Urbano Cairo (Foto Image Sport / Insidefoto)

«Tutte le previsioni peggiori sono state confermate. Le prospettive sono pericolose, dobbiamo combattere con tutte le nostre forze perché questo progetto non venga realizzato». Urbano Cairo non usa giri di parole per combattere la riforma della Champions proposta da Uefa ed Eca. E, nel suo ruolo di leader italiano della protesta, chiude a mediazioni: «In questi casi la diplomazia non serve a nulla, anzi è dannosa», le parole del patron del Torino alla Gazzetta dello Sport, che ieri si è presentato per una fugace apparizione all’assemblea della Lega Serie A.

«Avevo un altro impegno, ma sapevo perfettamente cosa avrebbe detto De Siervo – prosegue Cairo -, e lui sa che non lo condivido: il suo approccio alla Chamberlain (il primo ministro inglese all’inizio della seconda guerra mondiale, ndr) non ci porterà da nessuna parte. Non è tempo delle diplomazie. Siamo in battaglia, c’ è in ballo il futuro del nostro campionato, ma direi di tutto il calcio, ora ci vuole la fermezza dei Churchill». Che per Cairo potrebbe essere Javier Tebas, numero uno della Liga «dotato di una visione europea, che non a caso ho tentato di portare in Italia».

La riforma spinta da Uefa ed Eca è «sbagliata, iniqua, inaccettabile – aggiunge Cairo -. Per tutti: per i mille club completamente ignorati, per tanti calciatori che avrebbero meno possibilità di misurarsi a grandi livelli se giocano sempre le stesse, i tifosi che vedrebbero mortificate le proprie ambizioni. E i campionati nazionali sarebbero privati di significato, provocando un danno sportivo, economico, sociale e culturale».

«Un piano studiato per pochi ricchi che in questo modo diventerebbero ancor più ricchi, con la maggior parte dei partecipanti decisa a tavolino, senza tenere conto dei meriti acquisiti sul campo. Chi propone questa riforma vive su un altro pianeta. Ma come? Sosteniamo da tempo che le risorse andrebbero distribuite più equamente, come ci insegna la Premier League che non a caso è diventata un modello di successo, e dovremmo accettare un sistema ancor più squilibrato? Io fossi nella Premier, farei la Brexit del calcio».

«I top club hanno la maggioranza dappertutto: nel board dell’ Eca, dove sono 9 su 15, e nel Comitato Uefa, dove 13 voti su 18 sono espressione dell’ Eca, e sette di questi dei top club. Considerato che solitamente l’ Esecutivo si limita a ratificare quanto proposto dal Comitato – conclude Cairo -, è facile concludere che così c’ è un problema di democrazia. Come ha detto Tebas, è innanzitutto la governance del calcio che va cambiata».

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