Tifosi della Svizzera (Foto Insidefoto.com)

Lo scorso novembre, mentre la Nazionale italiana faticava a trovare le parole per giustificare il suo più grande fallimento degli ultimi sessant’anni, e più di un tifoso deluso cercò di portare sul tavolo degli imputati il largo uso di giocatori stranieri fatto nell’ultimo decennio, al di là della frontiera di Chiasso i media e l’opinione pubblica celebravano il raggiungimento dell’obiettivo della spedizione in Russia grazie a una squadra che, nella gara decisiva contro l’Irlanda del Nord, ha schierato nove giocatori su quattordici nati all’estero, o in minima parte nati su suolo elvetico da figli di immigrati, e poi in entrambi i casi naturalizzati. E così è finito che l’eroe del doppio spareggio mondiale, autore del gol decisivo a Belfast e protagonista nella sfida di ritorno con un salvataggio sulla linea di porta nei minuti di recupero, sia stato il difensore milanista Ricardo Rodriguez, nato e cresciuto nella periferia di Zurigo da padre spagnolo e madre cilena.

Ma con lui, a suo fianco, ci sono stati il kosovaro Xherdan Shaqiri, il macedone centrocampista del Bologna Blerim Dzemaili, il talentino nato in Camerun Breel Donald Embolo, il mediano dell’Arsenal Granit Xhaka, nato a Basilea da kosovari in fuga dalla guerra di fine anni novanta; Haris Seferovic, che ha visto luce per la prima volta a Lucerna, ma da genitori in arrivo dalla Bosnia. E poi ancora il congolese Denis Zakaria, il macedone-albanese Admir Mehmedi, e Daniel Akankji, nato a Zurigo ma di sangue nigeriano. Perfino l’uomo che ha convocato questi giocatori, l’ex allenatore della Lazio Vladimir Petkovic, non è uno svizzero purosangue ma, nato è nato in Bosnia, ha conseguito il passaporto croato per ius sanguinis ed è stato naturalizzato dalla Confederazione dopo anni di residenza.

Ricardo Rodriguez, Granit Xhaka e Denis Zakaria (foto Insidefoto.com)

Un uso tanto spropositato di giocatori naturalizzati, oltre a rappresentare un tentativo perfettamente riuscito di integrazione per mezzo dello sport, ha inoltre simboleggiato un passaggio storico nel percorso multiculturale della Nazionale Svizzera. Nel 1994, nei ventidue convocati chiamati a disputare il Mondiale americano, soltanto l’argentino Nestor Subiat era nato fuori dai confini svizzeri, o era comunque figlio di cittadini non elvetici.

Meno di vent’anni dopo, in occasione del Mondiale di Brasile 2014, il numero di giocatori oriundi è invece salito a quindici su ventitre, con ventuno legami nazionali (nazionalità di figli, genitori e nonni) presenti nello spogliatoio: ben tre in più dell’Australia, e cinque in più di un terzetto formato da Francia, Algeria e Bosnia. L’anno prima della spedizione in Sud America, su trenta giocatori utilizzati nell’anno solare dall’allora commissario tecnico Ottmar Hitzfield, erano stati diciassette gli svizzeri, non discendenti di Guglielmo Tell, chiamati a rappresentare la selezione rossocrociata.

Ci si chiede allora: come è possibile che un evento del genere si sia realizzato proprio in uno dei Paesi che conta sulle norme più intransigenti in materia di immigrazione, e che viene spesso accusato di xenofobia e di razzismo? Come è avvenuta una tale radicalizzazione del fenomeno integrativo in una nazionale che dagli anni sessanta a oggi ha spesso proposto e approvato referendum sempre più limitativi in materia di residenza e immigrazione? I motivi sono tanti e le variabili da considerare sono soprattutto di natura storica e culturale. Nei conflitti che interessarono i Balcani durante tutto il corso degli anni novanta, la Svizzera ha sempre rappresentato un porto sicuro di approdo per la popolazione civile in fuga. Dal conflitto che interessò l’ex Jugoslavia, prima, e quello che colpì poi il Kosovo, si conta che sono stati fino a 100.000 le persone che hanno potuto contare sull’apertura delle frontiere svizzere sul versante sud-est.

Il calcio come strumento di integrazione: il caso Svizzera

Non è dunque un caso che, se prima di U.S.A. 1994 – ultima grande manifestazione internazionale a cui prese parte la Svizzera prima della fine dello scorso secolo -, il numero di giocatori naturalizzati era soprattutto italiana e turca, con l’inizio del nuovo millennio è stata quella dei Balcani la rappresentativa più quotata. Un altro aspetto da tenere assolutamente in considerazione riguarda la natura del calcio come disciplina popolare: nonostante nella Confederazione Elvetica, al di là dei pochi successi di Nazionale e squadre di club, il calcio ha sempre ottenuto notorietà, gli sport nazionali più amati dagli svizzeri sono soprattutto hockey su ghiaccio e sci (sia alpino che di fondo, così come il biathlon e il salto), discipline nelle quali la presenza di atleti svizzeri non purosangue è completamente assente.

I giocatori della Svizzera festeggiano la qualificazione ai Mondiali 2018 (foto Insidefoto.com)

Pochi anni fa, in un articolo di Swiss Info e in un documentario girato da Canal +, Fabien Ohl, docente di sociologia dello sport all’Università di Losanna, ha offerto una buona tesi. “Le discipline più praticate in Svizzera come quelle alpine hanno costi meno accessibili e un elemento identitario più caratterizzante tra i nativi. I figli degli immigrati – sottolinea il professore – riconoscono invece nel calcio un mezzo più facile per raggiungere fama e notorietà, e quindi avere così riconoscenza sociale. Questi ragazzi decidono di praticare il calcio perché si identificano nelle loro figure di riferimento, che spesso sono ragazzi che hanno alle spalle un’esperienza di immigrazione.

I figli dei purosangue, su insistenza dei genitori, preferiscono invece dedicare più tempo agli studi per la propria realizzazione”. Sul caso è intervenuto anche Peter Gillieron: avvocato e presidente della Swiss Football Association, nato a Brescia ed emigrato anche lui in Svizzera all’età di 13 anni. “Secondo me non esiste vettore migliore del calcio come mezzo di integrazione – ha spiegato Gillieron, che è anche membro della Uefa Executive Committee ed è a capo dell’ufficio Fair Play and Social Responsability dello stesso organo di Nyon -. Negli ultimi quindici anni è praticando proprio il calcio che gli immigrati o i figli di questi si sono avvicinati alla Svizzera e agli svizzeri”.

Breel Embolo (foto Insidefoto.com)

Un sistema di reclutamento e formazione più i più innovativi d’Europa e i gradi di responsabilità offerto ai giocatori (il capitano della Nazionale svizzera è infatti spesso scelto tra gli oriundi) non bastano però a fare da collante. Dopo la qualificazione a Russia 2018 un quotidiano elvetico titolò: “San Ricardo (Rodriguez, ndr) ci porta in Russia”. Ma cosa sarebbe accaduto se il difensore del Milan avesse sbagliato il rigore, o avesse causato l’eliminazione della sua Nazionale? È qui che il professor Ohl ha sottolineato l’aspetto secondo il quale quando un calciatore fa bene, è svizzero. Quando non lo fa, è di nazionalità straniera.

Il calcio come strumento di integrazione: il caso Svizzera

“Quando il calciatore aiuta a vincere, è il “buon migrante” che fa fiero il suo paese di accoglienza – spiega Ohl – ed è opposto al “migrante cattivo” che commette reati e causa problemi sociali, mettendo dunque in ombra altri immigrati che, per esempio, non causano problemi ma non hanno vetrina sociale per mettersi in mostra. Quindi: se la Nazionale multiculturale ha successo, tutti lodano la diversità. Quando non ne ha, ecco che riemergono le differenze. Possiamo portare l’esempio della Francia: campione del 1998 come “Nazionale deli stranieri”, nel 2010 scelse di scioperare in Sud Africa e i tifosi dissero che non erano giocatori francesi ma di altre nazionalità”.

Il calcio come strumento di integrazione: il caso SvizzeraValon Behrami contro Messi ai Mondiali 2014 (foto Insidefoto.com)

In questi giorni, nella lista dei convocati per le sfide amichevoli contro Grecia e Panama, Vladimir Petkovic ha arruolato in tutto tredici oriundi. In attesa della lista definitiva per la spedizione in Russia, il CIES ha calcolato che sarà con tutta probabilità il Marocco la Nazionale con il più alto numero di giocatori naturalizzati: il 61.5%. Seguono Senegal (39.4%), Portogallo (31%) e poi proprio Svizzera, con il 30%. Dei 250.000 atleti che giocano a calcio in Svizzera, un 1/3 è nato fuori confine o è figlio di immigrati. In passato, tra questi, ha figurato anche Valon Behrami: centrocampista con una lunga carriera in Italia che, nato in Kosovo, emigrò da bambino nel Canton Ticino con la famiglia, e a oggi resta l’unico “nazionale emigrante” prodotto dal cantone di cultura italiana.

Anni fa, interrogato dal Corriere locale proprio sull’aspetto delle seconde nazionalità, l’attuale giocatore dell’Udinese – che nel 2005 siglò alla Turchia un gol decisivo per la qualificazione degli elvetici a Germania 2006 – disse: “Con il tempo ho capito la grande possibilità che mi ha dato questo Paese, e credo che il mezzo per ripagarlo sia metterci tutto in campo. A me non interessa cantare o non cantare l’inno nazionale, è infatti giocare e lottare su ogni pallone che si restituisce qualcosa alla patria. Come le altre culture hanno arricchito il nostro calcio? tatticamente e tecnicamente siamo tutti svizzeri, perché è la sua scuola calcistica e le sue strutture ad averci cresciuto. Probabilmente, è quando non mettiamo impegno, cuore e dedizione che ci vengono rinfacciate le nostre doppie nazionalità”

LASCIA UNA RISPOSTA:

Please enter your comment!
Please enter your name here