Politica federale e nazionale vanno malissimo, ma le squadre italiane in Europa volano. Alcuni spunti sulla reale natura della crisi del calcio italiano
Diego Perotti (Insidefoto.com)

Abbiamo passato gli ultimi mesi a interrogarci sulla crisi del calcio italiano, ma la realtà forse è un’altra. All’indomani della chiusura della prima fase delle coppe europee l’Italia è saldamente terza ed ha sopravanzato la Germania, la potente Germania della programmazione, caduta dal secondo al quarto posto con un contingente più che dimezzato.

Ovviamente nessuno se ne interessa, perchè la grazia del quarto posto l’abbiamo già avuta un anno fa e tipicamente agli italiani interessano i risultati assoluti, mai le performance e i miglioramenti progressivi.

I NUMERI.

Le nostre squadre hanno raccolto in questa stagione 12.5 punti (già meglio dell’intera annata 2015/2016, per dire), più del doppio della Germania (6,714).

Comanda l’Inghilterra (15,785), seguita dalla Spagna (13,142). Italia e Spagna sono le uniche due il cui contingente europeo prosegue senza perdite, l’Inghilterra saluta l’Everton, la Germania (che – per capirci – fin qui è undicesima nella classifica europea stagionale, peggio anche dell’Austria) saluta Colonia, Herta e Hoffenheim dopo il Friburgo fuori nei preliminari.

La classifica:
1. Spagna 100.426
2. Inghilterra 75.319
3. Italia 71.416
4. Germania 68.284

Una prima considerazione: già ad agosto 2016 scrivevamo su CF che l’Italia stava avendo risultati a livello delle migliori, e che per questo meritava il quarto posto in Champions.

Siamo lontanissimi dall’ipotesi di retrocessione dietro al Portogallo, che oggi è caduto addirittura al settimo posto, scavalcato dalla Russia, mentre la Francia per la cronaca dista oltre 18 punti.

Ranking Uefa, senza bonus l’Italia sul campo è già meglio di Inghilterra e Germania

Ma come? Non eravamo in crisi?

Spesso in Italia si fanno analisi sommarie, legate a parole chiave più che a concetti reali.

Cos’è insomma questa crisi del calcio italiano?

E’ una crisi politica? E’ la crisi della nazionale italiana? E’ la crisi del movimento e dei club, inteso anche come fenomeno economico oltre che tecnico-tattico?

La verità è che il “calcio italiano” non esiste, nel senso che non esiste un termometro univoco e riassuntivo del suo stato di salute. Esistono diversi ambiti: interessi e ragionamenti a volte anche opposti sui quali misurare le performance.

POLITICA

La crisi politica ce la trasciniamo da un paio di decenni almeno. Eravamo in crisi anche nel 2006 quando vincevamo quei mondiali che furono la consueta ubriacatura italica capace di nascondere e lenire.

Per alcuni lo eravamo perchè era l’anno di calciopoli, per alcuni lo eravamo perchè quello fu un processo farsa. Di certo lo eravamo perchè quando un sistema arriva ad un momento dirompente come quello – e quando emergono situazioni in assoluto non accettabili come quelle – non si può dire che questo sistema goda di ottima salute.

Il fatto che da allora non si siano fatti passi avanti non assolve nessuno, come facilmente le tifoserie tendono a voler dire: non assolve i colpevoli che rimangono tali e nemmeno chi si è schierato con gli inquisitori di quei giorni mostrando poi una congenita incapacità sistemica.

NAZIONALE

La nazionale non va ai mondiali. Spesso in passato si è salvata per il rotto della cuffia. Da 12 anni la gestione è puramente casuale: facciamo risultati straordinari nel biennio europeo e poi ci perdiamo sulla strada per il mondiale.

Vi è un problema congiunturale legato agli interpreti, ai calciatori, certo. Ma vi è anche un tema più ampio di incapacità di scelta.

Intanto gli altri vanno ai mondiali adottando il nostro modello storico, quello dei tecnici “federali”.

Lopetegui, Southgate, Loew, Deschamps hanno due cose in comune:

  1. un curriculum che non li avvicina ai migliori d’Europa
  2. federazioni forti alle spalle, capaci di sostenerli

Noi invece ci arrabattiamo a scomodare gente che non solo costa troppo, ma che soprattutto non ha voglia di venire a fare da parafulmine a non si sa chi in Federazione.

Riscoprire la centralità di Coverciano – migliorandolo dove possibile, ad esempio in una più capillare presenza territoriale – è il primo passo, perchè se c’è qualcosa in cui realmente siamo un’eccellenza è nel preparare gli allenatori. Ma gli altri, imitandoci, oggi fanno meglio di noi.

CLUB

Coi club, in Europa, siamo al livello dei migliori, ma ci piace piangerci addosso e non ce ne accorgiamo.

Tuttavia: il calcio dei club per alcuni è un calcio di dimensione europea, per altri ancora sostanzialmente nazionale. 

Non è solo un problema nostro.

Le prime della classe fanno sfracelli in Inghilterra scavando un baratro con le altre (ma a noi piace pensare che lo standard sia il Leicester). Idem in Spagna.

Il calcio moderno è figlio della Legge Bosman molto più che del FFP

L’eccezione è la Germania, perchè in Germania il calcio di vertice è gestito in maniera diversa, più ampia, sistemica per così dire: tutti i club hanno importanti ricavi da matchday e merchandising (il campionato ha la media spettatori più alta del mondo), le grandi aziende sponsorizzano, ma non solo: programmano a lungo termine la crescita dei club con mentalità manageriale, i diritti tv sono divisi tra Bundesliga e 2.Bundesliga.

Non a caso i tedeschi negli ultimi 5 anni hanno mandato in Europa il più alto numero di squadre a parità di posti a disposizione. Ma mentre tutti guardano il Bayern che vince nessuno nota che dietro ai bavaresi la competizione interna si è alzata molto a discapito di quella internazionale.

Il punto è questo: il calcio dei club, ci vede esprimerci nella nostra arte migliore: riuscire a creare il meglio con quel che abbiamo e possibilmente senza dover agire in sintonia con altri ma coltivando il nostro orto.

I nostri club fatturano meno, i tifosi non spendono e forse pure le stesse televisioni non sono più disponibili a sborsare cifre progressivamente crescenti per finanziare il circo. Ma, tutto considerato, in proporzione, facciamo meglio degli altri.

E in Europa i problemi di governabilità delle nostre Leghe calcio sembrano non avere alcun peso. Del resto in campo non ci vanno i presidenti.

E non è certo un problema di troppi stranieri. Il ragionamento tiene se parliamo di club mediopiccoli o di serie B, non in condizione di tesserare i migliori stranieri. Ma è del tutto scriteriato se riferito ai top club nazionali.

Pensate davvero che Juve, Napoli, Inter, Roma, sarebbero più competitive scegliendo per partito preso di schierare più italiani?

In Italia è arrivato l’anno zero del nulla. E forse è tempo di iniziare a chiamare le cose con il loro nome, fuori da infingimenti e soluzioni di facciata, iniziando piuttosto a fronteggiare quel che sta per arrivare, perchè presto potremmo essere i primi a pagare una contrazione degli investimenti del mercato televisivo, ed allora sì, ci ricorderemo che forse, da tempo, il fare sistema anche a livello di club poteva servire.

 

2 COMMENTI

  1. Marco Spinelli.Non cominciamo a cantare vittoria,la sorpresa è stata l’Atalanta che si è classificata in un girone definito ostico.In Champions davamo due per sicure per il passaggio del turno e così è stato, anche se in maniera imprevista dal momento che la Roma al momento del sorteggio veniva data per spacciata.Vediamo cosa succede nei turni eliminatori, così a naso andranno avanti Juve e Milan in virtù di un attitudine consolidata a giocare in Europa le altre al primo ostacolo serio come al solito cadranno.Il Calcio italiano è ai minimi storici, è dal 2010 che non vinciamo una competizione europea per club, neanche quando le frontiere erano chiuse agli stranieri abbiamo avuto un periodo di carestia così lungo in Europa e il futuro non si annuncia certo roseo dal momento che un Campionato nazionale poco competitivo sta facendo disamorare televisioni e sponsor.Il rilancio del Calcio italiano può passare solo con la riforma della formula con cui si gioca il torneo di serie A,l’attuale formula a venti squadre con i gironi di andata e ritorno non è più compatibile con l’esigenza di avere una competizione che dia emozioni ai tifosi dal principio alla fine.

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