conseguenze anche loro. Fanno parte del mondo del calcio è richiesto anche a loro un contributo per superare questo momento difficile. D’ altra parte non si stanno allenando, non stanno giocando, in molti casi hanno lasciato l’ Italia per tornare a casa loro, dalle proprie famiglie, è normale rinunciare a qualcosa».

«Aiuti al calcio? Girerei il concetto. Il calcio deve aiutare il Paese a ripartire da un punto di vista anche sociale, emotivo. Dobbiamo dare il nostro contributo, è giusto essere messi nelle condizioni di poterlo dare. Il ritorno alla normalità è importante, il calcio sarà un motore. Ma quel motore va acceso e serve l’aiuto di tutti».

«Diritti tv? Ci sono dei contratti. Non conosco ogni comma e ogni articolo. Vanno esaminati. Ragioneremo con i broadcaster per trovare la soluzione più logica. Con l’obiettivo comune di salvaguardare il sistema».