Boateng razzismo calcio
Kevin Prince Boateng, attaccante della Fiorentina (Foto Andrea Staccioli / Insidefoto)

Sono ormai passati diversi anni da quell’amichevole con la Pro Patria disputata al tempo della sua permanenza al Milan in cui era arrivato a uscire dal campo di gioco stanco di ascoltare cori razzisti. Un atteggiamento per lui inaccettabile, soprattutto in una partita che doveva essere un’occasione di divertimento per tutti, ma Kevin Prince Boateng, oggi attaccante della Fiorentina, ritiene che niente sia cambiato, ma anzi che ci sia ancora tanto da fare per combattere il fenomeno.

“Non è cambiato nulla, la situazione è peggiorata -spiega il calciatore tedesco naturalizzato ghanese in una intervista al ‘Corriere della Sera’-. All’epoca giocavamo un’amichevole, ora un comportamento del genere si dovrebbe ripetere se necessario in una gara di campionato. Rispetto ad allora girano ancora più soldi e sempre più bambini ci osservano. Occorrono misure più drastiche”.

Il caso torna all’ordine del giorno ora che la viola si appresta ad affrontare in trasferta il Verona, campo sove recentemente è stato oggetto di episodi simili Mario Balotelli.

Solo con sanzioni davvero efficaci forse si potrà ottenere qualcosa. Anche su questo il ghanese ha le idee chiare: “La squalifica del campo. Le società devono pagare per il comportamento dei loro tifosi. Oppure, se necessario assegnare la sconfitta a tavolino. E poi negli stadi si dovrebbero installare più telecamere per individuare chi compie certi gesti. In ogni caso noi giocatori dovremmo garantire maggiore tranquillità all’arbitro affinché anche davanti alla pressione del pubblico in certi frangenti abbia la forza di dire ‘non si gioca più'”.

Poco tempo dopo quell’amichevole Boateng era stato invitato anche all’Onu, ma quanto fatto allora non può bastare. “Un giorno importante per la mia vita -ricorda il calciatore 32enne-. Ma dopo di allora concretamente cosa è stato fatto per combattere il fenomeno? Una task force, riassunta in una serie di riunioni e idee. Non basta la campagna ‘No to racism’ in Champions”.

Ora è lui stesso a decidere di muoversi in prima persona con un’azione che si spera possa essere risolutiva. “Nel 2020 ci penso io. Sto organizzando una task force mia con eventi, coinvolgendo altri calciatori. Sono stufo, la gente non capisce come si sentono Balotelli, Boateng o Koulibaly quando tornano a casa. Noi siamo soli. Divento pazzo quando sento commenti del tipo ‘tanto guadagni 5 milioni’, addosso restano cicatrici che non si possono cancellare”.

Da straniero che conosce bene l’Italia, Paese in cui ha creato una famiglia con Melissa Satta, sa giudicare appieno la situazione del nostro Paese. “Nel quotidiano il fenomeno è nascosto. È più semplice farsi scudo dietro venti persone allo stadio o scrivermi sui social ‘negro di m…’ perché ho sbagliato un gol. Troppo facile offendere dietro un cellulare. Spesso poi le offese sono frutto solo di ignoranza, per questo auspico che vengano introdotte a scuola più ore di educazione civica per combattere ogni forma di discriminazione” – ha concluso.

 

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