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Per parlare in maniera consapevole del modello Germania nel calcio delle nazionali bisogna partire da un dato. Il paese vanta 81,4 milioni di abitanti e dal 1954 ad oggi solo (ovvero dopo la squalifica post-bellica del 1950) è arrivata 12 volte su 16 nelle prime 4 nazionali al mondo.

Conta poco a quel punto che i Mondiali vinti siano stati 4 con 4 secondi posti. La Germania è una garanzia cha aggiunge al suo palmares anche 3 vittorie nel Campionato Europeo ed altrettante finali. La forza della squadra, le motivazioni sportive e culturali di chi difende i colori tedeschi, l’atteggiamento in campo, sono un dato di fatto che rende la nazionale sempre competitiva al massimo.

Ma dopo la Confederations Cup, il Mondiale e l’Europeo Under21, la Germania promuove sempre più se stessa come modello su molti piani. Innanzitutto, quello del reclutamento.

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(foto Insidefoto.com)

Dal 2002-2003 – come scrive Repubblica – la Dfb ha messo in piedi il cosiddetto Talentförderprogramm, “programma di raccolta (o per meglio dire, convogliamento) di talenti”.

Impressiona, a questo proposito, la mappa della Germania, visibile sul sito della Dfb, punteggiata di verde: sono i 366 Stützpunkte, le scuole calcio federali, nelle quali vengono impegnati 1.300 allenatori di base.

Non ci sono Länd più svantaggiati di altri, la diffusione è geometrica e capillare. In queste accademie, anche grazie alla legge sulla cittadinanza introdotta dal governo Schröder nel 2002, abbondano i figli di immigrati, soprattutto turchi e polacchi, “germanizzati” grazie al principio, introdotto allora, dello Ius soli.

Il collegamento con i club è diretto e coordinato da 29 mediatori. E non si dimentichi che in Germania molti club, come in Spagna, hanno una sorta di squadra B, collocata non più in alto della Regionalliga, che è più di un campionato Primavera, meno di un campionato professionistico.

Nella lega regionale della Baviera appena il 15 per cento dei calciatori non è eleggibile per la nazionale tedesca. Nel campionato Primavera italiano, gli stranieri arrivano al 20 per cento. Nella Premier League Two (U23) si arriva al 40 per cento di non inglesi. Numeri che ovviamente non aiutano la nazionale.

Nelle accademie almeno inizialmente non ci sono ruoli prefissati. Fino ai 14 anni tutti fanno tutto, dal portiere alla punta. La specializzazione arriva in seguito ed è a totale discrezione dei tecnici. I baby-calciatori possono anche proseguire gli studi: in tutta la Germania i club stipulano delle convenzioni con le Eliteschulen des Fussballs.

Le migliaia di ragazzi che non sfonderanno nel mondo del calcio, avranno un avvenire assicurato. La struttura tiene perfettamente, anche grazie al miliardo di euro in diritti televisivi piovuto in modo estremamente democratico sui club di Bundesliga e di Bundesliga II, con percentuali strette nella forchetta, rispetto al totale, compresa tra il 7% (Bayern) e il 4% (Darmstadt).

In Bundesliga, nonostante tutto questo, i rapporti di forza sono molto più marcati anche rispetto ad esempio alla Serie A, con lo stesso problema del dominio in termini di successo di una sola squadra. Ma questo è un fattore da ascrivere più alla struttura del calciomercato europeo.

Il potere economico del Bayern, la cui rosa da sola valeva nell’ultima stagione un quinto dell’intero valore totale delle rose delle 18 squadre, non è arginabile, se non episodicamente. Ma a livelli di nazionali, nessuno può competere con i numeri della Germania. Che può vincere o arrivarci vicino. Ma, come si dice, è sempre là.