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Dopo la sfida di ieri tra Cosenza e Catanzaro la Lega Pro ha diffuso i numeri dei collegamenti e delle interazioni via Facebook commentando con toni trionfalistici il risultato. Ma dietro gli ascolti c’è il disappunto che tanti tifosi hanno espresso attraverso il web. 

“Oggi è una giornata storica,  che segna il futuro” è stato il commento di Gabriele Gravina, Presidente Lega Pro, nel giorno del suo primo anno anno alla guida dell’ex Serie C, della prima gara del campionato in diretta su Facebook,  il derby Cosenza- Catanzaro, terminato 1-1.

I numeri hanno registrato in particolare 110.000 utenti raggiunti, 40.000 visualizzazioni totali e 3.600 visualizzazioni contemporanee.

“E’ stato un primo esperimento- continua Gravina– che può essere replicato con altre partite del campionato. Oggi la Lega Pro ha dato una svolta con un modo diverso e innovativo di vivere il calcio”.

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Ma i tifosi sono decisamente infuriati. Tanti i commenti negativi, che ovviamente vanno inclusi nelle “interazioni conteggiate”, che ovviamente sono solo una percentuale di una opinione diffusa.

Non un “fenomeno social” (come spesso si fanno apparire le opinioni espresse attraverso la rete) ma sentimento sociale, radicato, vero e diffuso tra la gente.

Tra i vari commenti abbiamo voluto scegliere quello di un padre che ha civilmente manifestato il suo disappunto, pur con toni di accesa polemica.

Bravo il Presidente!! Cosa fai oggi alle 14,30, lavori? Lo hai mai fatto nella tua vita? Le persone normali lo fanno, i loro figli vanno a scuola. Avrei voluto far vivere a mio figlio il suo primo derby, la trepidazione dell’attesa, la paura di arrivare tardi, le imprecazioni per i parcheggi, la fila ai tornelli, il cuore in gola alla lettura delle formazioni, la gioia per l’ingresso in campo, i fumogeni, le bandierine, i cori. Grazie a nome mio e dei tanti tifosi a cui hai negato tutto questo”.

Davanti ad un commento di questo genere, non di un gruppo facinoroso, ma di un padre che voleva andare allo stadio con il figlio (e probabilmente non l’unico) non si può rimanere indifferenti.

E’ tutto ridotto a business? In molti lo pensano e da tempo lo scrivono sui social. 

Rimangono dubbi.

Non sappiamo in termini economici quanto renda questo presunto business. Quanto si è ricavato dall’evento, quanto si ricava in più rispetto a prima, ovvero da quando il campionato di terza divisione viene spezzettato.

Sappiamo che ogni anno in Lega Pro falliscono diverse società. Che il campionato è un andirivieni di campanili, che molti capoluoghi storici non riescono ad esprimere realtà calcistiche di rilievo a livello professionistico, passando da un fallimento all’altro.

Questo è quel che manca sempre: ok la modernità e le dirette, ma quanto realmente rende il giochino? Perchè se rende, e se i benefici sono diffusi, a quel punto si valuta se l’operazione – che pure scontenta i tifosi – ha una logica o meno.

La pay tv ha riempito le tasche dei club di Serie A, questo è vero. Ma quando si scende di livello il paradigma è lo stesso?

Non è una domanda retorica nè tantomeno in malafede. Solo una legittima richiesta di chiarezza nei confronti dei tifosi.

Lo spezzatino non cambia le abitudini, e difficilmente potrebbe farlo. “La gente lavora” come fa giustamente notare quel padre su Facebook.

Ieri una partita che avrebbe probabilmente fatto il pienone se giocata la domenica pomeriggio o nel pomeriggio di Santo Stefano – il celebre Boxing Day all’inglese che alla Serie B ha portato risultati misurabili in termini di spettatori – ha avuto un pubblico modesto (non perchè gli spettatori fossero pochi ma perchè erano pochi rispetto a quanti potevano essere).

Chi rivendica il calcio alle 15 della domenica pomeriggio qualche ragione ce l’ha, soprattutto perchè si tratta di tanti che con i soldi dei loro biglietti (e non solo) alimentano quello che è il mercato tradizionale del calcio.

Non vogliamo qui richiamare i soliti modelli stranieri. Ma una riflessione, il più possibile pubblica, deve essere fatta in maniera trasparente.

Presentando come detto i pro e i contro, ma soprattutto costi e ricavi, senza i quali è impossibile parlare realmente di business.

Quanto vale lo streaming della Lega Pro?

Quanto migliorano le entrate della categoria e dei club?

Quanto ha inciso lo spezzatino sui ricavi da stadio dei club?

E, se il problema è quello della visibilità, quanto sono migliorati gli introiti commerciali (ovvero quello che gli sponsor, grazie alla accresciuta visibilità, stanno pagando più di prima) delle varie società in seguito a questa novità tecnologica?

Quando si parla di riformare il calcio italiano non si parla solo di fare la serie A a 16 o 20 squadre, o di ridurre la Lega Pro nel numero di squadre o di gironi.

A tutti i livelli la priorità assoluta deve essere quella di trovare format e formule organizzative che puntino immediatamente a far tornare la gente a riempire gli stadi di tutta la penisola.

Tutto il resto è secondario, non per un sentimento di conservatorismo retrò, ma perché nessuno può pensare di fare sport senza la passione della gente.

E perchè, se proprio vogliamo vedere le ragioni del business, gli affari si fanno dove esiste il mercato e il mercato – che si esprime in termini economici, cosa che utenti e contatti facebook non dicono – è sempre dove ci sono le persone.

 

 

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