Serie C eSports
Joystick della Playstation 4 (Photo by Tomohiro Ohsumi/Getty Images)

eSports nuove professioni – Non è più solo un fenomeno. Il mercato dell’esports è diventato una realtà sportiva consolidata che genera numeri al pari degli sport tradizionali. Un dato su tutti dà il senso di quanto velocemente si stia sviluppando questo settore: secondo i calcoli del Global Esports Market Report 2019, entro fine anno il giro d’affari supererà per la prima volta 1 miliardo di dollari.

Gli esports sono diventati un mercato appetibile per gli investimenti per un fattore che non si trova in altri settori: i fan sono per la stragrande maggioranza giovani di quella generazione Z (ragazzi tra i 14 e 24 anni) che le aziende cercano di intercettare con i loro prodotti perché tendenzialmente non guardano la tv.

La nascita di nuove professioni

Gli Stati Uniti generano il 36% dei ricavi, ma l’Europa è subito dietro con il 32%. All’Asia l’altra grande fetta del mercato con il 27%. Per quanto riguarda l’Italia, il pubblico interessato agli esports è in costante crescita. Secondo una ricerca dell’Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani 1,2 milioni di persone sono interessati a questo settore, per lo più tra i 16 e i 30 anni. Tutto questo fermento ha aperto la strada a nuove professioni, che prima non esistevano, anche in Italia.

Il CEO di una squadra

I videogiocatori competono nei vari tornei internazionali presentandosi come vere squadre. In palio ci sono montepremi, spesso da centinaia di migliaia di euro. Per competere ai massimi livelli occorre un’organizzazione strutturata. Uno dei principali team in Italia è Exeed, che di recente ha chiuso un contratto di sponsorizzazione con Adidas. «Ai players forniamo tutto ciò di cui hanno bisogno per competere. Un luogo in cui allenarsi, l’attrezzatura, un mental coach e un vero allenatore con il quale affinare le loro tecniche – racconta Federico Brambilla CEO di Exeed».

Il suo lavoro è pari a quello di un amministratore delegato di un club. Deve gestire le richieste dei giocatori, organizzare le trasferte ai tornei, e sviluppare gli aspetti commerciali: «È un lavoro totalizzante, sarebbe stato impensabile fino a qualche anno fa, ma ora gli esports sono una realtà professionale e quindi questi giocatori necessitano di veri professionisti che si occupino di loro».

L’allenatore di videogiochi

I players professionisti si allenano anche sei ore al giorno. E per questo hanno bisogno di un vero allenatore con il quale pianificare strategie e affinare la tecnica. Uno di questi è Joshua Fiscal di Exeed, allenatore di rugby che negli ultimi anni si è specializzato nell’esports e in particolare su Fortnite: «Cerco di far migliorare i players dal punto di vista tecnico e tattico – rivela Fiscal -. E’ una capacità meccanica, di reazione mentale. Devono fare le cose al meglio e nel modo più veloce possibile. Si tratta di ripetizione di esercizi che alla lunga ti migliorano in termini di velocità e mira».

I palyers sono degli atleti a tutti gli effetti, anche se con qualche differenza rispetto a quelli tradizionali: «Nello sport si arriva al professionismo con tanto sacrificio e il risultato non è la cosa più importante. Nell’esports invece ci si trova in un contesto in cui vincere è l’unica cosa che conta e questo produce parecchio stress. Per questo è fondamentale affiancare ai giocatori anche figure che assistono il loro aspetto mentale».

L’e-avvocato

Proprio perché il giro d’affari sta raggiungendo cifre importanti, anche le controversie devono essere gestite da un nuovo tipo di professionisti legali. Si sta sviluppando il settore degli avvocati specializzati in esports, come Giulio Coraggio capo del gruppo globale di gaming dello studio legale DLA Piper: «Ci occupiamo di gestione dei diritti legati agli eventi, ai contratti funzionali all’organizzazione e agli aspetti regolatori in termini di conformità alla normativa, tra gli altri, in materia pubblicitaria, di tutela dei consumatori e sui concorsi a premi. L’attività giudiziale capita e spesso sono controversie tra i giocatori e gli organizzatori degli eventi».

Il problema principale del mercato italiano è il vuoto normativo che non disciplina questo settore: «Non esiste un quadro normativo dedicato alla disciplina dei tornei di eSports – conclude Coraggio -. Non sono concorsi a premi e non sono riconosciuti come uno sport al momento. Riteniamo che sia possibile la loro organizzazione con determinati accorgimenti, ma l’attuale quadro normativo non aiuta gli investimenti nel settore».

Il cronista degli eSports

Gli eventi esports mobilitano tantissimi ragazzi. Spesso vengono costruite arene che non hanno nulla da invidiare agli stadi. È un mondo nuovo e anche i modi di raccontare questa realtà sono differenti rispetto agli sport tradizionali: «La differenza principale che noto tra gli esports e sport come ad esempio il calcio è la tifoseria – commenta Francesco “Deugemo” Lombardo, esport reporter -. Le persone vanno a vedere gli eventi esports quasi unicamente per lo spettacolo generale offerto. Mi ricordano molto gli sport americani come il Super Bowl o la NBA dove lo spettacolo ha un ruolo molto importante a prescindere dalla gara».

La vera sfida è parlare di questi eventi come delle vere competizioni sportive e non di videogiochi: «In Italia i videogiochi non sono ancora stati sdoganati, figuriamoci se vengono paragonati agli sport tradizionali – continua Lombardo -. Io però racconto gli esports come se fossero uno sport normale, senza esaltarli e senza demonizzarli. Le grandi testate dovrebbero avere più coraggio nel raccontare il mondo esports con maggiore frequenza. Al momento lo fanno quasi esclusivamente le testate di sport».

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