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Giannis Antetokounmpo dei Milwaukee Bucks, Nba (foto ufficio stampa Nba)

Dopo le 82 partite di regular season, la NBA sta entrando nel vivo della stagione, con le otto squadre rimaste in lotta per proseguire la propria strada verso le NBA finals. E di fronte ad un LeBron James che cambia conference e non partecipa alla post-season, c’è un altra franchigia che sta mostrando i muscoli dopo un susseguirsi di risultati più che rivedibili. La ventata di speranza è arrivata nel Wisconsin dalla Grecia nel 2013 quando i Milwaukee Bucks presero la decisione di passare all’allora commissioner David Stern il nome di Giannis Antetokounmpo da pronunciare alla quindicesima scelta.

Riallineando gli orologi al giorno d’oggi, la parabola ascendente della carriera dell’ala greca che ha accompagnato i Bucks verso la testa della Eastern Conference è stata possibile solo grazie al sistema che governa la NBA, ovvero il Draft ed il Salary Cap, due elementi fondamentali che differenziano le leghe sportive statunitensi con quelle europee garantendo un livello competitivo estremamente elevato.

 

Al suo primo anno, Antetokounmpo percepiva uno stipendio annuo di circa 1,7 milioni di dollari ai quali si accompagnò una delle più tragiche stagioni sportive dei Bucks degli anni recenti: 15 vittorie e 67 sconfitte. Con il passare delle stagioni però, il salario stagionale del greco è lievitato fino ai 2.9 milioni garantiti dall’ultimo anno imposto dal Rookie scale contract, nel 2016/17. In questi 4 anni, i Bucks, però, hanno collezionato risultati tutt’altro che meritevoli di essere ricordati: due sole partecipazioni ai play-off che si sono concluse subito al primo turno.

La svolta arriva la passata stagione. Nel settembre 2016, i Bucks legano il nome di Giannis alla numero 34 dei propri colori per ulteriori 4 anni a patto di riempirgli le tasche di circa 100 milioni di dollari. Il primo anno di rinnovo non è stato dei migliori: i 22 milioni di dollari percepiti il primo anno di rinnovo hanno fruttato la qualificazione ai play-off, ma, per l’ennesima volta, l’eliminazione è arrivata al primo turno. Le cose però iniziano a farsi interessanti per la squadra del Wisconsin, in quanto Antetokounmpo tenne delle medie estremamente interessanti, come i 26.9 punti a partita, 10.0 rimbalzi, 4.8 assist e 1.4 stoppate.

Al primo giorno della pre-season di quest’anno, però, le cose cambiarono perché a prendere la lavagnetta in mano fu Mike Budenholzer, sostituendo prima Jason Kidd e dopo Joe Prunty, il quale diede una nuova dimensione all’ambiente ed esaltò le caratteristiche atletiche e cestitistiche del giocatore oggetto d’analisi. Oltre al primo posto nella Eastern Conference con 60 vittorie e 22 sconfitte, Antetokounmpo ha fatto registrare la sua migliore stagione dalla data del suo approdo in NBA: 27.7 punti di media a partita, 12.5 rimbalzi, 5.9 assist e 1.5 stoppate.

I play-off sono al secondo turno ed i Bucks stanno lottando contro i Boston Celtics per un ticket per la finale di conference. In un’ottica sportiva europea, tale ascesa dal fondo alla vetta della classifica sarebbe alquanto improbabile, tendente all’impossibile. Sono due i sistemi che hanno permesso ai Bucks di poter arrivare a tal punto in così poche stagioni: la Draft Lottery e il Salary Cap.

Il primo è fondamentale perché la distribuzione del talento all’interno del campionato è necessario affinché si sviluppino quelle dinamiche concorrenziali idonee alla formazione di una competizione altamente equilibrata.

Il secondo è necessario perché il talento ha un prezzo, non avrebbe senso scegliere i migliori prospetti al mondo durante la Draft Lottery e poi non avere le risorse economiche adatte per poter sopportare uno stipendio all’altezza delle prestazioni sportive di tali atleti.

Come nel caso di Antetokoumpo: i Bucks lo scelsero alla Draft Lottery come uno dei migliori giovani provenienti dal panorama cestistico europeo; allo scadere del proprio periodo da rookie, però, quando la stella stava per alzarsi alta nel cielo, il gm Jon Horst non avrebbe avuto tutta questa libertà nell’offrirgli quei 100 milioni in 4 anni se non ci fosse il tetto salariale a regime. Considerando poi i risultati sul campo, non ci sarebbe stato nessun margine di manovra neanche per intavolare una discussione di rinnovo.

Questo rende le leghe sportive americane uniche nel loro genere perché con questa gestione sono in grado di mantenere elevato il livello competitivo dei rispettivi campionati, conservando l’integrità economica delle rispettive società ed ottenendo un risultato altamente aleatorio.

 

Tutto il contrario di ciò che avviene in Europa, dove i risultati sportivi sono correlati ai risultati economici: la filosofia del “vincere aiuta a vincere” è più che mai vera in quanto i principi su cui si fondano i campionati sono i medesimi anche nelle competizioni oltre-oceano, quello che risulta sbagliato è la gestione della manodopera.

Come detto in precedenza, per avere successo è necessario avere i migliori atleti, ed i migliori atleti solitamente vestono le divise delle squadre che offrono contratti più onerosi: la differenza tra gli Stati Uniti e l’Europa è che negli Stati Uniti, una squadra che viene eliminata al primo turno di play-off per 4 volte nelle ultime 6 stagioni, può offrire un rinnovo di contratto al proprio miglior giocatore a circa 22 milioni di dollari; mentre, in Europa, di fronte alla stessa situazione, se un giocatore esplodesse in una squadra di media-bassa classifica, quest’ultima si troverà quasi costretta a vendere il proprio miglior giocatore appena esploso per ragioni economiche. Di conseguenza, se i migliori giocatori vengono venduti ogni qual volta se ne presenta qualcuno, allora come si può pensare ad una competizione con un risultato sportivo imprevedibile?

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